Pulp music. Con tutto il carico di follia che può sganciare. E un’infoiato arrembaggio strumentale. I Thrangh, col primo disco che ha proprio quella specifica patina dei “primi”, polposissimi lp di una volta, esplodono. Letteralmente. Scoppiano. Eppure – eppure - sanno cesellare il loro strabordante delirio culturale, prima che musicale, e confezionarlo come solo i grandissimi sapevano fare. Come facevano i Gong, per dire. Distillando un Mondo in 48 minuti.
Potrebbero anche sciogliersi domattina, davvero. Lasciandoci il solo, pienissimo “Erzefilisch” da cullare ogni notte, prima del sogno a sfondo noir che tutti facciamo – ogni notte. Da cullare come qualcuno dovrebbe fare con quegli inquietanti marmocchi che animano lo squisito artwork in un susseguirsi di scene ad alto contenuto di diabolicità post-moderna.
L’ho sentito. Poi ascoltato. Decine. Centinaia. Di volte. Di volta in volta nascevano nuovi riferimenti. Scoprivo il filone jazz-core che tanto amo, dagli Zu di “The Way Of The Animal Powers” ai NoHayBandaTrio. Ma poi andavo oltre. Molto oltre – o comunque: di fianco, di sopra, sotto. Scoprivo l’anima nuda di “Erzefilisch”. La nuda abilità strumentale – quasi alchemica per come monta miliardi di polpose note digerite e risputate - che non è lì ad autocelebrarsi, a vomitarsi addosso. Ma a dare un mefistofelico e suadente corpo ad un’anima scarnificata ed indifesa fatta di sperimentazione e delirio (“Erzefilisch” o “Camadogi” potrebbero bastare ad un orecchio e ad un cuore troppo sensibile). Oltre a scoprire la loro formula musicale, mi scoprivo ad urlare. A cantare testi che non ci sono, travolto da aperture improvvise ed assolutamente di-altri-tempi. Se passati o futuri, non so (“Agghlartagh”). Forse guidato da quegli irresistibili sax tenore ed alto manovrati come piume e trivelle al contempo. Le cui possibilità vengono stirate fino ad impensabili soluzioni estreme. Per poi ripiegarsi - con grande stile e dolcezza, segno di grande competenza come quella dell’intero quartetto - anche in territori che dal jazz-core saltano magari sulla fusion più tosta. E ripartono in scalmanate tirate noise-rock.
Senza pensarci. Intellettualismo zero: qui, più che la testa, c’è la pancia. L’eleganza di una bestia.
Inutile dare altri riferimenti. Scontati. Importanti – sempre. Ma ridondanti – dovrei ripartire da Zorn, al solito. Basta. C’è solo, appunto, da guardare avanti. Ad una profondissima pulp music frutto evidentemente di un’unica session suddivisa in dodici parti, alcune delle quali nemmeno nominate. Ispirazione pura guidata da una sperimentazione hard. Che però, come dire: tiene insieme, lega, intreccia. Vediamo: tornisce un suono spaventosamente maturo e affascinante.
Un demone, ecco. I Thrangh sono stati il demone che ha tormentato il mio ultimo mese di vita. Che t’acchiappa lo stomaco che sudo pure adesso, mentre scrivo. Che stai lì e non sai più che inventarti. Se non che ti servirebbero dei versi onomatopeici, più che delle parole, per dire ancora qualcos’altro di un disco che farà (la sua) storia.
Commenti (13)
- 30/04/2007 ore 10:49
anonimo @Io ho il lavoro precedente, e tutto quello che qui si esalta in realtà è un ammorbamento infinito. questo lavoro continua a mostrare la totale mancanza di un briciolo di originalità. troppo derivativo, troppo "copione". una cover band triste
- 01/05/2007 ore 00:19
anonimo @è forse il miglior disco uscito negli ultimi tempi
anche io non riesco a tirarmene fuori
quando inizi........lo finisci sempre!!
bella recensione
complimenti
comprate il disco ne vale la pena!!
- 01/05/2007 ore 12:05
Scarpelli @scarpelliammorbanti
ripetitivi
copioni (perchè dire derivativi fa troppo fighetto)
noiosi
ma per fortuna ci sta nerdsattack su musicaroma così simone cosimi (che scrive appunto anche nella stessa webzine insieme ai 3/4 dei thrangh) può fare la bella recensione su rockit.
smettetela di farvi fare le recensioni dagli amici vostri, come Tamagnini.
- 01/05/2007 ore 13:29
deadsuit @deadsuitBoh , ragazzi , non per rompere il cazzo...comunque per quanto possa essere bello il disco(a me non piace) , sono stati usati dei toni esagerati , veramente...sono i toni che si usano per recensire album storici e senza offesa per i thrangh , OGGETTIVAMENTE il loro suono mi sembra un classico jazz-core , con non molte variazioni sul tema.Possono farlo bene quanto volete , ma i toni della rece si devono usare, per me , quando un gruppo inventa qualcosa , e non mi sembra il caso dei thrangh.
Ciao - 01/05/2007 ore 18:40
anonimo @
- 01/05/2007 ore 18:41
anonimo @1:che figura di merda
2:sembra la recensione di un disco dei Pink Floyd.
3:Pseudo??? fa schifo che una testa come rockit faccia firmare gli articoli con pseudonimi da bambini dell'asilo. fate i (pseudo)seri.
grazie! - 01/05/2007 ore 21:30
anonimo @ma noooo!
questa recensione è un pesce d'aprile! dov'è quella vera?
- 03/05/2007 ore 12:27
anonimo @peccato per questa recensioe esagerata perchè il disco è bello.
non corrisponde ai toni usati però, è bello e ben fatto, ma non eclatante.
peccato perchè una recensione così non aiuta ma insospettisce soltanto, a meno che il recensore non sia così sprovveduto da credere in quello che ha scritto. dovrebbe masticare un pò più musica ancora, prima di fare il recensore.
IMHO - 07/05/2007 ore 20:12
anonimo @secondo me tutta questa storia è solo un modo per fare parlare la gente, basta vedere che tutti scrivono nell'altro topic poi nessun commento ai thrangh, che a quanto pare avranno fatto un disco che fa storia ma continua a non incularseli nessuno...
- 20/05/2007 ore 21:39
dreamlady @dreamladySi la rece è un po' esagerata, soprattutto perchè effettivamente di originale non hanno molto. comunque x me rimane un bel disco...