Sfera Ebbasta: "Non voglio diventare il Pablo Escobar di Cinisello, voglio stare su un palco"

La trap in Italia era un genere ancora poco esplorato, prima che arrivassero Sfera Ebbasta e Charlie Charles

Sfera Ebbasta Charlie Charles Panette
Sfera Ebbasta Charlie Charles Panette

Se di musica hip hop non ne masticate tantissima, è probabile che abbiate sentito parlare della trap solo per alcune produzioni dance. In realtà esiste tutto un altro filone associato al rap: in questo senso la trap è nata negli anni '90 in America, diffondendosi prima negli stati del sud e poi in tutto il paese (una delle sue roccaforti al momento è Chicago, dove ha addirittura generato un altro sottogenere, il drill). La riconoscete dai suoni molto sintetici, distorti, spesso rallentati, accompagnati da un rap duro sia nei temi che nei modi, ripetitivo, cantilenante, passato attraverso molti filtri vocali ed effetti. Detta così viene poca voglia di ascoltarla, ma effettivamente si tratta di una delle sonorità più cool del momento e anche il pop comincia a saccheggiarla (vedi l'ultimo singolo di Rihanna, "Bitch better have my money"). Ad affascinare è anche l'estetica che ruota attorno al genere: le tematiche legate alla strada e allo stile di vita gangsta, la semplicità e l'immediatezza, le immagini distorte dei visual, i colori accesi che virano verso il viola – un riferimento al cosiddetto purple drank o sizzurp, il beverone a base di codeina che sta alla trap come la ganja sta al reggae.

Se in America il genere va fortissimo e anche nel resto d'Europa si difende bene, da noi nessuno ci si era ancora cimentato con regolarità. A cambiare le carte in tavola sono stati i giovanissimi Sfera Ebbasta (rapper) e Charlie Charles (produttore), due ragazzi della provincia di Milano che negli ultimi sei mesi sono esplosi in maniera virale grazie a canzoni, video e social perfettamente calati nell'universo trap. Da soli sono riusciti a trasformare la loro Cinisello Balsamo, ribattezzata Ciny, nella Mecca italiana di questo sound. Naturalmente, come sempre accade in questi casi, il loro exploit ha sollevato anche parecchie critiche e perplessità (era abbastanza prevedibile che l'Italia non fosse pronta ad accogliere a braccia aperte pezzi come la loro "Panette"). Le loro prime tracce pubblicate su YouTube e l'album "XDVR", però, li hanno trasformati in degli instant idol in grado di conquistare i fan del rap e soprattutto gli altri rapper, che affascinati dalla novità e colpiti dalla loro freschezza snocciolano ormai le loro rime a memoria. Tra parentesi, tra questi ultimi ci sono anche Marracash e Shablo, che non si sono lasciati sfuggire l'occasione di reclutarli per la loro Roccia Music. Li abbiamo incontrati a Milano per capire meglio chi sono, cosa fanno, come la pensano e, soprattutto, dove vogliono arrivare.

Se doveste presentarvi a chi ancora non vi conosce?
Sfera Ebbasta: Siamo le nuove rivelazioni della trap in Italia!
Charlie Charles: Abbiamo ventun anni e veniamo tutti e due dalla periferia di Milano: lui da Cinisello Balsamo, io da Settimo Milanese.
S.E.: Ci siamo conosciuti cinque anni fa, con l'obiettivo comune di realizzare un sogno. E oggi, dieci video e centinaia di migliaia di visualizzazioni dopo, siamo nel roster di Roccia Music e ci troviamo qui con te per un'intervista, incredibile ma vero! (ride)



La trap in italiano è una novità, o meglio, è una novità che qualcuno faccia solo quello e non la usi come un episodio isolato all'interno di un album...
C.C.: La trap è il nostro genere di riferimento: siamo cresciuti ascoltando la roba che arrivava dalla Francia o dall'America. Abbiamo cercato di rifarla a modo nostro, calandola nella nostra situazione e nel nostro paese. Ci rende molto fieri.
S.E.: Ma la nostra non puoi più classificarla come trap e basta: sta diventando un sottogenere nel sottogenere.

