Televisione: fortuna che c'é il telecomando

11/09/2001



di Larry Bolognesi

Leggendo un libro mi sono imbattuto in questa storiella, che in realtà è un dialogo tra un russo, discreto amante dell’alcool, ed un manager giapponese che lo sta assumendo nella sua azienda:
“Ora mi dica” cominciò, “che cosa desidera un uomo che torna a casa da un viaggio periglioso, dopo essersi dissetato e sfamato?”
“Non so” rifletté Serdjuk. “Da noi di solito accendono la televisione”.

“Naaaa” dissentì Kawabata. “Noi altri in Giappone fabbrichiamo i migliori televisori del mondo, però questo non ci impedisce di renderci conto che il televisore è solo una finestrella trasparente nel condotto dei rifiuti spirituali. Non mi riferivo a quei poveracci che passano tutta la vita a fissare ipnotizzati un flusso infinito di immondizia e si sentono vivi solo quando riconoscono il barattolo di una nota marca di conserve. Mi riferisco a persone degne di essere menzionate nella nostra conversazione”.

Ho tirato fuori questo dialogo perché vedo che parlate di televisione.

E ho tirato fuori proprio questo perché non capisco se a parlare di TV sono quelli “che si sentono vivi quando riconoscono il barattolo di una nota marca di conserve” o quelle “persone degne di essere menzionate nella nostra conversazione”. Perché se sono i primi: ok ! Va tutto bene. Ma non comprendo i termini del discorso. Godetevi il barattolo di conserva (e ancora macchine, profumi, cellulari, quiz telefonici, tette & culi e via discorrendo) e non rompete le scatole.

Se siete i secondi – come sembra evidente – non capisco cosa vi spingere a perdere del tempo per una cosa nella quale non solo non vi riconoscete, ma che addirittura ritenete offensiva e fuorviante.

Lo so che questo discorso sembra spocchioso come le conduzioni di MTV. Ma è quello che penso della realtà delle cose.

C’è un termine che è nato con la TV e con il suo marketing. Il termine è “nicchia”.

La TV lo ha utilizzato originariamente per definire quegli “angoli” di audience più esigente a cui destinare produzioni diversificate. Con la crescita a dismisura della TV popolare, il termine nicchia ha finito per rappresentare tutte quelle pieghe sgradevoli di audience a cui riferirsi in negativo. Si dice, quindi, che un programma di un certo tipo è un programma di nicchia, cioè non va bene per tutti. Di conseguenza, adesso è facilissimo sentirsi dire da un direttore:” Questo programma è di nicchia, quindi non si fa !!”.

Per continuare col nostro dialogo russo-giapponese, possiamo dire che i primi (quelli del barattolo di conserva) sono l’audience ed i secondi (quelli degni di essere menzionati ecc. ecc.) sono la nicchia.

Perché non c’è alternativa. La televisione vuole così. Non è frutto di un lento processo di modifica del gusto. E’ proprio un diktat commerciale, culturale e (direi ormai senza troppi complimenti) politico.

La domanda semmai è: quanto è grande la nicchia?. Se lo chiedono in tanti. Se lo chiede la televisione, per capire come fare per distruggere queste sacche di luridi sovversivi che pensano al rapporto qualità prezzo e (anatema, anatema) addirittura all’utilità di un prodotto prima di comprarlo. Se lo chiedono gli altri per capire se sono poche mosche bianche e decidere magari di emigrare (su Marte?) o se sono tante mosche bianche costrette a difendersi dall’immane attacco dell’omologazione.

Per parafrasare il titolo che Sergio Messina ha dato al suo pensiero sulla TV, direi: Televisione, per fortuna che c’è il telecomando.

Ho smesso di incazzarmi con gli anchormen e le cazzate che dicono, ho smesso con la rabbia per la stupidità imperante ed ho deciso di tenere l’elettrodomestico spento. Non ne sento la mancanza: ho altri canali di comunicazione che soddisfano di più il mio bisogno di informazione e divertimento e amo riconoscermi nella nicchia che non è interessata agli amori della Sig.na Arcuri, a quanti chili ha perso il Sig. Costanzo e via discorrendo.

E non è una sciocchezza. Chi non si riconosce nel mezzo televisivo fa di questa convinzione una bandiera. Ahimè – al momento – perdente e minoritaria. Ma sempre secondo la televisione… e che televisione! E se invece la nicchia fosse la maggioranza? Come nei romanzi di Philip Dick, tutto è possibile.

Eppure, nonostante tutto, in questo momento scrivo distrattamente, continuamente interrotto dal piccolo schermo che getta immagini dell’imminente terza guerra mondiale. Il World Trade Centre in fiamme, opinioni, supposizioni, paura e rabbia. Città americane colpite, aerei dirottati. Forse quando qualcuno leggerà queste righe sapremo già (come si dice dalle mie parti) “di he mmorte si more”. Ecco la forza della televisione, completamente sprecata nel vortice colossale di fabbrica del consenso, del mercato e della stabilità. Questi attimi mi sembrano emblematici per il più veloce mezzo di comunicazione pop del mondo. Quello che sta succedendo ora non è la guerra del golfo: strisce di luce e commenti roboanti. Questo sta succedendo davvero, non agli iracheni ma agli americani… un po’ a tutti noi che facciamo parte di questa specie di banda degli otto grandi. E mi chiedo: stiamo forse sbagliando qualcosa?

La citazione è da “Il mignolo di Buddah” di Victor Pelevin. Mondadori, 2001, pag. 204.

Qualcuno dirà: Guarda il Larry, com’è alla moda citando Pelevin che di questi tempi fa tanto figo.

Ok. Può darsi. La cosa però che mi fa piacere è che né io né chi mi criticherà per la citazione conosce Pelevin perché ne ha sentito parlare in TV. E questo la dice lunga!



Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati