

Guarda la copertina di questo disco. Capisci tutto. Affacciati alla finestra su questa notte. Scosta le tende. Troppa notte. Non dire subito che la decadenza è un lusso, saresti banale. Cerca parole nuove o apri il cuore e ascolta. Intanto allenta la cravatta se vuoi, ma non toglierti la giacca e accenditi una sigaretta. Guarda la copertina, chi ci vedi? I dEUS? Già. Vai avanti. I Cousteau? Sì. Nick Cave? Forse. Tindersticks? Yes. E uno sguardo carico di ciò che non sai. Vai o resti? Chiaroscuri al neon. Marti, chi sei/siete? Fuori per un'etichetta sempre più da tenere d'occhio: la Green Fog Records. "Unmade Beds" disco d'esordio per Andrea Bruschi (autore e compositore) e un'ensemble di amici/musicisti. Produce (e suona) Paolo Benvegnù (senza calcare troppo la mano, viene da pensare e ringraziare).
Un disco splendido. Una sorpresa assoluta. Non diciamo insperata perchè poi ci speriamo sempre. Un tappeto di velluto che copre l'immondizia che in realtà tutti siamo. I Soft Cell meno eccessivi che cantano la Genova perduta che più o meno ti immagini di notte. I vicoli bui e le luci del porto. Letti sfatti e puttane che non sono più dolci come una volta. Ma non solo. 12 canzoni. Una linea scura che attraversa l'animo inquieto d'Europa e traccia rotte per tutte le città insieme industriali e portuali, sù fino a Manchester. Indie canzone d'autore swing jazz noir urbano: te lo immagini un David Bowie se non avesse fatto successo e, depresso, si fosse trasferito in qualche angusto monolocale e avesse cantato in una band genovese? Qualcosa così, un'eleganza dimessa. Un disco che gronda spleen a ogni solco. Ci siamo capiti.
Portami via di qui. Ti prego. Portami Lontano. La notte, affacciati su troppa notte, ascolteremo questo disco. Non so dirlo meglio. Sarà perfetto.
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