Ecco, a proposito, ci sono scuole di pensiero diverse: per voi la trap è un sottogenere della musica hip hop o non c'entra niente? C'è chi dice che abbia più a che fare con l'ondata della dubstep che con il rap...
C.C.: Ma no, figurati! La trap e la dubstep non hanno in comune manco un suono.
S.E.: È evidente che la trap arriva dal rap, anche se ovviamente nella stesura del testo e nel contenuto ci sono parecchie differenze. Il background, però, è quello. Lo dice anche il nome: trap è come dire t-rap. È come distinguere tra rock, metal e heavy metal: sono solo sfumature. Magari in questo caso si parla di argomenti diversi, ma la sostanza resta la stessa...
C.C.: Esatto, è un'evoluzione del rap: come dire, gli antichi sumeri hanno inventato la ruota di pietra e oggi noi viaggiamo coi pneumatici Michelin.

Quali sono gli argomenti della trap, per voi?
S.E.: Dicono che la parola derivi dal covo in cui le gang si riunivano per parlare di business a Chicago. E infatti la trap è questo: musica fatta in casa, che parla di situazioni un po' losche molto specifiche. Non ci trovi canzoni d'amore in cui il rapper di turno racconta che ha litigato con la sua ragazza, per dire. Ovviamente in America le cose sono molto più pese: proprio per questo abbiamo cercato di riadattare il genere per renderlo credibile anche in Italia. Per noi non aveva senso parlare di AK47 o di sparatorie tra neri e latinos.
C.C.: Raccontiamo la nostra realtà: niente pistole e omicidi, ma quello che viviamo tutti i giorni.

Ecco, chiariamo questo punto: sostenete che quello che raccontate nei vostri pezzi non è finzione scenica, è tutto vero. Giusto?
S.E.: Giusto. È il motivo per cui facciamo musica: per raccontare il nostro mondo. Non siamo tipi da canzoni d'amore o roba adolescenziale. All'inizio i nostri erano pezzi fatti per noi e i nostri amici – tant'è che molti di loro sono citati per nome all'interno delle varie strofe – e non ci saremmo mai immaginati che sarebbero esplosi in questo modo.
C.C.: È stato tutto molto spontaneo, non è che ci siamo studiati un personaggio a tavolino.

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A maggior ragione, come vi fa sentire il fatto di essere degli idoli anche per i figli di papà che frequentano i licei classici bene di Milano?
S.E.: Be', ovviamente fa un po' strano: noi ci rivolgiamo a un certo tipo di gente, non pensavamo di arrivare anche a loro. Però guardando il discorso in maniera più generale, è musica: se una canzone spacca, spacca, e può diventare orecchiabile anche per qualcuno che non ha vissuto le nostre stesse situazioni. C'è chi canta "Panette" solo perché gli piace dopo un ascolto superficiale, e c'è chi invece arriva dalla piazza ed è in grado di capire il significato più profondo del testo. E comunque se ci pensi, perfino "Il Pulcino Pio" non parla di un cazzo, però è diventato disco di platino... (ride)

E se vi offrissero un contratto discografico prestigioso, ma solo a patto di fare anche qualche canzone un po' più annacquata in modo da poter finire sui circuiti tradizionali, tipo la radio?
C.C.: No. Piuttosto non si va in radio! Ormai non ce n'è più bisogno, c'è chi fa numeri enormi senza mai passare per i canali tradizionali, come noi nel nostro piccolo.
S.E.: Prima o poi sarà la radio a doversi adattare ai gusti degli ascoltatori, e se gli ascoltatori vorranno Sfera Ebbasta anche se dice cazzo, figa e culo nelle canzoni, saranno costretti a farci passare.
C.C.: E poi, guarda il nostro caso: fino a sei mesi fa tutti ci dicevano che con il tipo di musica che facciamo non saremmo mai arrivati da nessuna parte. E invece...
S.E.: Noi cerchiamo di rimanere sempre coerenti, indipendentemente dal contesto. Qualche settimana fa abbiamo suonato nell'arena dell'Expo, e anche se era una situazione super istituzionale ed eravamo davanti a 10.000 persone abbiamo comunque portato la nostra solita roba. E la gente era contenta così.

