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Storia di copertina: Ghali – Arrivederci Habibi Ciao

Da poco più di un anno Ghali è sinonimo di hype: la sua storia forse la conoscete già, visto che ne ha parlato davvero chiunque (Saviano lo ha incoronato come “uno dei maggiori poeti di lingua italiana, un dono che nasce quando il Paese ha più bisogno”). Quel che non si sa, forse, è che è un ventenne timidissimo ma con una voglia di riscatto che lo mangia da dentro, un’ambizione feroce che si nutre di amore per la musica. I suoi pezzi sono politici eppure leggeri, amari ma divertenti. Ma Ghali non fa l’artista, lo è. Anzi, “sta”.

Nei mesi che hanno preceduto l’uscita di “Album” c’è stato un climax pazzesco di visualizzazioni, like, fan. In una parola: hype. Tutti ti chiedevano in maniera ossessiva quando sarebbe uscito questo benedetto album. Mi è venuta l’ansietta per te.

È stato figo, perché questa ansia mi ha anche aiutato a fare in fretta. Io sono una persona molto lenta, spesso lascio le cose a metà e questo album per me è stato importante perché per la prima volta ho chiuso un progetto. Insomma per me è stata anche una crescita personale, non solo artistica.

Ho letto che per scrivere questo disco hai cercato di fare una summa della tua vita. Com’è stato fare questa ricerca?

Quando ho fatto uscire i primi pezzi e c’è stato un feedback positivo ho capito subito il perché: in quelle canzoni c’era stata una ricerca interiore, una voglia di scoprirsi, di scavare e di tirare fuori delle cose che magari non riesco a esprimere parlando, ma solo scrivendo. La musica è sempre stata una terapia per me. Pezzo dopo pezzo è come se mi curassi, tiro fuori roba che fino a quel momento avevo lasciato nascosta. In questo album ho ammesso delle cose.

Tipo?

Tante cose. A iniziare dalle debolezze che ho, fino ad arrivare al mio amore per le donne, che prima non esprimevo. Fa tutto parte di una crescita. Non lo so perché prima non ne parlassi, forse non ero abbastanza maturo.

C’è una canzone in cui dici “più divento famoso, più mi sento escluso. Sarà che in fondo è ciò che ho sempre voluto”

Quella frase nasce dalla consapevolezza che la fama ti toglie un po’ di libertà. Io sono una persona che vive d’ispirazione guardando gli altri. Di solito salgo sulla metro, sull’autobus, vado in giro e osservo chi mi sta attorno. Quando mi sono accorto che non posso più farlo, cioè non posso più salire sull’autobus con le cuffie a scrivere, sono usciti fuori quei versi. Quando vai in giro e tutti ti conoscono forse sei un po’ escluso, non ne fai veramente parte. Quando vai a ballare e vuoi divertirti con i tuoi amici ma ti ferma una persona ogni due secondi, in realtà sei escluso, non sei incluso. Però tutto questo ti aiuta comunque a tenere stretto ciò che è vero, quello che è reale. Ovvero l’amore, l’amicizia, la famiglia. E capisci che puoi abbandonare un po’ tutto il resto. Come un castello finto che al primo vento cade.

Un’altra frase che mi ha colpito è quando in un pezzo dici “questi contratti non li ho mai capiti, a me le firme piacciono solo sui vestiti”. Immagino tu abbia ricevuto un sacco di offerte da parte di case discografiche…

Sì sì le offerte mi sono arrivate, ma non ho trovato qualcuno che credesse in me prima del successo a parte i componenti mio team; le offerte diciamo "istituzionali" sono arrivate solo dopo il milione di visualizzazioni. Ma forse è stato meglio così, a parte il percorso artistico, ci piace disegnare tutto ciò che c’è attorno. La cosa bella dell’essere veramente indipendente è che non ti permette di adagiarti, bisogna stare sempre sul pezzo. Hai la responsabilità delle persone che ti stanno affianco, mentre magari con un’etichetta multinazionale non è così. È tutto già pronto, non devi fare niente.

“Se un tuo pezzo piace ai bambini
vuol dire che hai fatto centro, sei avanti”

Mi interessava sapere che rapporto hai con chi ti ascolta. Ti sei fatto un’idea sui tuoi fan?

Ci sono due tipi di fan: quelli che ti chiedono la foto, non ti salutano e se ne vanno - e quelli che prima di chiederti la foto ti stringono la mano perché magari hanno veramente capito qualche cosa di te, e ci scambi due chiacchere. L’età è varia, ci sono adulti ma ci sono anche tanti bambini. A me piace un sacco avere i bambini come fan perché penso che loro siano ancora puri, bianchi, incontaminati da tutto e tutti. Se una canzone piace a un bambino è perché veramente spacca. Loro non si curano dei vari aspetti, arrivano dritti al punto: se il pezzo gli piace vuol dire che hai fatto centro, e a me fa impazzire questa cosa qui. Di solito nel rap quando si vuole offendere si dice: “ti ascoltano i bambini, piaci ai bambini”. Ma loro sono il futuro! Quindi se piaci a loro vuol dire che sei avanti.

STO è un po’ il tuo “slogan”. Da dove è nato, cosa vuol dire?

