Essere fan ai tempi dello streaming: a quale tipologia appartieni?

Tutte le illustrazioni sono di Martina Lorusso - L'ascolto della musica ai tempi dello streamingTutte le illustrazioni sono di Martina Lorusso - L'ascolto della musica ai tempi dello streaming
30/09/2015 di Chiara Papaccio

L’italiano - ed è sempre di più quello medio, ci dicono le statistiche - si sta convertendo al digitale, freme per l’imminente arrivo di Netflix, ma contemporaneamente il suo rapporto con l’oggetto inteso come passione culturale dà ogni tanto dei grandi colpi di coda. In un articolo di psicologia pubblicato nel 1982 dal titolo “Symbolic Self-Completion”, Robert Wicklund e Peter Gollwitzer spiegavano che la costruzione e la conservazione di una definizione del proprio sé dipende dall’uso e dal possesso di oggetti - sono loro che ci permettono di definirci come completi.
In altre parole ci sono quelle cose che dicono chi siamo, con buona pace della lodevole lezione dei “minimalisti” Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus, che promulgano l’idea di una vita più piena rinunciando al fardello dell’eccesso di possesso e che spingono verso una completa “nuvolizzazione” della propria vita culturale.
Lontano dalla loro lezione, è indubbio che stiamo imparando ad avere un rapporto di tipo diverso con quello che ci piace, e particolarmente con la nostra personale colonna sonora. Il mondo non è meno ricco di malati di musica, ma certamente cambia il loro modo di rapportarsi a questa forma di amore, che quando era divorante fino a qualche anno fa passava sempre per l’acquisto del disco in formato fisico, per l’iscrizione a un fan club o a uno street team, per l’acquisto di un biglietto di concerto. Senza alcuna ambizione di completezza, dal luddista contrario per natura alle innovazioni tecnologiche ai più entusiasti “abbracciatori” della nuvola sonora e tutto quello che essa comporta, questi sono alcuni dei profili emersi da una fitta rete di conversazioni sull’argomento "quand’è che un disco diventa 'tuo', di questi tempi?"

Gli ascoltatori digitalizzati

Mario, 49, Milano
Mario è un freelance che si sposta moltissimo per lavoro, in Italia come all’estero. Non avendo a tutti gli effetti una casa sua, è condizionato nelle sue passioni dallo spazio che ha a disposizione… o dalla velocità della connessione a internet. “Non ho mai avuto particolare interesse per l’oggetto fisico in sé, e questo vale anche per la musica. Se un disco mi piace molto mi limito ad ascoltarlo e riascoltarlo ossessivamente, ed è così che lo sento più mio”.

Jana, 27, Trnava (Repubblica Slovacca)
Jana è in Italia da quattro anni, vive in condivisione con altri coinquilini, così lo spazio e il budget mensile a disposizione la condizionano molto nel consumo di musica, che rimane la sua grande passione: usa su base quotidiana Spotify, Shazam e YouTube, e pur adorando il formato vinile non può permettersi “di comprare dischi in formato fisico. Magari in futuro…”. Il suo rapporto con la musica del cuore è, se si vuole, leggermente contorto: “La canzone che mi colpisce di più smetto di ascoltarla in streaming, ma torno al download digitale e la tengo in quel formato su un lettore mp3, dove non ho playlist del cuore ma dove ho in un certo senso tutte le cose che mi hanno entusiasmato, quelle che voglio ascoltare e riascoltare senza l’ostacolo della pubblicità. Andrei a molti più concerti perché mi piace sostenere gli artisti che amo, ma anche in questo caso è una spesa che non mi posso permettere quanto vorrei”.

Pamela, 33, Bracciano (Roma)
Pamela è il tipo di consumatore musicale verso il quale YouTube da anni sta cercando di allungare le mani: ascolta canzoni sul posto di lavoro ed esclusivamente da quella piattaforma, senza interesse per le alternative streaming propriamente dette, che propongono una maggiore qualità del file audio. Un pop-up blocker risolve il problema della pubblicità alla radice e la soddisfazione di Pamela è massima, perché “è tutto gratis e ascolto playlist già pronte, senza dovermi preoccupare di perdere tempo facendo ricerche. Così ho il sottofondo per i miei clienti e per me, nei momenti di pausa”. Il disco in formato fisico è diventato un oggetto da regalarsi nelle grandi occasioni, come a Natale, e prevale l’atteggiamento “vado sul sicuro”, ovvero vengono acquistati album di artisti già famosi e con una lunga discografia alle spalle. E se la collezione di album è al completo? “Il concerto, specialmente se in una cornice spettacolare, è la maniera con la quale capisco che sento quell’artista davvero come una parte della mia vita”.

