
(Adriano Celentano in mutandoni - Foto da Internet)
Milano, metà anni 50. Santa Tecla, dietro il Duomo nell'omonima via, Aretusa, Piazza Diaz, Derby, zona San Siro, Taberna Mexico: i templi di jazz, swing e rock'n'roll. La prima star, nel '55, Ghigo Agosti. E tra i fans scatenati che lo seguivano, c'è un diciassettenne spilungone, maglietta a righe orizzontali, occhi spiritati e aria assonnata insieme. Si chiama Adriano Celentano, viene da Niguarda e beve con gli occhi questa promessa di America e modernità fatta di tre accordi.
Adriano Celentano è uno che impara presto. Sfrutta la sua somiglianza col comico Jerry Lewis: mette su uno spettacolino al Teatro Smeraldo con Tony Renis che fa Dean Martin, "Gli allegri menestrelli del ritmo". La cognata Yvonne nel '57 lo iscrive pure al concorso dei sosia del brandy Stock '84: lo vince, si becca 100.000 lire e compare nelle pubblicità. Ma è il rock la sua strada: ha lasciato ragioneria al secondo anno, con i Rock Boys degli amici Enzo Jannacci e Giorgio Gaber suona a Santa Tecla e Taberna Mexico, e il ballerino Bruno Dossena che lo ha notato lo va a prendere a casa sfidando le botte di mamma Giuditta. È lui che gli consiglia di partecipare al primo Festival del Rock'n'roll, al Palaghiaccio, il 18 maggio. Vince Ghigo, e la sua sarà un'altra storia da raccontare, ma Celentano e i Rock Boys arrivano secondi, con quella "Ciao Ti Dirò" scritta da Gaber e Luigi Tenco (ma accreditata a Reverberi e Calabrese): merito anche della scossa elettrica che Adriano – 39 di febbre - mima su uno stacco.
Walter Franz Gürtler, schwizero padrone delle etichette Saar e Jolly, tre giorni dopo lo mette sotto contratto e gli fa incidere il primo disco, "Rip It Up/Tutti Frutti", più veloci delle versioni originali di Little Richard, ma molto meno aggressive e cantate alla maniera di Bill Haley, ciccione trentenne idolo di Celentano. Ne vende 1500 copie, nei giorni successivi al festival. Poi basta. Si prova con un "Buonasera Signorina", preso dal repertorio di Louis Prima, che Celentano nel finale trasforma in un r'n'r all'urlo di "Ba-ba-ba-ba-baciami". Niente. Gürtler tenta allora un tour in Germania, a Norimberga, nel 58, dove Elvis era di naja. Ma la gente scambia per Celentano il nuovo sassofonista Luigi Tenco, che è quello bello e si butta a terra suonando. Gürtler è incerto, pensa di aver sbagliato. Per fortuna ci sono due trentenni con la passione del rock e del cinema, Piero Vivarelli e Lucio Fulci, che prima fanno recitare ne "I frenetici" quello che comincia ad essere chiamato "il Molleggiato" (aveva copiato le mosse di Jack La Cayenne, ballerino all'Aretusa). Poi gli scrivono una canzone. Gürtler non ne vuol sapere. Vivarelli lo supplica in ginocchio. Ok, ultimo tentativo. 13 luglio 1959, festival di Ancona, diretta tv da dieci milioni di telespettatori. Celentano arriva in Giulietta, carica di amici. Alle 22.50 canta "Il Tuo Bacio E' Come Un Rock". Delirio. Primo e secondo posto per lui. È Bill Haley più Louis Prima. È una massa di parole inglesi messe per metrica che sbattono in faccia all'Italia di Villa e Pizzi l'immagine di una generazione moderna, che vuol tagliare i ponti con la tradizione (anche se nel ritornello tornano i buoni sentimenti).
È l'equivalente sonoro di Alberto Sordi/Nando "Awanagana" Mericoni di cinque anni prima. Boom! 300000 copie, 500 lettere al giorno, Fellini che lo chiama per una scena cult di "La dolce vita". E una serie di r'n'r invadono il mercato tra '59 e '60: "I ragazzi del juke box" (lato B del "Bacio", gran cantato nero r'n'b e nuovo film di Vivarelli-Fulci), "Il Ribelle", serratissimo, "Pronto Pronto", inno alla modernità del telefono e ai rapporti spensierati tra i sessi (ma nel ritornello tranquillizza l'amore eterno), "Impazzivo Per Te", col delirio lunare del controcanto femminile (è il Celentano che affascinerà Mike Patton, decenni dopo). De "la somma di due baci / costruiti cuore a cuore / s'impara senza libri professore" s'innamorerà molto più tardi Davide Toffolo dei Tre allegri ragazzi morti, nella cui casa ho visto ben esposte "Le origini" dell'Adriano. "Teddy Girl", che ossessionerà Pasolini, a Milano per conoscerlo, e "Che Dritta!" descrivono un nuovo tipo femminile, non più subalterno. Ma è uno in bilico: traghetta e adatta l'America all'Italia, senza spingere in fino in fondo: in "Blue Jeans Rock", nuovo simbolo dei giovani d'allora (se li sono messi e mai più levati, fino a farli diventare nuova divisa) riduce le stranezze a gioco giovanile, destinato quindi a passare e a non far paura. Parte militare, ma va a Sanremo '61: come è solito fare ai concerti, volta le spalle al pubblico durante "24000 Baci", scandalizzando.
