Dunque Bologna. I Settlefish ripartono dalla loro città, orgogliosi come un gruppo di hooligans, le teste "piene di sogni", i piedi radicati forti fra i ciottoli delle vie emiliane. “Oh Dear!”, terzo album in quattro anni, spiazza ancora, pur confermando le linee guida. "Non amiamo le definizioni, però le troviamo inevitabili", spiegavano qualche tempo fa. Inevitabile, allora, parlare di pop ben orchestrato e spazzapensieri, di chitarre sgangherate il giusto, di linee ritmiche spezzate eppure spesso irresistibili, di una capacità evocativa quasi smithsiana, scintillante e mai banale.
Archiviate nell’angolo “cazzate” dei nostri pc le discussioni sull’emo e sulla presunta inferiorità delle produzioni italiane, ascolto dopo ascolto “Oh Dear!” riesce nell’impresa difficile e disperata di costruire un ponte fra l’irruenza e lo stile hardcore (“What if i refuse to be now left behind”, minacciano subito nel pezzo che apre il disco) e le delicatezze pop (“And this is the story of the boy and why every single day he crawled through the night and cried give me light”).
Lo fa spingendo forte sull’estetica (niente a che vedere con le apparenze, of course): sulla consapevolezza, cioè, di parlare un linguaggio definito e poco incline al balbettio e alle urla. “The Boy and the Light”, “Summer Drops”, “Head full of dreams”: il terzetto stende, fa dimenticare gli episodi meno ispirati, diverte al pari dei compagni di scuderia Disco Drive, ma senza il sovraccarico emotivo e teso del gruppo torinese. Scuote in modo rilassato, il disco dei Settlefish, carico com’è di interludi sottovoce e bordate di rumore.
"Io trovo che il pubblico all’estero, soprattutto in Inghilterra ed in Germania sia un pelo più entusiasta di trovarsi davanti ad un gruppo che suona. Uno dei motivi potrebbe anche essere l’età media del pubblico all’estero, spesso molto più bassa rispetto all’Italia" raccontava Jonathan a Rockit lo scorso anno. Difficile pensare che in dodici mesi la platea indie sia cambiata. “Oh Dear!”, in fin dei conti, potrebbe rivelarsi ancora una volta materiale esclusivo per spillettati parrucconi in All Stars. Ma è bello pensare che i chilometri macinati dal quintetto bolognese, così carichi di significati e polvere, possano garantire alla band il sostegno che merita davvero, sotto il palco e nei negozi di dischi.
Commenti (14)
- 29/10/2007 ore 15:30
anonimo @partiamo con la polemica?:[
- 29/10/2007 ore 15:46
Nicola Bonardi @nicko {C}è necessario?
- 29/10/2007 ore 16:11
anonimo @io trovo che "head full of dreams" faccia molto/troppo A Classic Education.
- 29/10/2007 ore 17:24
anonimo @io trovo che insieme ai jennifer gentle siano l'unico gruppo italiano che abbia una qualche chance all'estero.
- 29/10/2007 ore 22:56
anonimo @questa è davvero buona!
- 30/10/2007 ore 23:25
anonimo @io trovo invece che qua una primascelta ci stava anche solo per head full of dreams... bravi ragazzi. Pezzi orecchiabili, suoni giusti e grande creatività, c'era bisogno di voi!
- 31/10/2007 ore 11:32
anonimo @Ma vuoi mettere con i Ministri? Quelli di Rockit non riconoscerebbero un buon disco nemmeno se domani si riformassero i Beatles..
- 31/10/2007 ore 11:35
Stefano "Acty" Rocco @acty {R}i ...chi?!
- 31/10/2007 ore 17:29
anonimo @bella copertina.
- 03/11/2007 ore 15:26
anonimo @Gran disco! Ma io 'sto hardcore proprio non ce lo sento. Anzi mi pare che loro hardcore non lo siano mai stati.. Al massimo hanno (avevano?) un attitudine punk.
Comunque ci rivediamo a dicembre per le classifiche di fine anno.