
Domani. Come un anno fa. Ma senza di te.
Cagliari. Anfiteatro Romano. 21 settembre 2007.
Per chi può.
Dicevi no, non posso riposare.
E quel no ti spingeva di gambe, teneva alta la voce, sosteneva un torace in trasparenza.
Così le costole erano corde d'arpa e il tuo fiato le suonava.
Quel tuo no ci faceva dimenticare i capelli lunghi e neri d'un tempo. Quel no sfidava il labile, il tentenno del se. Le flebo, la fame, i tuoi 51 kg.
Non vidi mai forza più grande -e tale possenza in trabocco- nei giganti più grandi di te.
Io non ce l'ho. Mi commuove la tua, anche oggi che è passato un anno. E non ci sei. Di pelle e odore, intendo.
Tu al vento ci stavi in contrasto e dolcezza. I vènti sardi, per come li conosco, per come me li rotolo addosso nelle ferie in settembre, sono crudi se vogliono. Lo sanno bene i pini delle dune di Scivu, piegati in ginocchio e devoti. Come me. Per rispetto.
Tu a quel vento ci sei stato fino a poco prima. In barba alla Scura che, forse per indulgenza, attendeva di lato ancora in quel 22 settembre 2006 a Cagliari. T'avevano detto di stare seduto. Te lo dicevano i due alieni che intanto si stavano mangiando stomaco e fegato. E tu un po' ci sei stato. Ma la voce da seduti perde vigore e figurati se ti andava bene. E allora in piedi, che si fottano gli alieni, in piedi lì, d'una magnificenza tragica e mistica. E la voce, tutta. Piena. Allora la Scura il palco l'ha lasciato a te, a noi di rimando godendoti. Ti aspettava, la Scura, cantare e non disturbava troppo. Tanto sapeva che ti avrebbe avuto a lungo, lei, fortunata.
Tu la Scura me l'hai fatta a tratti anche accettare, sentire parte dello scorrere. Gli alieni abitano l'universo, ci sono anche loro. Sembrava normale, guardandoti, normale che si possa in un anno svanire, farsi sapire dagli alieni. Ne parlavi come antico Shardana che sfida, conquista e calpesta poi luoghi sacri in consegna di doni al dio. Shardana che crede all'indissolubile legame di sabbia e cielo. Si affida.
E come Shardana sfidavi teorie di stasi, che ti avrebbero voluto vinto e disteso, succhiavita da macchine chimiche. Quelle teorie che da sempre portano archeologie a dire che il sardo è popolo di terra che dà le spalle al mare. Non è vero, io lo so. Io l'ho visto il mare negli occhi dei sardi. Ce l'hanno nella linfa. Sanno di sale anche quando non vogliono. Le ho sentite le parole che usano per raccontarlo ai continentali.
Il mare lo insegnavi anche tu, oltre a cantare, oltre a poetare una terra. Tu nel mare trovavi casa. Eppure ascoltandoti io vedevo zolle e rocce, arbusti bassi e contrasti, olivastri, mirto e foreste, maschere, crudezza e verità del sudovest ancora vergine di turismo, cartacce e facce alla moda. Vedevo le feste di paese e i silenzi. Rituali e non risposte. Gli strati delle cose, uni sugli altri. Il sudovest del fluminese, che Cagliari è lontana 80 km e l'aria non sa di traffico. Che le miniere regalano ancora colori e non si scherza. Che se scalzi la terra con un piede trovi la Storia.
Ho cominciato ad andarci per via di te, spinta dal tuo canto. Tu non eri lì, sei d'altrove, ma era quella la Sardegna che sentivo nelle canzoni. Erano quelle, insieme al centro dell'isola, assolato e bellissimo e barbagico, le impronte sonore che facevano l'eco ai cd. Era lì che la tua faccia sarda, solcata, arata e scura doveva essersi disegnata anni prima, pensavo.
Ombre di zigomi tesi, naso che fende verticale il tramonto. Faccia di vento in sfida buona al mare.
Non eri un uomo, per me, al liceo, quando iniziai ad ascoltarti, folgorata. Antonio e Claudia mi prendevano in giro, intrisi d'altro. Quel cantare in sardo, e che vuol dire? Non eri un uomo. Eri un'essenza. E ringraziavo la tua magrezza perché mi sollevava da zavorre di corpo ed estetica nel guardarti. Non eri corpo e forse per questo oggi, un anno dopo, che il tuo corpo manchi non è un limite per amarti. Semmai, una rabbia perché non potrai evolvere e farci sentire altre novità.
Stavo li e internet non c'era e mi affannavo a cercare i testi. Quando li trovavo, smodati tentativi di venirti dietro cantando in sardo. Lo faccio tuttora a volte. Quando siedo davanti ad Ivo e Bruna, gli amici di Portixeddu che ormai vado a trovare da qualche anno, ridono se provo ad intonare 'Etta abba, chelu, chi cust'annu semus sididos. Perché non torna, la mia pronuncia, e non deve tornare. E allora li faccio cantare al mio posto e il mirto scende anche alla tua salute che la Scura si è rubata. Io posso solo amarlo, il sardo, il tuo sardo ed amandolo sono manchevole per forza e di parte.
E poi "Abacada". Proprio l'anno scorso. Lo comprai da Freddy. Solo Freddy poteva tenerlo.