Ma è un pezzo furioso. Unisce r'n'r ed exotica, come "Furore" e "Rock Matto": starebbero bene in un film di Jarmush o di Tarantino. Adriano però è in crisi: non mangia, non dorme, ha paura di tutto, si fa accompagnare per spostarsi in casa, e un dottore lo segue nelle trasferte. Troverà conforto nella fede, aiutato da padre Ugolino Vagonuzzi, suo confessore. Così nel '62, mentre si affacciano twist e yè-yè ("Ciao Amore", "La Mezzaluna", "Peppermint Twist"), arrivano anche le prime canzoni religiose: "Pregherò" ne è il simbolo, cover soul - stravolta nel testo – di Ben E. King. Poi fonda il Clan, la prima etichetta indipendente italiana: "Stai Lontana Da Me", twist di Burt Bacharach, primo singolo, vince il Cantagiro e vende 1.300.000 copie. Gürtler risponde pubblicando "Si E' Spento Il Sole", tango exotica di cui si ricorderà Vinicio Capossela: e fa ancora il numero 1. Il '62 regala anche "Uno Strano Tipo" (sul set dell'omonimo film conosce Claudia Mori), western con strepitosa chitarra twing-twang, e "Veleno", r'n'r misto cha cha cha. '63 e '64, anni avari: "Il Tangaccio", che unisce tango e r'n'r per la felicità delle balere dove si alterna la seduzione dei lenti al divertimento dei "veloci", e "Grazie, Prego, Scusi", tango più cha cha cha, son davvero poco. Meglio "Sabato Triste", lento soul exotico dai cori deliranti, il quasi beat alla Shadows de "Il Problema Più Importante" dagli squilli di piano honky tonk, e "L'Angelo Custode", furiosa unione di r'n'r, cori twist, chitarre twing-twang, exotica violenta in cui compare assurda una fisarmonica: sembra una giostra impazzita. Memorabile la scena de "Il monaco di Monza", con Totò, in cui Celentano è un rocker menestrello del '600. Il 14 luglio si sposa alle 3 di mattina con Claudia Mori, già di due mesi, a Grosseto, chiesa di san Francesco. Sarà un ossessione: a ottobre si presenterà in Rai, a "Questo e quello" condotto da Gaber, in saio e sandali, con il cugino Gino Santercole che ride come un ebete; e in "Superapina a Milano", sua prima regia, i gangster si travestono da fraticelli per sfuggire alla pula.
Il '65 lo vede scavare ancora nel western alla "Bonanza" con "Sono Un Simpatico", su cui innesta un Hammond alla Animals di "House Of The Rising Sun" (la hit dell'estate '64), "Una Festa Sui Prati", dove il folk dylaniano incontra quello nostrano e il soul, "La Festa", yè-yè che vuol lanciare un nuovo ballo (il grab), con ritornello e finale su un solo accordo, idea che darà frutti a breve (e il coro beat da chiesa della seconda parte dove lo mettiamo?), e la strepitosa "Chi Ce L'ha Con Me", aggressivo soul introdotto da un'esilarante scenetta con il fido arrangiatore Detto Mariano. '66, anno epocale: prima rifiuta "Nessuno Mi Può Giudicare" – e impedisce all'amico Teocoli di inciderla - perché troppo beat (ma accattatevi il provino!), poi va a Sanremo e si fa buttare fuori con il suo Dylan anti-beat: però "Il Ragazzo Della Via Gluck", prima canzone di protesta ecologista, supera il milione di copie. Così a ottobre ci riprova con "Mondo In Mi7", oltre sei minuti su un solo accordo, detto "di sospensione", con protesta, scenetta centrale e allineamento al blues revival inglese (dell'anno prima è "Bluesbreakers" di John Mayall). Sono gli anni della collaborazione con Lucio Beretta, paroliere cantore della milanesità, e Miky Del Prete. E oltre al fido Santercole, nel '67 arriva un nuovo autore, Paolo Conte, che gli scrive un valzer condito di piano honky-tonk e fiati circensi: "La Coppia Più Bella Del Mondo", con cui assieme a Claudietta sua va al Cantagiro, facendo abolire la gara (Teocoli lo segue in auto, imitandolo, per disorientare i fans). Sul retro del singolo, "Torno Sui Miei Passi", dove a una bella invenzione metrica si accompagna la condanna del beat: Celentano per la nuova generazione è ormai un barbogeno. E lui rincara la dose: poche settimane dopo esce "Tre Passi Avanti", ancora più dura col beat, che si apre con la dettatura di una lettera. Come in "Totò, Peppino e la malafemmena": roba da anni '50, appunto. Antico. Sul retro, "Eravamo In Centomila", prima canzone a nominare squadre di calcio.
