
Al Festival di Sanremo "Vacanze Romane" conquista solo un premio della critica e un quarto posto. Ma poi svetta ai primi posti delle classifiche di vendita e ci rimane per quattro mesi, trasformando quello che era un gruppo soft rock in una delle migliori band new wave di sempre. Renzo Stefanel ci racconta la storia di "Tango", l'album dei Matia Bazar uscito nel 1983.
Tre febbraio 1983, giovedì: inizia il XXXIII Sanremo, allora come oggi schifatissimo dai più trendy, anche se da qualche anno schierava anche bei nomi. E in quel 1983, c'erano Vasco Rossi con "Vita Spericolata" (finì penultimo, ma ebbe la consacrazione presso il grande pubblico, al suo secondo Festival), Amedeo Minghi con una delle sue uniche due cose degne, "1950" (non arrivò in finale; l'altra cosa degna, per inciso, è "L'immenso", 1977), Sibilla, nuova promessa della scuderia Battiato (non sapeva che si cantava in diretta, e steccò clamorosamente: la sua "Oppio" ne addormentò la carriera, in un periodo in cui tutto quel che il catanese toccava diventava oro), l'ospite Peter Gabriel ("Shock The Monkey"). Poi, il solito carrozzone di italianerie, dimenticabili, dimenticabilissime. E poi, nel piattume tritapalle, spuntano loro, unici a esibirsi sul piano superiore del palcoscenico, scoperti dal sipario come dei neoclassici di un Iperuranio sconosciuto: i Matia Bazar. Niente chitarre, un synth, un computer, una batteria elettronica e un contrabbasso elettrico, vestiti Armani ispirati agli anni 20 per i maschietti, una rielaborazione di un modello di Erté per Antonella Ruggiero, disegnato da lei stessa, realizzato da Pia Rame, la costumista delle star, sorella di Franca. Il brano, "Vacanze romane", è un capolavoro postmoderno di eleganza nostalgico-futurista, che frulla insieme suggestioni exotiche (la peruviana Yma Sumac, che nel ritornello della sua "Karibe Taki" ha un passaggio ripreso dall'inciso dai Matia Bazar), eleganze space age (Juan Garcia Esquivel), reminescenze d'operetta ("Il Paese dei campanelli" di Carlo Lombardo e Virgilio Ranzato: Antonella Ruggiero ne interpreterà il "Fox della luna" il 13 marzo 1983 a "Domenica in", accompagnata al piano da Pippo Baudo), quintalate di elettronica che viene giù dritta da "Metamatic" di John Foxx, l'ex leader transfuga dei primi Ultravox.
(Vacanze Romane, Sanremo '83)
Premiati dalla critica, quarti in classifica finale, settimi nei voti popolari tramite Totip, i Matia Bazar furono rigettati dall'Italia profonda, di pancia, che stravide per le meritatamente dimenticatissime Tiziana Rivale e Donatella Milani e il provincialissimo Toto Cutugno con l'inno nazional-popolare "L'italiano". Ma colpirono al cuore i new wavers nostrani, elegantissimi e diversi da tutti come erano: "Siamo la contraddizione in una vetrina di lusso", dichiarò la Ruggiero. E sì che solo tre anni prima i nostri non erano altro che un gruppo soft rock prossimo alla crisi ("Il tempo del sole" è un album che grida vendetta), hippie da parrocchia che i rockers dello Stivale avrebbero preso volentieri a calci. Poi succede che Piero Cassano, maggior autore della band, si sposa e se ne va (prima tenta la carriera solista, poi costruisce da autore quella di Eros Ramazzotti): e viene sostituito da Mauro Sabbione, sette anni di conservatorio, una nuova passione folle per l'elettronica, in anni in cui suonare "la tastiera del computer era come suonare adesso il tostapane". E tutto cambia. È l'elemento che gli altri Bazar cercano per dare vita musicale autonoma e originale a quelli che da qualche anno sono i loro nuovi interessi: Roxy Music, Kraftwerk, Ultravox, Landscape, Baby Buddha, Klaus Schulze, Tangerine Dream, Brian Eno. Via i capelli lunghi (tranne per Antonella-Matia, che ci rinuncerà solo a metà '82 in favore di una acconciatura alla Mitzi Gaynor), look anni 40, un album, "Berlino… Parigi… Londra" (1981) con qualche buona intuizione ("Fantasia", "Lilì Marlene"), ma anche presuntuoso e infantile, che spazza via il vecchio pubblico e ancora non riesce a conquistarne uno