Oltre a piacere un sacco al pubblico, tra l'altro, i vostri colleghi rapper vi adorano...
S.E.: Ormai il rap italiano è una cosa fatta e rifatta, vista e stravista. Le novità sono pochissime, e infatti noi puntiamo a fare qualcosa di diverso: forse per quello piaciamo. In ogni caso in Italia è facile essere diversi.
C.C.: Hanno tutti lo stesso pensiero: se voglio arrivare devo fare le cose in un certo modo, magari copiando quell'altro che ce l'ha fatta. Noi vogliamo farcela a modo nostro.

E infatti siete stati reclutati da Roccia Music, l'etichetta-collettivo di Marracash e Shablo, due che sono noti per volercela fare a modo loro. Com'è andata?
S.E.: Ci hanno contattato loro, chiedendoci di incontrarli: ci siamo scambiati un po' di idee e abbiamo capito che c'era la possibilità di lavorare bene insieme.
C.C.: Ci hanno cercato subito dopo l'uscita di "Panette" (una delle loro prime tracce, ndr) ma abbiamo deciso di comune accordo che prima di ufficializzare la cosa era meglio che noi facessimo un album per conto nostro, per vedere se eravamo in grado di sbrigarcela da soli. Dopo l'uscita di "XVDR", che è andato molto bene, abbiamo concretizzato.
S.E.: Ovviamente la tentazione di pubblicare l'album direttamente con loro era forte, però uscire per Roccia Music da subito era rischioso: ai tempi avevamo fatto solo tre o quattro pezzi, la gente ci avrebbe subito puntato i riflettori addosso e magari avrebbe pensato che eravamo dei raccomandati. Abbiamo preferito cominciare il nostro percorso camminando sulle nostre gambe e dimostrare a tutti che non è così, anche se non tutti l'hanno ancora capito: spesso ci danno dei figli di papà e pensano che abbiamo pagato le nostre views... Vorrei dire a tutti, in ogni caso, che anche se fossi ricco spaccherei comunque e sarei comunque in Roccia Music! (ride)
C.C.: Ecco, io invece se fossi ricco non farei il rap! (ride)



Com'è il vostro rapporto con le critiche?
S.E.: Le critiche le accettiamo volentieri, soprattutto se sono costruttive. Anche perché siamo consapevoli di avere appena iniziato, e che non si può piacere a tutti. Però non devono essere fini a se stesse. Troppi, quando non riescono a spiegarsi il successo degli altri, si autogiustificano pensando che c'è sempre qualcosa sotto. Non capiscono che spesso l'unico motivo per cui gli altri hanno successo e loro no, è perché gli altri spaccano più di loro. Ormai in Italia ci sono più rapper che fan, e quindi la competizione c'è su tutti i fronti, anche da parte di chi ti ascolta. Per quanto mi riguarda, però, anche gli hater sono dei follower: se una cosa non mi piace, personalmente non l'ascolto. Se loro ci ascoltano anche se non gli piacciamo, e trovano il tempo di scrivere commenti stronzi su YouTube, evidentemente abbiamo catturato la loro attenzione.

Chi nel rap racconta la strada ha sempre qualche difficoltà ad essere ritenuto credibile, in Italia...
S.E.: Sì, certo, ma in Italia non è ancora chiaro un punto fondamentale: fare rap di strada, o aver conosciuto la strada, non significa essere un delinquente. Io sono incensurato, ma questo non vuol dire che non abbia visto storie assurde con i miei occhi, che non mi sia trovato in alcune situazioni, che non abbia amici e conoscenze che ci si trovano immersi fino al collo. Io penso fortemente che chi fa il criminale, fa quello e basta: non ha il tempo di fare il rapper, né lo vuole diventare a tempo pieno, anche perché i soldi che becchi in strada non riesci certo a tirarli su facendo musica. Per me, invece, la priorità è stata sempre il rap: quando c'era da rischiare più del dovuto o da infilarsi in situazioni davvero pese, mi sono sempre tirato indietro. Non voglio diventare il Pablo Escobar di Cinisello, voglio stare su un palco.