Paolo, 50, Milano
In anticipo sui tempi, Paolo ha iniziato a digitalizzare la sua intera collezione di dischi fra 2011 e 2012, per fare fronte a un trasloco penalizzante negli spazi. Se quel progetto è, nelle sue parole, “miseramente fallito”, da circa un anno "mi sono convertito al sistema audio Sonos: ne ho messo uno in ogni stanza della casa, un po’ come facevano i miei tanti anni fa con la filodiffusione. La musica ormai l’ascolto solo così, o sull’iPhone quando sono in giro o in palestra”. Quando un disco piace davvero? "Piazzo la versione digitale ad alta qualità nella mia library di iTunes e lo ascolto col Sonos, appunto".

Alessandro, 17, Viterbo
“Quando senti che la musica che ascolti è davvero tua?” Dalla mia domanda è nata una discussione fra Alessandro e i suoi compagni di classe. Il cantante del cuore, sostiene Alessandro, se è davvero tale va seguito in tour, e possibilmente per più di una data. Le compagne di banco si spingono a dire che deve esserci una dimostrazione ulteriore dell’amore per l’artista o la band, che il biglietto del live non basta: striscioni sotto l’albergo o appostamenti analoghi sono la dimostrazione che il rapporto tra ascoltatore e cantante è speciale. I ragazzi sarebbero più propensi a tatuarsi frasi dei brani preferiti addosso, o a comprare t-shirt con quei testi “perché costano meno”. Alessandro è l’unico che parla di supporto fisico per la musica, ma solo come feticcio: “Me lo farei autografare, ma poi non lo ascolterei perché si rovinerebbe”.

 

Gli streamer riluttanti

Marinella, 70, Tolfa (Roma)
Vive in provincia, dove l’ultimo negozio di dischi ha chiuso da anni. Non ha possibilità di spostarsi con frequenza verso città più grandi, e anche quando ci riesce il pensiero della musica da comprare non è fra le priorità, per cui è arrivata a “tollerare” i servizi di streaming in versione free e le loro pubblicitàsempre uguali. La comodità del servizio è indubbia, ma mi manca il rito della scelta del disco tra gli scaffali”. L’ultimo disco comprato? Di Amy Winehouse, “sarei andata volentieri a sentirla cantare”. I dischi che Marinella sente più cari sono, va da sé, quelli che può toccare e suonare su un malandatissimo stereo. Il piatto del vinile ha ceduto, “e non so a chi farlo riparare”.

Matias, 31, Torino
"Con lo streaming mi trovo a pensare che mi mancano delle situazioni che associo solo a oggetti fisici. La parte estemporanea: il primo cd che ho comprato. Il vinile di Siouxsie mezzo sciolto dal sole che convinsi la moglie di mio padre a regalarmi. Mi manca poi il gesto di prestare i cd. Prestare un cd voleva dire "mi privo della possibilità di sentirlo perché voglio che tu lo senta". C’è un lieve aspetto di sacrificio che rende il tutto più emotivo. E poi sento la mancanza dei booklet. Cioè, se spendi di piu del fan normale, hai anche i testi delle canzoni, i credit completi e qualche foto. Mi sembra triste che ora non siano più un complemento naturale dell’oggetto album. Mi manca leggere tutti i ringraziamenti”.

Luisa, 41, Napoli 
Non guadagna abbastanza per una casa propria, quindi Luisa vive ancora in condivisione “nonostante l’età”. “I miei dischi sono tutti conservati a casa dei miei, non mi mancano così tanto ma mi manca la cerimonia - aprirli, sfogliarne i booklet, sfilare il vinile dalla busta… Quel genere di rito”. Ascolta musica in digitale, di meno con lo streaming per non intaccare il tesoretto di Gigabyte della connessione a internet con chiavetta. “Scopro moltissime cose ”carine“, poche imprescindibili. Ma sono impulsiva e continuo a comprare un paio di dischi al mese, almeno. Li continuo a portare a casa dei miei genitori: li ascolterò magari solo in digitale, dopo, ma almeno mi sembra di aver fatto un bel gesto ”etico“ a favore di chi li ha registrati”.

 

I tradizionalisti sentimentali

Valentina, 26, Bari
Studentessa universitaria, ha un approccio completamente diverso da quello di tanti coetanei sentiti fin qui: “Da quando c’è lo streaming in realtà compro un sacco di dischi in più! Anche di vinili (pur essendo il giradischi rotto) perché in realtà preferisco comprarli e consumarli piuttosto che dare ulteriori soldi a quei servizi o ai digital download. Tra l’altro alcuni siti non hanno l’intero catalogo di certi artisti che amo. Quindi quando un disco lo sento come mio lo compro fisicamente, oppure sostengo chi l’ha fatto comprando il merch o andando ai concerti. Devo dire che ”rosico“ solo quando alcuni musicisti decidono di far ascoltare delle esclusive per tot tempo su un determinato sito”.

