Ghemon

L'hip hop non cambia maiIntervista

L'hip hop non cambia mai
11/04/2012 di Enrico Piazza

Ghemon è sempre stato un rapper atipico, lontano dagli stereotipi e vicino alle emozioni. Il suo è “rap col montgomery”, roba elegante ma versatile. Così elegante da piacere a Tiziano Ferro e così versatile da spingere Ghemon a cercare un cambiamento, prima annunciato apertamente e poi tenuto in sospeso. Una lunga chiacchierata sulle sue scelte passate, presenti e future, sulla necessità di mettersi in gioco, sulla musica italiana e sul suo pezzo all'interno di “Con Due Deca”, la compilation di cover degli 883.

 

Da “Qualcosa Cambierà” a “Qualcosa È Cambiato”. Ovvero: cosa ti aspettavi allora e cosa è successo oggi?
Quando ho scritto “Qualcosa È Cambiato” mi aspettavo di entrare in questo “mondo dorato” dell'hip hop nazionale, avevo tanta voglia di emergere all'interno di una cultura che ho amato sin da subito. Che poi il titolo è stato immediatamente frainteso da tanti colleghi, additato come un tentativo di alzare la cresta. In realtà c'era molto amore in quello che facevo, ci credevo un sacco.

“Alzare la cresta” nel senso che si poteva pensare volessi importi come il cambiamento annunciato?
Beh, quantomeno c'era la volontà di provare a fare qualche cosa di un po' differente. Prima che uscisse “Qualcosa Cambierà”, a chi mi chiedeva cosa volessi fare rispondevo che avrei voluto incidere il più bel disco di rap italiano di sempre. Ovviamente fu vista come una dichiarazione immodesta, ma per me era un impeto d'amore nei confronti della musica. Il fatto è che secondo me, quando uno ha un sogno, non è che può cercare di realizzarlo a metà. Il titolo andava letto come qualcosa del tipo “voglio fare questa cosa mettendoci tutto il mio impegno e la conoscenza, cercando di dare il meglio”. Perché la speranza era di fare un lavoro che venisse in qualche modo ricordato. Mi torna in mente anche una chiacchierata con Marracash su Skype, non era ancora uscito “Roccia Music”, quindi si parla di 2006. Discutevamo del nuovo concetto di “Mixtape”, ovvero del passaggio da semplice nastro miscelato a vero e proprio street album. Il modello era Saigon, che aveva da poco fatto uscire un “Discography Mixtape”, una raccolta di vari inediti mai pubblicati per una serie di motivi. E l'idea era proprio quella: avevo mille pezzi in giro che non avevano mai visto la luce e volevo metterli insieme in un unico prodotto. Il modus operandi era quindi questo, ed è rimasto lo stesso anche in “Qualcosa È Cambiato”.

Nel secondo caso il titolo indica però qualcosa di già compiuto. C'è quindi stata la “rivoluzione” che presupponevi all'inizio?
È che ormai gli equilibri erano cambiati, e il titolo – anche in questo caso – non va visto come qualcosa di supponente. Più che altro è indicativo di una maggiore disillusione rispetto al passato. È un lavoro da cui non mi aspettavo nulla - a differenza di “Qualcosa Cambierà” - e invece i risultati si stanno rivelando più che soddisfacenti. Mi ricordo che parlando con Kiave del disco dicevo che sentivo la necessità – in ambito musicale – di fare un passo avanti. O di lato, ma comunque di spostarmi di uno step. Non credo sia il passo “illuminato” e nemmeno che sia una roba necessaria per tutti. Fatto sta che volevo provare a cambiare ancora, senza però avere troppe aspettative. Ma quando è uscito il video di “Fantasmi”, ho notato che qualcosa si muoveva, era un po' come la ciliegina messa su una torta che stavo cucinando da anni. “Qualcosa È Cambiato” in questo senso quindi, è il completamento di un quadro.