Il '68 vede Celentano impegnato nelle riprese di "Serafino" di Pietro Germi. Esce poca roba, ma epocale: la grande melodia di "Una Carezza In Un Pugno" e la marcetta di Paolo Conte "Azzurro", di cui si dice sia il vero inno nazionale. È vero: di quell'Italia che ormai Celentano rappresenta, una maggioranza silenziosa strapaesana e cattolica, ancorata a valori e tradizioni passate cu cui semplicemente vuol spruzzare un po' di francescani colori e spensieratezza. E "Storia D'amore" (1969) lo conferma, con la sua nuda chitarra tango folk che inventa una popolanità trash che resisterà alla contestazione dei '70: ma resta una grande invenzione melodica, su cui a metà si innesta un'orchestra pazzesca, con i violini che turbinano cromatici tra la giostra e l'Apocalisse. "Viola" (1970) ribadisce il concetto, tra melodia italiana e zuccheri alla Paul Anka, e "Chi Non Lavora Non Fa L'amore", gospel reazionario che ribalta – citandoli - i cori di "Give Peace A Chance" di John Lennon, fa di più: vince Sanremo, chi dice per riparazione del '66, chi per volontà del governo, ad avvertire i contestatori nelle piazze.
Il '71 è l'anno di "Er più", musical in cui Celentano è un improbabile popolano romano, ma che frutta "Sotto Le Lenzuola", anni '30 più stornelli, basso da sagra più banjo. Nel '72, dopo una nuova predica ecologista, "Un Albero Di 30 piani", fatta di basso tuba, chitarra acustica folk ed elettrica country, coro da processione sul finale con un effetto Beatles "Yellow Submarine", ecco un nuovo capolavoro: "Prisencolinensinanciuso l", ancora un solo accordo, inglese maccheronico, ritmica serrata alla Funkadelic, chitarra bluesy farneticante, parlato tra lo scat-jazz e il grammelot alla Dario Fo (non già rap, come diranno molti, solo perché a Cannes Adriano vestirà per caso una felpa col cappuccio calato sulla testa), fiati ossessivi alla Sly & The Family Stone. Troppo avanti: in Italia non lo caga nessuno, mentre vende milioni di copie in Francia e Germania. Dopo due anni, rimbalza anche da noi, complici due ospitate tv. Nel frattempo c'era stato il solido rock blues di "L'unica chance" (1973), e poi sarebbe venuto il duetto con la moglie Claudia di "Stringimi A Te". È la bellissima "Everything's Alright" di "Jesus Christ Superstar" e testimonia sia della passione hippy di Celentano (più spirituali dei beat, gli hippies, e molti i cattolici fra loro) che dello sforzo di stare uniti dei due. Nel '74 Celentano infatti gira il suo film capolavoro, quello "Yuppi du" (uscita '75) che spiazza la critica e becca applausi e apprezzamenti a Cannes: e si mormora di una storia sul set con Charlotte Rampling. Forse per riparare, Adriano scrive "Buonasera Dottore" per Claudia, sulla scia dei brani erotici alla Gainsbourg. Stavolta lei però è l'amante di un altro. In un pezzo scritto da lui. Vedi Baustelle e "Cinecittà". Il pezzo trainante del film, omonimo, è un successo colossale, ipnotico country folk in inglese maccheronico formato export. Si definisce il suo nuovo personaggio: non più molleggiato, ma visionario profeta neofrancescano. Finisce lì, però: film troppo difficile per il pubblico ("dovevo pagare i debiti, facendo il cantante o l'attore guadagnavo di più", dirà). Ultimo colpo di coda, "Svalutation", 1976, ritorno al rock e all'invettiva: c'è pure la pausa di "Mondo In Mi 7". Ma ormai ripete se stesso, come "Soli" (1978) ripeterà "Viola" e segnerà l'avvento nel Clan del letale Toto Cutugno.
Di Capossela, Baustelle, Tre Allegri Ragazzi Morti e Mike Patton ho già detto: nel mainstream Celentano è responsabile delle arie da predicatore buonista di Jovanotti, delle favolette moralistiche di Ramazzotti, della trasgressione sorniona e innocua del ventre profondo dell'italietta di Vasco Rossi. Come dire di tutto.
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