17/07/2003 di Renzo Stefanel

Dopo qualche anno di appannamento, Elio e le Storie Tese sono tornati alla grande, sfornando il miglior album di sempre dai tempi di "Esco dal mio corpo e ho molta paura", che data al lontano 1993. l'atmosfera e il taglio generale del disco sono invece quelli di "Eat the phikis" (1996), ma con una freschezza che a quel disco, già intriso di stanchezza, mancava. Zeppo di ospiti importanti dello star system italiano più "conservatore" (Morandi, Ruggeri, Andrea Mirò, Max Pezzali, Danilo Sacco dei Nomadi), che accondiscendono di buon grado a prendersi in giro (e del resto chi dovrebbero prendere in giro, gli Elii? Subsonica e Afterhours?), il disco presenta una sequela di brani assolutamente divertenti, intrisi di citazioni musicali tali da far impazzire il più preparato dei critici (ma non i fans: sono quasi tutte su http://www.marok.org/Elio/Discog/cicciput.htm).

"Shpalman", il primo singolo, dal ritornello costruito su un'aria settecentesca di Pascal Collasse, ha tutte le carte in regola per affiancarsi nel cuore dei fans alla mitica "Servi della gleba". Tra le altre, emerge con particolare evidenza "Budy giampi", sulla pena di morte, con citazione di "Fotoromanza" di Gianna Nannini. 6 è costruita su citazioni dei Pink Floyd, il gruppo 'folle' per antonomasia ("Welcome to the machine" e "Shine on your crazy diamond" da "Wish you were here", "Nobody Home" da "The wall": gli album sulla follia) e James Taylor (da "Something in the way she moves", canzone d'amore per una donna "always seems to make me change my mind" e da "Enough to be on your way", dove nel finale si parla di scarpe, oggetto della canzone di Elio) ed è interpretata da Nicola Savino che imita Renato Zero (per il quale si parlava di "Zerofollia" dei sorcini) che si lamenta dei 'ricchioni'. Proprio qui, in questo gioco di specchi da far girare la testa, si svela l'estrema intelligenza del citazionismo eliano, mai casuale, ma sempre animato da una precisa logica contenutistica, che illumina di senso e significato la canzone originale. Così, 12, marcetta in stile fascista (e c'è da giurare che sia reale) esibisce una ripresa del tema finale di "Suite: Judy blue eyes" di Crosby, Stills & Nash. Cosa c'entrano? Di loro si reclama una reunion che periodicamente avviene. Inoltre il pezzo fu scritto per Judy Collins, donna di Stills, che non mise in crisi il gruppo a differenza dei Beatles citati nel testo. Nel finale la ripresa di "Azzurro" di Paolo Conte (sì, quella di Celentano) si aggancia al nazionalismo della marcetta fascista. Come dire con affetto ai Litfiba che sono un patrimonio nazionale, e contemporaneamente dargli la stoccata di essere pezzi da museo. Bastino questi esempi: il disco è comunque godibilissimo anche senza approfondire in simile modo maniacale i riferimenti.

Bentornati ragazzi.

Commenti (1)

  • Sara Caiazzo 01/02/2013 ore 14:00 @sara.caiazzo

    i migliori sul campo

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