Ma alla fine com'è poi andata a finire la storia? “Mi ritiro”, “Continuo ma cambio stile”, “Faccio un ultimo disco rap”. Insomma, hai pubblicato “Qualcosa È Cambiato” in un periodo di transizione. Cosa dobbiamo aspettarci adesso?
Guarda, ne parlavo la scorsa settimana con Al Castellana, che musicalmente per me è una guida fondamentale. Anche lui mi faceva la stessa domanda, voleva sapere come era poi andata a finire la faccenda, anche perché gli avevo già confessato tempo prima il bisogno di fare qualcosa di nuovo e diverso. Non ne ho voluto più parlare per due motivi: primo per non mandare in confusione nessuno, e secondo per non farmi pubblicità o comunque lucrare su una sorta di “effetto falso allarme”.

Ma sinceramente non credo sia tanto questione di lucrare, almeno dal mio punto di vista. Ascoltando l'ultimo lavoro si sente proprio l'esigenza di cambiare ed evolversi, a prescindere da dichiarazioni esplicite come “Sarò un b-boy anche nei miei dischi cantati”. È che anche dal punto di vista della scrittura, mi pare tu stia andando sempre più verso un percorso in qualche modo cantautorale...
Sì, sicuramente. Il fatto è che quando ho detto “mi ritiro”, sentivo di aver raggiunto un mio equilibrio all'interno del rap, anche perché sto ricevendo un sacco di input esterni alla scena che mi hanno fatto pensare che in ambito strettamente hip hop non potrei più avere un grosso miglioramento. E dato che sono uno che vive di cambiamento – i titoli dei dischi parlano chiaro – non credo che quella attuale sia una cosa che potrò portare avanti all'infinito. Ho praticamente già pronto un nuovo disco, e spetterà agli ascoltatori valutarlo e capire in quale nuovo ambito mi sono spinto. Ma non ne ho più parlato, perché nel momento in cui ho deciso di raccogliere i miei inediti e pubblicarli in “Qualcosa È Cambiato” non volevo assolutamente speculare sul fatto che sarebbe potuto essere il mio ultimo album hip hop per cercare di vendere più copie. La famosa dichiarazione l'ho cancellata e messa a tacere in un secondo momento non perché non fossi convinto delle mie parole, e sottolineo anzi la sincerità di quanto scritto. Ma sono contento che in molti hanno capito che non si trattava di un addio, ma di una semplice necessità di evolversi, di provare cose nuove.

Ma è anche una questione di ascolti?
Anche. Confrontandomi con altri “colleghi” ho finalmente capito quello che davvero stava alla base della decisione dei vari padri del rap italiano nel momento in cui hanno pensato di staccarsi dal nucleo politicizzato delle posse e dare una identità all'hip hop. Il fatto è che si è però venuta a creare una mancanza di osmosi, e il nostro è rimasto un movimento chiuso in se stesso. Io all'epoca, quando ascoltavo “Two Princes” degli Spin Doctors o “Black Hole Sun” dei Soundgarden mi sentivo in colpa. E secondo me questa cosa è il male assoluto, a 30 anni non voglio più rendere conto di niente a nessuno. Posso ritenermi la persona più hip hop del mondo nonostante ascolti anche altra roba. E ci sono tante persone, provenienti da ambienti musicali diversi, che non fanno queste distinzioni, e ti fanno pensare che ci sono tanti mondi con cui sarebbe bello confrontarsi, anche per semplice sfida personale. È una cosa che un po' fa paura, perché vuol dire spingersi oltre la zona di comfort e rischiare. Ma il cambiamento era già cominciato nel momento in cui ho iniziato a studiare canto, e mi son trovato di fronte a una miriade di input che provenivano non solo dalla black music. Allora ho pensato che non era giusto limitarsi quando ci sono i miei modelli – come Phonte o Mos Def - che sperimentano mille cose diverse.