A proposito di Pablo Escobar: le origini della trap come genere musicale in USA sono legate anche all’ascesa della codeina, un derivato della morfina che in Italia si vende solo dietro rigida prescrizione medica, ma che in America e in altri paesi d'Europa è molto diffuso negli sciroppi per la tosse ed è spesso usato a mo' di droga (mescolato con le bibite in un cocktail, il cosiddetto sizzurp). Si dice che all’inizio il ritmo strascicato della trap sia nato proprio per permettere alla gente rallentata dal sizzurp di ballare. Secondo voi c’è una verità dietro a questa teoria?
S.E.: Sicuramente quel sound potrebbe essere legato anche al tipo di sensazione che dà la codeina, ma è come dire che la minimal è legata per forza alle pasticche: dipende da te e da quello che vai cercando nella vita, la musica può prenderti bene indipendentemente dalla droga.

Parlando di voi, però, per l'immaginario collettivo della trap, e quindi anche del sizzurp, ormai siete un punto di riferimento: non amate autocensurarvi, i vostri social così come i vostri testi sono piuttosto espliciti…
C.C.: È un immaginario che sta prendendo piede anche in Italia nell’ultimo periodo. Credo che il nostro successo sia legato molto al fatto che abbiamo creato un mondo attorno alla nostra musica, uno stile di vita: il sound, i video, ma anche i colori, le foto, i gesti tipo la C di Ciny (abbreviazione di Cinisello, ndr)...
S.E.: Alcuni fan ci dicono che vorrebbero passare del tempo con noi, vivere come noi, tanto che spesso ci chiedono informazioni su come vedere i posti in cui viviamo e come fare le cose che facciamo: va al di fuori della musica. La musica, nel nostro caso, fa solo il 50%.
C.C.: La nostra musica è come una bistecca: da sola ti piace, però ti viene più voglia di mangiarla se c'è un contorno di patatine, una salsa, una composizione figa del piatto, le stoviglie e la tovaglia abbinate e un ristorante particolare a fare da sfondo.



I vostri fan ormai lo hanno assimilato, ma quanto è difficile spiegare questo mondo e questo stile di vita ai media che cominciano a interessarsi a voi?
C.C.: Parecchio: sembra quasi che alcuni si aspettino da un momento all'altro che io confessi di essere uno spacciatore... (ride)
S.E.: Giustamente, quando ti ritrovi a fare un'intervista non sempre dall'altra parte c'è qualcuno che ha il tuo stesso background. A volte basta nominare la codeina perché la gente si faccia strane idee e ti prenda per un tossico o un pusher. L'Italia è un paese un po' strano: nessuno fa una piega quando al telegiornale si sente di persone ammazzate in mezzo alla strada, però poi quando un ragazzo di vent'anni ti spiega che a Cinisello c'è chi spaccia e chi consuma, tutti restano stupiti e scandalizzati... C'è un sacco di falsa ingenuità in giro, e un sacco di gente ingigantisce quello che diciamo per rendere gli articoli più interessanti: sembra che Cinisello sia diventato il Bronx, a sentire loro. Invece è un posto normalissimo, dove c'è sia il bello che il brutto, come dappertutto.

Ecco, restiamo sulla musica allora. Cosa vi aspetta in futuro?
S.E.: Innanzitutto dobbiamo andare a controllare se abbiamo preso una multa, perché abbiamo fatto un parcheggio un po' selvaggio per arrivare qui!

E se l'avete presa, la pagate o non la pagate?
S.E.: Paga Marracash! Oppure pago con i famosi soldi di mio padre, che è talmente ricco che quasi quasi gli chiedo di comprarmi direttamente un'altra macchina... (ride) Scherzi a parte, usciremo su iTunes con una ristampa di "Per Davvero" che conterrà anche delle bonus track, tra cui un remix con Marracash e Luchè.
C.C.: La cosa bella è che quel pezzo è uscito l'anno scorso esattamente nello stesso periodo, quindi iniziamo e chiudiamo l'anno nello stesso modo. È come se fosse scritto nelle stelle.

Sfera Ebbasta e Charlie Charles suoneranno il prossimo 21 Novembre a Milano, al Limelight

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L'articolo Sfera Ebbasta: "Non voglio diventare il Pablo Escobar di Cinisello, voglio stare su un palco" di Marta Blumi Tripodi è apparso su Rockit.it il 2015-11-10 16:21:00

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