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Flavia Ferretti mette insieme undici pezzi instabili. La mancanza di saldezza deriva tanto dalla struttura interna di pezzi basati su elettriche nervose e voce mai conciliante, quanto dall'andamento da ottovolante cui viene sottoposto l'ascoltatore.

Con ordine. Il canto si pone come indiscusso strumento principe: una vocalità particolare, per nulla intenzionata a sottomettersi alle parole, anzi vogliosa di imporsi sopra di esse e sopra gli strumenti stessi. In questo senso, un possibile rimando è ai Dottor Livingstone, nelle cui canzoni si trovava la voce come elemento destabilizzante. Nei brani di Flavia Ferretti tale effetto è ulteriormente rafforzato dall'avere come base musiche meno contaminate, legate anzi ad un rock anglosassone non molto originale. È proprio all'interno di questa dicotomia che si gioca l'intera vicenda dell'album, capace di esaltarsi, sprofondare e risalire di nuovo nel corso della tracklist. Si fa infatti slalom tra brani compatti e d'impatto e pezzi che sanno di già sentito o in cui la voce fa saltare il banco ricamando leziosità poco digeribili. Il pezzo più riuscito è probabilmente "Gira Intorno", in cui fa capolino un altro eccellente suonatore di se stesso come Mauro Ermanno Giovanardi, che mette in campo carisma e profondità di interpretazione.

Undici pezzi instabili, si diceva poche righe fa. Se, per quanto riguarda la struttura dei brani, l'aggettivo va inteso in accezione positiva, diversa è la lettura per la globalità del lavoro, cui avrebbe giovato non poco una minore discontinuità qualitativa. A metà del guado, si attende il prossimo passo.


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