Preso, lo scartai quando ancora ero in negozio. Non ce la feci. Gli dissi "dai, mettiamolo". E d'un tratto l'assoluto riempì gli scaffali. S'attaccò ai vinili, ai cd poppettari di bionde clonate. L'assoluto si palesò come ha sempre fatto in ere e secoli, quando ancora gli uomini vivevano coscienti la propria parte di sogno.
"M'aziat ai su chelu..."
Ere e secoli annientati di colpo danzavano sul palmo delle nostre mani. Parole dal suono musicale, musica prima del suono. Freddy e io di colpo in Barbagia, nell'Ogliastra, nella piana del Campidano e ovunque la Sardegna urlasse orgoglio, calma e bellezza.
"Ae furistera chi bola' in tottue..."
Io e Freddy con Melkart e la Dea Madre in cerchio attorno alle colonne di templi rossastre di tufo e tramonti. Con ogni sorta d'animale, falco e pecora, asino e cavallo, capra e lucertola, cane e toro. Pieni di tradizione. Launeddas, fisarmoniche, bouzuki, tamorra, tar, kanjira per etnici e mediterranei struggimenti. Non sapevamo da che parte guardare. Eri vena di sangue nuovo, in quel cd, cupo, mistico, onirico.
"Lampana ispantados colores..."
Mi uccidesti d'ammirazione. Mi sciogliesti di sensualità. Tu, abacadòre delle mie frenesie di fretta. Alberi, ombre e foreste, scogliere e strade sassose. Polvere e salite. Curve e grotte. Pozzi sacri, tombe di giganti, betili, pintadere, grembiuli di donna che sa e li indossa proprio per sedurre, scuotendo capelli che sanno di terra, cardi e cespugli. Mani a battere ritmiche e tese. Vele e gozzi di pescatori, miniere, navi di guerrieri che combattono superstizioni. Avanzavano nei suoni e nella voce colonne d'uomini antichi. Cadenze sapute e giuste per ottenere il dono, la promessa. Uomini come d'altrove e nostri. Il negozio non era più 2006, mattoni e vetrate e pareti. Era aria a pieni polmoni, suoni a morsi, inverni lunghi, di mani nel silenzio lontano dalle tv. Quei cieli stellati che solo lì, in Sardegna, ho visto. Aloni di luna più grandi di corone d'eclisse. Mi arrendo, pensai, mi arrendo e affido a questi brividi sulle braccia come scosse ancestrali. Aspettavamo il rituale. Entrò qualcuno ma non lo sapemmo mai. Eravamo nell'Abacada: prima parola dell'alfabeto sardo. Abacada come calma, quell'attimo del giorno che non è più giorno e non ancora notte, quello che precede gli accadimenti. Ci vivo ancora spesso, in quell'attimo. Di Abacada mi sono ammalata. Quel cd è stato e sarà molte volte nei miei reading, nel buio di lampade ambrate e parole. Grazie anche per questo. Non ne ho parlato mai. A nessuno. Dei silenzi pieni si può solo scrivere, semmai, e solo dopo del tempo.
Al liceo mi ammalavo di Sardegna senza esserci mai stata. Scrivevo di te sul diario. Ho amato il suono delle tue parole prima ancora di capirle. Come un bambino. Affascinata dalle suggestioni arcaiche che mi dava "sa limba".
Poi il 17 ottobre.
E' scoccato il 51, hai chiuso gli occhi. L'hai fatto all'alba. Nuova metafora. Così, mannaggia a te, hai prolungato all'infinito abacada.
51 non poteva che essere il numero. Sì che c'hai pensato. Non c'entra la cabala. C'entra che lo hai rammentato spesso. E la Scura non la beffi. 51 quando cantavi "tue n'dhas solu chimbantunu ma paren' chent' annos", 51 quando raccontavi delle quaranta, cinquanta, cinquantuno ferite di coltello nel cuore dei "pitzinnos in sa gherra". 51 i tuoi chili, perdio.
Suono d'uomo eri e sei.
E ti ringrazio, Andrea.
Tu eri i Tazenda. Come se la sarà risa Asimov, eh? Quel suo pianeta, Star's End, storpiato e immortalato per sempre.
Tu sei la Sardegna, quando ci vado, perché tu mi c'hai fatto andare. La covavo dentro come una malattia. E lo chiamano mal di Sardegna, lo sai. Non se ne guarisce. Ci si può solo tornare, lenire il dolore. Io lo faccio ascoltando te.
Anche con te sono cresciuta.
Ti amo come si ama chiunque indichi una strada buona. Ti amo senza corpo e d'essenza. Ti amo come nessuno dovrebbe mai vergognarsi di dire agli uomini e le donne che gli hanno donato quei brividi.
Al mio collo, oggi, il capovolto d'argento che ho comprato quest'anno al nuraghe Losa. Si aggiunge alla mia collezione.
Tu lo sai cosa rappresenta.
Anche i sardi lo sanno.
Ti celebro così. In gesto e parola.
Una stamani m'ha detto: ma che è, un ragno?
Forse.
Nella tua rete, in fondo, ci sono finita anni fa, al liceo. Da allora, impigliata.
Grazie, Andrea. Anch'io come te non potho reposare.
Cagliari. Anfiteatro Romano. 21 settembre 2007.
Per chi può.
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