
"Non so" dice nero.
"Risposta sbagliata" dice verde
e appoggia gli occhi sugli occhi di nero.
Sui miei.
Di sbieco, come a domandare.
Diretti, come a fucilare.
Verde che incrocia nero
e nero che non capisce il senso.
A dividere, la distanza di un tavolo,
centrimetri da qui a lì
e parole intorno di sera scaduta in noia.
A dividere, parole post-cinema di gente infrasettimanale.
Parole di pizza a taglio e birra in bottiglia.
Parole che nulla sanno di occhi verdi che inchiodano occhi neri.
E sul tavolo il silenzio cade distillato come un tesoro.
Goccia a goccia riempie tutto, anche gli occhi.
E verde se ne accorge
e sente che ora bisogna agire,
ora
domani non conta,
ora
e di colpo decide,
annulla distanze,
si alza e protende,
si alza e avvicina,
si alza.
Verde in sospensione sul tavolo bianco-quadrato-anonimo del bar.
Verde e la forza di giovani domande
in jeans e maglione.
Verde che invade nero,
lo attacca fiero,
verde che negli occhi ha pistole e praterie
colline e armamenti
cose
che potrebbero uccidere chi
come nero
come me
ha lasciato a casa difese e armature,
ha dimenticato di scavare trincee
d'imbracciare fucili,
uccidere chi
come nero
come me
anche volendo
non saprebbe sparare.
Verde arriva e travolge.
Nero lo spinge.
Nessun gesto, in apparenza.
Solo una guerra d'occhi
combattuta immobile,
guerra di due seduti al tavolo bianco-quadrato-anonimo del bar,
guerra di verde che trapana nero
e nero che non capisce il senso.
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