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Fausto Rossi ha respirato gli anni 80 da solo. In assoluto il più solista tra quei pochi solisti (Garbo, Alberto Camerini, il primordiale Ruggeri o lo stesso Battiato) che hanno nobilitato con il loro songwriting i primi anni di quella decade dominata quasi esclusivamente da gruppi più o meno contingenti, più o meno derivativi. Il più ermetico e invisibile di tutti, fuori dagli schemi fin dagli esordi, per la scelta di accordi, parole, pensieri, e persino nella scelta di quell'enigmatico nome d'arte (Faust'O) che si porterà dietro fino al 1986. Un'invisibilità personale e artistica violata con smisurata parsimonia e saggezza solo quando la musica e la comunicazione diventavano umanissime necessità. Così, a dodici anni di distanza da "Exit", il musicista friulano torna alla luce del giorno con "Becoming visible", disco filiforme, sincero, maturo, intimista e per certi versi liberatorio. Dotato di monocellulare bellezza l'undicesimo lavoro di Rossi celebra l'essenzialità lirica e melodica lungo una prospettiva prettamente acustica e sentitamente spirituale, affidata a poche ma calorose vibrazioni di voce, chitarra, basso e pianoforte, da godersi e ascoltarsi all'istante, come note sconosciute scivolate fuori da una finestra socchiusa sopra un marciapiede trafficato. Solo 8 ballate per immortalare la vivida istantanea di un uomo avulso dalla cannibalesca quotidianità, creatura musicale refrattaria ai "tempi moderni" e per questo viva! "There's a secret place where people hide themselves / Behind a wall of clouds / Happiness is guaranted for anyone who leaves his head at home" recita l'apertura di "Paradise", l'episodio più illuminante del disco. Come a voler dire ai più distratti "Hey, ci sono anch'io, ma il mio tempo ed il mio spazio sono altrove".


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