
Vittorio Cane non è un genio. Non rientra tra quelli che, nonostante le scarse risorse a disposizione, riescono a produrre ottimi lavori. "Secondo" è un album a bassa fedeltà. Lui è stonato e gli arrangiamenti sono volutamente scarni senza però ottenere quell'essenzialità che tutti cercano – e pochi trovano – quando si tenta un approccio lo-fi. E le poche parentesi rap che si concede non fanno che appesantire ulteriormente una tracklist di per sé troppo lunga (molti dei 15 brani presenti potevano essere tralasciati).
Ci sono piccoli momenti di surrealismo dolce e malinconico come "Domenica" ("Oggi è ancora domenica, son sette giorni che è domenica") o "Torno su". Se facesse cantare "Dipendente" a Moltheni il risultato potrebbe essere sconvolgente. E forse è questo il vero problema: è un bravo songwriter ma un pessimo interprete e un produttore di dubbio talento. Ci crede. Ci mette impegno e devozione - e lo ammiro per questo – e dal vivo riesce anche a farti sorridere. Ma a "Secondo" mancano tante cose per essere un bel disco.
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