Senz’altro un secondo album eclettico quello di Phoenix, musicista e produttore, oltreché patron della Nomadism Records. Il contenitore di base è quello dell’elettronica, nelle sue varie declinazioni: dal drum and bass alla lounge, al trip hop. Le contaminazioni sono però moltissime: metal, etno, colonne sonore, new wave. Ci si imbatte così in “Thru the fire (Dark West)”, una sorta di “Du Hast” dei Rammstein coverizzata dai Primal Scream; “New Dawn (Astral Travel)”, che mette i Soulsavers in un’inedita posa Buddha Bar; e ancora “Astrism 11:11 (Samadhi - Train To Nirvana)”, con i sue interminabili intrecci di sitar.
Lo sperimentalismo e il citazionismo prevalgono per tutta la durata, decisamente consistente, di “Magick”: sarebbe riduttivo tuttavia bollare come velleitario il progetto di Phoenix, perché parte da buone intenzioni e giunge a un sound compatto, nel suo insieme. L’altro lato di questa compattezza è però la grande monotonia che attraversa tutto l’album, acuita dalla ripetizione ossessiva dei groove e dalla quasi totale assenza di dinamiche. In definitiva, “Magick” merita un ascolto, ma arrivarne alla fine non è un’impresa semplice: 72 minuti di questo pot-pourri, in larga parte strumentale, sono veramente troppi.
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