Senza attraversare per forza l'Oceano, il primo nome che mi viene in mente - parlando di cambiamento - è quello di Neffa.
Ma infatti pensando a Neffa mi viene sempre un senso d'ansia, perché a conti fatti ha aperto una via importante. E come lui anche Tormento, che pur continuando a fare rap è sempre stato molto aperto su vari fronti. Il fatto è che prima era tutto organizzato a compartimenti stagni, e se ti mettevi all'improvviso a cantare voleva dire che l'obiettivo era quello di avere un tornaconto commerciale. Io invece ora capisco le interviste a Neffa che leggevo ai tempi, quando diceva che il campionamento gli aveva aperto nuovi orizzonti e fatto capire che il bello poteva essere anche in altri tipi di musica. All'epoca questa cosa mi faceva non poca paura, mentre ora mi sembra una figata. Ci sono troppi input interessanti che provengono dal mondo della musica, e rimanerne immune mi è diventato impossibile. Dal soul e dal funk sono passato ad esempio a comprarmi un cofanetto di Luca Carboni, un po' perché mi ricordo me lo faceva ascoltare mio padre, e un po' perché ho capito che la scrittura nella musica italiana può offrire vari spunti interessanti che non meritano di essere trascurati. Voglio provare a miscelare tutta una serie di influenze e vedere cosa ne viene fuori.

Però un cambiamento come quello affrontato da Neffa fu visto come un totale sacrilegio. Di fronte a un tuo possibile cambio di rotta mi pare invece ci siano curiosità e pareri tutto sommato positivi.
Sì, anche perché ho preparato per tempo li ascoltatori, a volte prendendomi anche dei sonori “vaffanculo”. Ma cerco comunque di essere vero in ogni cosa che faccio, e le persone che mi seguono si aspettavano che le cose potessero andare in una direzione differente rispetto agli inizi. Si aspettavano che qualcosa sarebbe cambiato, sempre per rimanere in tema.

Ma esperienze come quella della Redbull Music Academy Bass Camp, dove praticamente ti sei trovato in una situazione di convivenza con altri artisti provenienti dai più disparati ambiti, ti hanno invece portato qualcosa in questo senso?
Per forza, anche perché al momento di partire per il Bass Camp avevo già questi pensieri, che però mi spaventavano un po'. Essere lì in mezzo a condividere le mie idee con altre persone, mi ha fatto sentire meno smarrito, e mi ha permesso di capire che la voglia di fare altro poteva diventare una peculiarità da sfruttare. Anche quando ho fatto “E poi, all'Improvviso, Impazzire” la paura più grande era quella di essere etichettato come “Il rapper dell'amore”, dato che si trattava di un disco che in qualche modo gravitava intorno a quel tipo di sentimento. In quello nuovo ho invece dato una prima timida dimostrazione di come possano tranquillamente convivere più anime. Il pezzo con Katerfrancers ad esempio era inizialmente su un beat electro a 120 Bpm, che poi abbiamo deciso di rifare così come lo senti sul disco perché non volevamo cavalcare l'onda del momento, che tra l'altro è ormai un'onda lunga. Fin troppo lunga. E abbiamo quindi scelto di arrangiarla a modo nostro. Per tornare a un paragone che si è sempre fatto, è vero che inizialmente potevo essere interessato a Common, ma adesso sono molto più attratto da quello che fanno Mos Def o anche Mike Patton: essere versatili e trovarsi in più situazioni senza mai essere fuori luogo.

Dicevamo prima di questa spinta “cantautorale” che si può riscontrare nei tuoi testi. Rimanendo in Italia, quale sono i nomi di cui più senti l'influenza al momento?
Ti ho detto prima di Luca Carboni, pezzi come “Vieni a Vivere con Me” rappresentano in qualche modo la mia adolescenza, era la roba che mi faceva ascoltare mio padre. Da lui ho imparato a conoscere anche De Andrè, mentre ho scoperto da solo Pino Daniele, i suoi bridge fulminanti e la sua scrittura emozionale della prima ora, fatta di immagini. Ho ascoltato un sacco Piero Ciampi - grandissimo – ma anche Bruno Martino e Paolo Conte, andando più verso il jazz. E poi Vinicio Capossela, Dente, Dellera. Tutte cose che ascolto per imparare, ma anche perché mi appassionano.