Alina, 22, Padova
Devo dire che da quando ho Spotify il mio rapporto con la musica è completamente cambiato. Paradossalmente, avendo a disposizione una scelta così vasta sempre a portata di mano, ascolto meno musica di prima. E sono sempre meno gli album che mi appassionano. Quando posso cerco di supportare i gruppi che apprezzo (soprattutto se sono ancora piccolini) comprando il cd e/o il merchandising. Credo che i concerti siano di vitale importanza, sia per l’atmosfera/il rapporto artista - ascoltatore e ovviamente, per sostenere la musica dal punto di vista finanziario”.

 

I duri e puri

Agata, 34, Aarhus (Danimarca)
Musicista lei stessa, Agata ammette di avere un approccio emotivo-sentimentale che la mette nella nicchia della nicchia (“Metto vicino al mio letto dei dischi che considero solo miei che mi fanno pensare, al risveglio, che posso farcela”) che non è cambiato con l’avvento dello streaming: “Compro solo meno dischi di prima”. Ma sono acquisti molto meditati, e legatissimi al rapporto con gli artisti che vengono sostenuti anche seguendoli in tour.

Luca, 43, Roma
“Sarà la recente paternità, saranno le piccole e curiose mani dell’infante, ma proteggere i vinili è divenuto quasi un imperativo in casa. Soprattutto dopo i numerosi sacrifici che la ricerca implica. Vi spiego, mi sono riconvertito in maniera decisa al vinile meno di cinque anni fa, seguendo anche l’onda isterico/hipster che ne ha accompagnato la resurrezione. La pigrizia per anni mi aveva proiettato sul più consono formato cd, ma in realtà - in parallelo - il desiderio di avvicinare la chicca fuori stampa o il disco in edizione limitata mi ha spinto a muovermi su ambo i fronti. Non ho mai posseduto un iPod, l’esperienza mistica era passeggiare con il walkman ai tempi delle superiori, ma anche lì è durata pochissimo, nonostante la fascinazione per le compilazioni su C–90 assemblate in casa. Non amo la musica liquida. I rari dischi scaricati sono rimasti spesso sull’hard disc, semplicemente non li ascolto. Necessito di un supporto. Ed oggi quel supporto si chiama vinile. Il lettore cd è rotto da qualche settimana, non mi affretto a trovare un sostituto, lo interpreto come un segno del destino. Non c’è singolo viaggio in Europa o in Oriente (Giappone in special modo) che non comporti una visita alle mecche del disco. Un bisogno quasi fisiologico. In cui entrano tutti i cinque sensi. Mettetela pure così, una sensazione ad oggi orgasmica, una porta su di un’altra dimensione (maneggiando parecchio jazz cosmico e psichedelia magari potete immaginare di cosa parlo). È stato come riposizionare le lancette indietro di circa 30 anni, quando alle medie maneggiavo i 45 giri da ”Top Of The Tops“ alla ricerca dell’impavido ibrido tra italo disco e new wave. La musica è poi certamente cambiata, anche le abitudini. A inizio anni ’90 scambiai in maniera meticolosa e suicida buona parte della collezione in vinile con il corrispettivo in digitale. Oggi avviene l’esatto contrario, possibilmente con la tendenza a recuperare le stampe d’epoca. Perché il suono è diverso, va da sé, e di transfer in digitale nessuno sembra avere bisogno. In buona sostanza questo ritorno esagitato al formato 33 ha risvegliato il mio appetito, aprendo letteralmente una voragine”.

Paolo, 38, Bruxelles (Belgio)
La storia di Paolo è quella di un altro trasloco: stavolta la casa ha una stanza in più, però, e lo spazio guadagnato si è trasformato nell’occasione per recuperare dischi prestati, venduti per bisogno di soldi, perduti: “Senza stare troppo a progettare questa cosa, ho iniziato a togliermi degli sfizi che passavano per degli artisti che avevo ”mancato“ perché ero troppo piccolo per apprezzarli, quindi ho iniziato a comprare piano piano cd dei CCCP, del Banco del Mutuo Soccorso, ma anche dei Birthday Party, dei Misfits”. Paolo non si è mai affacciato sui servizi di streaming, complice anche una connessione a internet che lascia a desiderare. E per scoprire le novità? Vado a molti più concerti di prima, mi sembra necessario per sostenere gli artisti. Ormai guadagnano solo con quello…”.

Tag: streaming vinili

Commenti (1)

  • Fabio Bertoldi 01/10/2015 ore 11:13 @nelik

    sono esattamente come Luca 43, Roma. E io sono Fabio 42, Roma.

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