CRTVTR, il documentario che racconta il tour in Cina

Cartavetro goes to ChinaCartavetro goes to China
22/04/2016 di

I CRTVTR sono stati in tour in Cina, e ne hanno approfittato per girare questo documentario prodotto da The Prisoner per raccontare un'esperienza straordinaria, in un Paese così diverso dal nostro. Oggi ve lo presentiamo in anteprima, e abbiamo scambiato quattro chiacchiere con la band per capire meglio cosa ne pensano i cinesi della musica italiana.

È il vostro primo tour all'estero? Raccontateci le città in cui siete stati e il clima, musicale e non, che avete trovato.
Per nostra fortuna abbiamo iniziato presto con i tour europei, il primo è del 2010 (il nostro primo ep è di metà 2009), da allora un paio di volte l'anno facciamo tour europei, abbiamo toccato Regno Unito, Francia, Germania, Norvegia, Spagna, Svizzera, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Stati Uniti. Diciamo che ogni anno facciamo tra le 30 e le 40 date e cerchiamo di farne la metà in Italia e la metà all'estero. Alla Cina stessa siamo arrivati attraverso contatti recuperati in Norvegia, sono cose che capitano se hai voglia di muoverti, e se hai voglia di muoverti ti muovi, non riesci a non muoverti.
La Cina in questo senso è l'esperienza di tour più pura: esplorazione in un ambiente davvero estraneo, e poco bazzicato da tour europei. Ci sono paesi asiatici minori che per un clima culturale più aperto a stranieri e turisti sono meglio collegati alla scena DIY internazionale, rispetto alla Cina. In Cina il rock era vietato per legge fino agli anni 90. Quindi è un paese ancora giovane da quel punto di vista, anche se parliamo di una superpotenza e probabilmente del paese che produce la maggioranza degli oggetti che abbiamo intorno a noi, e addosso. Se ci pensi una situazione un po' paradossale.
Siamo stati a Pechino, capitale e fulcro culturale della nuova scena indipendente cinese in cui confluiscono tanto cinesi provenienti da tutto il paese, quanto un sacco di occidentali che nel tempo hanno preso parte alla scena e al connetterla con il resto del mondo. Probabilmente la città più cosmopolita in cui siamo stati, da un punto di vista musicale, anche più di Shangai che invece lo è decisamente da un punto di vista economico, ed è una città davvero "globale". Siamo stati a Nanchino che è la vecchia capitale, dove siamo rimasti un po' di più anche per riposarci a metà tour un paio di giorni. Siamo stati a Tian Jin che è una città portuale non distante da Pechino in cui vedi gli effetti dell'ipersviluppo cinese: grattacieli nuovissimi ancora vuoti, che non capisci bene se è il futuro o una bolla speculativa destinata a esplodere da un momento all'altro. Siamo stati a Wuhan, città universitaria storicamente legata al punk rock, dove ci sono oltre un milione e mezzo di studenti fuori sede. Non fa impressione? Recentemente mi sono documentato e in tutta Italia gli studenti unviersitari di tutte le facoltà sono in totale poco più di due milioni.
Della Cina ti sconvolge quello che non sai, e le dimensioni per noi inimmaginabili. E poi il dinamismo, la fiducia nel futuro. Vedi le cose che cambiano. Ogni tanto mi chiedo se la Cina in cui siamo stati noi è la stessa di oggi, o se nel frattempo è tutto diverso, perché la sensazione è che davvero tutto cambi molto alla svelta, là. Per un pigro europeo è una sensazione inebriante, specie per noi che siamo di Genova, una bellissima città che però è la più anziana d'italia e quindi piuttosto statica.



Con chi avete condiviso i palchi? Avete ascoltato qualcosa di interessante?
Quando si gira non si sceglie con chi dividere gli spazi e le esperienze, quindi abbiamo dovuto improvvisare. Abbiamo conosciuto alcune persone importanti per la scena, come Kang Mao dei SUBS, che ci ha organizzato l'intero tour. Il suo gruppo in Cina è piuttosto grosso, una delle realtà più popolari dell'underground pechinese. I gruppi che abbiamo conosciuto non sono gli stessi con cui avremmo sperato di suonare, abbiamo trovato un po' di tutto, non sempre interessante, a volte un po' naif. Però un sacco di voglia di fare baccano, quello sì.
In Cina il rock è arrivato con una patina un po' glamour, insieme a riviste come Rolling Stone, appena prima delle olimpiadi. Forse prima come fenomeno di business e di moda giovanile, che come fermento culturale partito dal basso. Anche questo è molto diverso dall'Europa. Questo fa sì che le realtà underground siano spesso piuttosto "radicali" e legati tanto alla sperimentazione noise più estrema quanto all'hardcore più radicale.

Quali sono le maggiori differenze tra come si organizzano i concerti in Cina rispetto all'Italia?
Beh i club sono meno e sono mediamente più grossi. Solo a Linyi abbiamo suonato in un circolo giovanile paragonabile ai centri sociali o circoli Arci in cui spesso ci si trova a suonare in italia, per il resto parliamo di grandi dimensioni, grandi impianti. Il pubblico è curioso, ma su questo anche il fatto di essere occidentali aiuta, specie nelle città più piccole. C'è ancora un enorme divario culturale e anche di aspettative tra la campagna e la città.

Avete parlato un po' con la gente del posto della musica italiana? Cosa conoscono, cosa ascoltano, cosa si aspettano?
In Cina non siamo percepiti tanto come italiani, ma come genericamente occidentali. Loro vedono giustamente molte più somiglianze etniche e culturali tra noi e un qualsiasi popolo a maggioranza "bianca caucasica" rispetto a tutte le differenze che vediamo noi. Con loro abbiamo parlato di est e ovest del mondo, più che di Italia. E per fortuna aggiungo. Di musica italiana non sapevano niente se non le quattro cose che sa tutto il mondo. Di gruppi indipendenti italiani non abbiamo mai sentito parlare. Ma anche se avessero visto qualcuno dubito che si ricorderebbero se sono italiani o francesi o polacchi. Di noi come italiani loro sanno pochissimo, ma sicuramente di più di quanto noi sappiamo di loro come cinesi.

Cosa avete imparato da questa esperienza?
A pensare in grande, ad affrontare i problemi pratici di un'esperienza nuova con entusiasmo e programmazione. E poi a essere un po' meno eurocentrici, e credetemi lo siamo molto anche se non ce ne rendiamo conto. Farsi prendere dal panico ma anche dal piacere sinistro di non essere più il centro del mondo, ma solo una periferia agiata, finché è agiata. È un'esperienza che ribalta certi punti di vista e certi stereotipi.

Tag: intervista documentario

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