E gli 883 invece?
Ti racconto un aneddoto: ho giocato a calcio in maniera piuttosto costante fino a 16 anni. Un giorno, in occasione di un allenamento, ho finto un malore perché volevo andare in questo negozio di scarpe che aveva le prevendite per il concerto degli 883 ai tempi di “Hanno Ucciso l'Uomo Ragno”, la roba più big che c'era all'epoca. È stato il mio primo concerto. E da lì non ho mai perso il contatto con loro, perché in qualche modo gli 883 o Max Pezzali erano sempre presenti nelle orecchie, anche senza volerlo. Ai tempi dell'università, ad esempio, c'era uno dei miei più cari amici che mi bombardava con le loro robe, anche se io ero ormai lontano dal punto di vista degli ascolti.

E quindi hai scelto di rifare la loro “T.p.s (Ti Porto Sfiga)”, dove tra l'altro dai un primo assaggio di un Ghemon che con il rap non ha più molto a che fare. Avrei potuto fare tanti pezzi degli 883, magari qualcosa che mi ricordavo bene. E invece ho scelto di fare “T.p.s.”, che ai tempi era stato censurato per via delle parolacce e che quindi scoperto solo dopo. E dato che io ho sempre avuto come ispirazioni nomi come D'angelo o Dwele, ho sentito nel brano scelto una cosa che mi ha ricordato immediatamente il mondo del soul: praticamente c'è Max che fa la voce principale e poi delle risposte che ripetono. Ed è una cosa che mi ha colpito parecchio, e mi ha spinto a scegliere proprio quel pezzo.

A proposito di D'Angelo e italiani che lo ricordano: gira il singolo nuovo di Tiziano Ferro, di chiara ispirazione dangeliana nonché malcelato omaggio a “Just Friends” di Musiq Soulchild. E tra l'altro corre voce che Tiziano sia interessato alla tua roba.
Adesso non posso scrivere il mio numero di telefono su Rockit, ma se Tiziano Ferro vuole chiamarmi può farlo quando vuole [Ride, Ndr]. Scherzi a parte, la cosa brutta degli artisti che provengono da un certo ambiente e poi svoltano a livello mainstream, è il pensiero che chi è rimasto nel circuito underground può avere scarsa considerazione del loro lavoro. In realtà ho sempre ammirato la sua capacità di arrivare alla gente, sin dagli inizi. Anche perché ho sempre ascoltato R. Kelly, e quando Tiziano Ferro è uscito con “Perdono” - che era un chiaro omaggio - ho sperato in uno sdoganamento di una scena R'n'b italiana. E anche man mano che andava avanti ho sempre apprezzato la sua scrittura, riconoscendo le radici da cui arrivava. Credo che nessuno – nemmeno fra i puristi - possa davvero avercela con Tiziano, perché alla fine bisogna ammettere che è bravo. Non l'ho mai incontrato, ma mi è arrivata voce che dice del bene su di me. Ora non posso sbilanciarmi più di tanto – dato che con l'esperienza ho imparato che finché non vedo non credo – ma ribadisco che c'è del rispetto anche da parte mia, e sapere che è interessato a quello che faccio mi fa solo piacere, anche perché sono sicuro che gli ascolti sono comuni.

Ci sono lavori in corso?
Beh, a parte il pezzo degli 883, che spero tutti capiscono e accolgano con un sorriso, uscirà il video del singolo nuovo, il pezzo con Killacat. È un singolo “people choice”, dato che durante i miei live è quello che ottiene il miglior feedback, e che tutti cantano in coro. E poi stiamo sempre andando avanti con i live, con un calendario piuttosto fitto e un ottimo riscontro di pubblico. C'è sempre tanta gente e tanto calore, è una bella sensazione.

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