
Epitaffio di un amore. C'erano tre che in quel di Milano si strizzavano l'occhio, calcavano scene e facevano cose. Evocavano la canzone d'autore crepuscolare, poco verbosa e molto struggente. Erano tre ma sul palco ne vedevi solo due, ché uno stava sempre dietro e si chiamava Alex e diceva che no, oltre testi e spunti non voleva andare. Così lì sopra il Rosso e il Moro, Giò e Cesare, facevano il resto, insieme ad altri che espandevano il trio e arricchivano il suono: Paolo, Leziero e Luca. E nomi, tanti nomi che aleggiavano in coro, immersi nel golfo mistico dell'omaggio e dell'ispirazione: Ivano Fossati, Piero Ciampi, Fabrizio De André, Paolo Conte, Patty Pravo, Luigi Tenco ed altri. C'erano quelli che ascoltavano e quelli che no, chi andava a stringere mani e chi si nascondeva bene dietro curve del cuore. Il contatore del tempo faceva il suo, fra mille progetti, partenze e ritorni, singole cose e qualche defezione ed un giorno segnò 2008. Ed "io non credevo che..." diventò certezza, frase riemersa da quel lontano 1995 quando "Angela" fu rivisitata nel loro primo, omonimo album. Ed ora sarà davvero un addio. I La Crus si sciolgono. Anzi, sublimano. Ne resterà traccia nell'aria. Ci venisse qualche dubbio, ci tradisse un po' la memoria, basterà riascoltare questa sorta di tributo alla carriera che è il cd, cavalcata stile album dei ricordi ma senza polvere o pagine ingiallite. Non sono arrabbiati. Non divorziano offesi. Semplicemente terminano quel che doveva essere finito per naturale evoluzione. I La Crus chiudono "perché gli amori finiscono, e quelli che sono stati veri e grandi", dice Mauro Ermanno Giovanardi, "non meritano mediocrità". Senza tirarla troppo lunga. Anzi, operando un restyling ben riuscito grazie a tre inediti e la magnificenza di archi ed orchestra a dire la loro. Che sembri il funerale blues di Auden Hugh, insomma, se proprio dev'essere fine.
Un lavoro in sedici tappe che arriva dopo tre anni da "Infinite possibilità", una specie di "the best" senza troppa malinconia gratuita, pensato nella formula del live con orchestra, esperienza molto significativa nella loro carriera. L'orchestra estremizza con potenza d'enfasi gli effetti, porta al loro naturale limite le sfumature. Adattissima quindi ad un saluto antologico. Dodici tracce sono appunto la registrazione, al Teatro Novelli di Rimini il 14 luglio 2005, del concerto con l'Orchestra da Camera delle Marche, diretta da Daniele Di Gregorio. I brani non a caso sono tra i più introspettivi e delicati per amplificare la resa, tra cui "Ricordare", scritta da Morricone e Tornatore per la colonna sonora di "Una pura formalità", e "Via con me" che qui recupera lo stile contiano. Meno piglio pop e più immaginario struggente, quindi. È anche inclusa una coinvolgente versione in studio di "Infinite possibilità" con l'Ensemble MusicaMorfosi. Merita una nota d'attenzione il remix di "Nera Signora" in cui riecheggia un bel po' Nick Cave. I tre inediti ("Mentimi", "Entra piano" e "L'autobiografia di uno spettatore", arrangiati da Davide Rossi) scritti, prodotti ed arrangiati nell'estate del 2007 non tradiscono la cifra stilistica dei La Crus, specie quella degli ultimi anni. Come del resto il quarto inedito, dal titolo "Illusioni e parole", disponibile per chi scarica l'album su iTunes.
L'atmosfera complessiva è degna di un tributo alla carriera, delicato quanto serve e completo quanto deve, lasciando un retrogusto dolceamaro che spinge a rituffarsi nell'ascolto di tutta la discografia lacrusiana, anche live, dato che la band sta partendo per una serie di concerti accompagnati dagli archi dell'Ensemble MusicaMorfosi per un tour d'addio.
Un album che è il vanto del cigno. E la "v" non è un errore. Perché se il cigno avesse solo cantato, non sarebbe stato un saluto ma semplicemente routine.
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