nuovo. Ma ai Matia, che nel 1978 han venduto un milione di copie nel mondo di "Solo tu", non interessa. Trasferiti a Milano (cinque appartamenti nello stesso stabile di Cologno Monzese), respirano arte e avanguardia mitteuropea, e possono aspettare. A luglio 1982 han già registrato "Tango", il nuovo album, ma il produttore esecutivo Maurizio Salvadori (all'epoca lo stesso dei Pooh) ha la bella idea di chiamare Roberto Colombo (Jannacci, De André, PFM, Battiato, Giuni Russo, Camerini già nel carnet) ad aggiustare tutto: "Cominciò a tagliare di qua e di là, soprattutto le tastiere, e per questo non andammo d'accordo", ricorda Sabbione. Ma "vinte le ritrosie degli inizi, siamo andati avanti d'amore e d'accordo", ribatte Colombo. E poi c'è il fattore C: che all'ultimo momento, quando a Sanremo i Matia ci dovevano andare con "Palestina", fa comporre a Carlo "Bimbo" Marrale (il chitarrista) la superhit "Vacanze romane" (Golzi, accreditato, fu fatto firmare "esclusivamente per farlo diventare socio siae", racconta Mauro Sabbione, la cui fornitissima rassegna stampa all'indirizzo www.sabbione.com ha permesso quest pezzo). Aldo Stellita (il bassista) ci mette il testo, che parla di una Roma "incredibile, irreale, una Bisanzio reinventata alla vigilia del Duemila", zeppo di riferimenti colti e sibillini. Ai discografici, ovvio, non piace. Il 45 giri invece lo compreranno in 500.000, e sarà il vincitore morale di Sanremo: il 4 marzo è già settima in classifica; il 12 conquista il primo posto, difendendolo per nove settimane dagli attacchi di Cutugno e di Pippo Franco che in un paio di occasioni glielo scippano; il 14 maggio comincia a scendere, ma abbandona la Top Ten solo l'11 giugno.

Ma l'album, che esce poco dopo, è ancora meglio: "Tango" è senz'ombra di dubbio il miglior disco di elettronica spuria anni 80 prodotto in Italia e fa dei Matia Bazar, assieme ai successivi tre dischi, il nostro miglior gruppo new wave di sempre. Ogni brano meriterebbe una trattazione a sé: basti dire che, oltre alle influenze succitate, affiorano i Japan di "Tin Drum" e il Bowie di "Low" in una sintesi originalissima ed estetizzante; i testi poi, sono tutti schegge, frammenti e suggestioni, anche esoteriche (su un verso come "I Faraoni di Mercurio affogano" ci sarebbero da scrivere pagine). Il tour inanella 106 date, tra oscuri angoli di provincia, grandi città e la puntata canadese a Toronto, dove i Matia suonano davanti a 60.000 persone, mentre sugli altri palchi si esibiscono David Bowie, Supertramp, Van Halen e Culture Club. Il live show è una fusione di elettronica, teatro, balletto, operetta, architettura: le scenografie, metafisiche e costosissime, sono dell'architetto Alessandro Mendini e dello Studio Alchimia; il concerto si apre sulle note dell'aria "Donne donne eterni dei" da "La vedova allegra" di Franz Lehar, con i tecnici che entrano in scena a mo' di boys; lo show narra in quattro atti, con intermezzi recitati e tra videoproiezioni, la storia d'amore di Alfa e Omega, i due ballerini stilizzati sulla copertina – elegantissima – dell'album, interpretati da Maria Cinzia Bauci e Roberto Spagnoli; i brani erano tutti tratti da "Tango" e "Berlino… Parigi… Londra", con l'eccezione della pinkfloydiana "Cavallo bianco" (1975) e di "C'è tutto un mondo intorno" (1979). I Matia suonano, cantano e mimano: la Ruggiero dimostra di aver mandato a memoria ogni mossa del Bowie di "The Width Of A Circle". Alla fine, niente bis: dagli altoparlanti, "Il Paese dei campanelli" di Ranzato.
A questi Matia Bazar si interessò, per produrli, Conny Plank: nel suo carnet, Kraftwerk, Neu!, Ash Ra Tempel, Echo & The Bunnymen, Devo, Ultravox, Daf, Eurythmics, Killing Joke, Brian Eno, Can. I discografici italiani se la fecero sotto, e i Matia non ebbero la forza d'imporsi. Sabbione se ne andò, deluso. Gli altri sbandarono in "Aristocratica", poi presero Sergio Cossu alle tastiere e risorsero nell'85 con "Ti sento". Ma questa è un'altra storia.
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