I Sick Tamburo presentano a Pescara il loro nuovo album "A.i.u.t.o". C'è un cambio di location all'ultimo minuto - l'altro locale l'hanno incendiato - e negli organizzatori c'è ancora più voglia che la serata vada bene, quindi: attenzione nei dettagli (luci colorate e atmosfera cupa) e acustica ottima. I Tamburo suonano precisi e compatti, e si muovono con le consuete mosse plastiche. Un concerto energico, Roberta d'Orazio racconta.
La penombra è insidia dolce quando si arrampica agli occhi e ti costringe ad affinare lo sguardo. Il paradosso è sempre lo stesso: nella semioscurità, è necessario affidarsi a dettagli che spesso sfuggono alla vista distratta. E così, se ti trovi in un luogo affollato, osservi meglio le sagome dei corpi, i gesti disegnati in controluce dalle mani, teste, braccia degli astanti, cercando di ricondurli a una forma nota.
È così quando io e Sara entriamo al Tipografia: la luce blu è una nuvola elettrica, bassa e soffusa sul pubblico che attende, confonde i volti, non riusciamo a vederli, solo corpi di colore celeste.
“Mi sembra di non riconoscere nessuno.”, dice Sara.
Il posto è bello, non siamo mai state qui, la location è stata decisa all'ultimo momento, dopo il recente incendio del locale che ospitava questa ed altre serate nonché sede dell'associazione organizzatrice. Nonostante la situazione complessa, l'unica traccia apparente che resta dell'accaduto è il fuoco dei sorrisi dei ragazzi dello staff dietro la biglietteria e dal bancone, e le loro battute a riguardo: “Stasera faremo scintille!”
Facciamo un giro in sala, qualche chiacchiera qui e lì, poi il dj set d'apertura sfuma e due lampi azzurri dai fari annunciano l'arrivo imminente degli attesissimi Sick Tamburo. Entrano prima Doctor Eye e String Face, batteria e chitarra ai lati del palco, e dopo qualche istante ecco Boom girl e Mr Man, aka Elisabetta e Gian Maria, i loro microfoni vicinissimi al pubblico, ce li abbiamo addosso, e noi siamo addosso a loro. “Finché tu sei qua” ci esplode in faccia, è il rullante, il tamburo malato accompagna l'incedere marziale delle movenze, le pose plastiche di tutti. E i volti coperti ti costringono a porre attenzione ai corpi, alla volontà teatrale di apparire simili a manichini vestiti di rosso e di nero, mentre i presenti in sala iniziano a muoversi, invasi dalla musica. In altri momenti il corpo è libero, e durante “La mia stanza” Gian Maria si avvicina ad Elisabetta: una creatura mitologica, a due teste, prende forma sotto il nostro sguardo. L'esecuzione dei pezzi è perfetta come l'acustica del locale, a noi non resta che goderne e ballare. La voce e le chitarre ci ipnotizzano, trasformandoci in bambole elettrificate, in pezzi come “Dimentica” e “Il mio cane con tre zampe”.
“Siamo felici di essere a Pescara, perché è la città del padre di mio figlio, ci sentiamo un po' a casa qui” dice Elisabetta, poco prima della bellissima “Con le tue mani sporche”, uno dei pezzi che meglio rappresentano l'evoluzione dei Sick Tamburo verso una melodia audace che non rinuncia alla potenza sonora. E ora tocca a Gian Maria, con “La canzone del rumore”, la voce che ha accompagnato l'adolescenza di molti di noi e una batteria impietosa che fustiga i pensieri con precisione quasi sadica. Le nostre mani portano il tempo in “Danza” seguendo il sonaglio e continuano a battere su “Forse è l'amore”, Gian Maria con la sua chitarra è a terra, ora ai piedi di Elisabetta, ora agganciato alle sue gambe. “In fondo al mare” è il momento più alto, energia struggente, il locale è un vorticoso fondale oceanico illuminato di blu, noi sotto al palco siamo le tumultuose onde di superficie.
Ancora qualche pezzo e il gruppo va via per il consueto momento in cui il pubblico chiede di uscire nuovamente, la cosa non accade in maniera troppo evidente (“Ma non lo sanno che tanto sappiamo che ricominciano a suonare?”, dice Sara), qualche coraggioso si domanda se è possibile richiedere “Betty tossica”. Mi giro verso Sara che ha ballato tutto il tempo, lei non conosceva i Sick Tamburo ma è una fan dei Prozac+.
“Mi piacciono parecchio” mi dice. “Anche se i pezzi hanno una struttura ripetitiva non sono mai noiosi, li ascolteresti ad oltranza.”
Il pubblico rumoreggia e la band torna sul palco per un finale in crescendo, passando da “Parlami per sempre” per culminare nella finale “A.i.u.t.o.”.
Quando tutto è finito, non si accendono le luci, ma siamo comunque illuminati dall'energia del concerto stupendo al quale abbiamo appena assistito.
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Commenti (6)
- 04/04/2012 ore 14:04
feedbaknoise @feedbaknoisesembra la Camusso da giovane.....
http://www.youtube.com/watch?v=eWG51BjUMxs - 04/04/2012 ore 14:13
margherita g. di fiore @margheritawave {C}c'ero anch'io. bel concerto, ma il posto era brutto quanto lo zu bar!
- 04/04/2012 ore 18:20
rockambula @rockambulaIl posto esteticamente faceva cagare!!!! Ma l'ambiente recuperava. La foto è dell'olandese volante mi sembra di capire?!
- 04/04/2012 ore 21:56
Roberta D'Orazio @robertadorazio {C}margherita di fiore {C} rockambula a me è piaciuto un sacco, mi piace la riutilizzazione di spazi precedentemente adibiti ad altro (per chi è della zona: l'ei fu ex cofa, l'ex mattatoio e in questo caso una ex tipografia) o forse semplicemente le luci rendevano tutto più fascinoso. :) lo zubar poteva essere bruttino, ma questo non mi sembrava esserlo poi tanto. :)
- 04/04/2012 ore 21:56
Roberta D'Orazio @robertadorazio {C}margherita di fiore {C} rockambula a me è piaciuto un sacco, mi piace la riutilizzazione di spazi precedentemente adibiti ad altro (per chi è della zona: l'ei fu ex cofa, l'ex mattatoio e in questo caso una ex tipografia) o forse semplicemente le luci rendevano tutto più fascinoso. :) lo zubar poteva essere bruttino, ma questo non mi sembrava esserlo poi tanto. :)
- 04/04/2012 ore 22:02
Roberta D'Orazio @robertadorazio {C}sì, foto dell'olandese!