Da una sporca. Le sporche sono le seconde voci che fai nei pezzi e STO nasce da “Cazzo mene”. Nel ritornello dico “minchia frate come sto” in puro slang milanese. È una parola che puoi interpretare come vuoi, volendo è anche profonda come espressione. Quando una persona ti chiede come stai? E tu dici semplicemente “sto”, vuol dire tantissimo.

E il simbolo con la mano?

Si chiama Jimmy, era il mio amico immaginario. Essendo figlio unico da piccolo in stanza giocavo da solo e oltre a usare i giocattoli giocavo anche con questa ombra sul muro, ci parlavo, le raccontavo cose. Avevo promesso a Jimmy che un giorno sarebbe diventato famoso anche lui.

Questo pallino di diventare qualcuno l’hai sempre avuto?

Sì. Forse è stata anche semplicemente una voglia di riscatto, di evadere dalla situazione in cui mi trovavo. Era un modo per cambiare vita, per decidere di fare quello che volevo.

E quando hai avuto la prima esperienza musicale con i Troupe D'Élite com’è andata?

Ho firmato da giovanissimo, le cose non sono andate nel verso giusto, è stato scoraggiante sia per me sia per i miei compagni di gruppo. È stato scoraggiante soprattutto mollare la scuola per fare un album che poi l’etichetta non voleva fare uscire. Che poi tante persone che ci erano attorno hanno attinto molto da quel disco. Nonostante la nostra tenera età e il genere, che era quello che era, è stato un disco d’ispirazione per chi ci stava attorno. Vedere uscire un sacco di pezzi con delle idee prese da lì e il nostro disco fermo, congelato per due anni, senza un perché... non è stato bello. Sarà che qualche discografico forte ha ritenuto che non potesse andare, non lo so.

I discografici di allora si staranno mangiando le mani adesso…

Ma io li ringrazio guarda, non sarei qui oggi a fare l’intervista con te.

ghali foto grande

“Una volta avvicinarsi a Ghali era avvicinarsi alla peste,
voleva dire vedere le porte chiudersi attorno a te”

Questo episodio ti ha scoraggiato molto, ma mi sembra che poi tu abbia trovato la via per iniziare di nuovo

Tutti possiamo avere successo, e se non lo raggiungi vuol dire che non hai fallito abbastanza, perché il momento in cui fallisci è il momento più vicino al successo. Al tempo andavo a dormire piangendo e mi svegliavo piangendo, non potevo fare niente, non potevo far uscire in free download le canzoni, e il disco non usciva nemmeno ufficialmente. Non avevo l’appoggio di nessuno e poi c’era un hating pazzesco verso di me. Iniziai a bussare a un po’ di porte che però rimasero chiuse: avvicinarsi a Ghali era avvicinarsi alla peste, avvicinarsi a Ghali voleva dire vedere le porte chiudersi attorno a te, era una cosa veramente negativa, creava problemi. Ad un certo punto ho deciso di fare da solo con le persone più vicine. Lì ho capito che la musica non ha confini, passa attraverso le crepe dei muri e tutto il resto viene dopo. Tutta la gente che ti vuole fermare o mettere i bastoni tra le ruote non conta più niente. Perché quando una canzone ti entra in testa non c’è niente che tu possa fare per evitarlo. E quando succede con quella dopo, e quella dopo ancora, allora il problema non sei tu. Tutto questo mi ha aiutato a pensare veramente alla musica e a cercare di fare cose di qualità che potessero andare oltre tutte quelle porte chiuse che avevo ricevuto. Anzi, sfondarle proprio.

“Per me la cosa più importante è essere d’ispirazione”

Ancor prima che la musica, di te mi ha colpito la cura estetica. Le atmosfere dei tuoi video sono completamente diverse dai clip degli altri rapper, e tutti i dettagli, dalla luce, alla location ai vestiti, sono nuovi e originali. Il segreto è nel budget o nel team artistico?

Per “Marijuana” c’è stato un budget di 600 euro, quindi di sicuro non è quello il lato vincente (ride). Parte tutto da noi. Può essere che andiamo a guardare un film al cinema che ci ispira e così decidiamo di fare il prossimo video in quella location o di ricrearne una simile. Per “Wily Wily” ad esempio siamo andati in Giordania, per me era la prima volta. È stato bellissimo, un posto magico veramente, c’è un’atmosfera incredibile. L’alba e il tramonto lì sono delle cose assurde e il paesaggio è pazzesco, sembra di essere su Marte. Abbiamo passato cinque giorni lì, abbiamo dormito nel deserto e l’abbiamo attraversata tutta.

Ho letto che poi ti ha chiamato il console giordano…

Sì, in realtà prima di partire lo avevamo contattato noi per farci dare un po’ di dritte. Io lo avevo avvertito che il video sarebbe stata una cosa grossa… lui magari si fidava, però non ci credeva veramente. Poi quando siamo arrivati agli otto milioni di visualizzazioni mi ha chiamato incredulo, è stato un grande!

Invece con Tunisi che rapporto hai?

Ci sono stato tre o quattro mesi dopo l’uscita di “Ninna Nanna”. È stato bello, mi hanno accolto in una maniera incredibile già in aeroporto.

Sei già così famoso lì?

Un sacco! A volte mi fermano in strada più che a Milano. Per questo non sono ancora andato in centro, perché sarebbe un casino. La situazione lì è molto calda. Siamo primi in classifica da un anno: prima con “Willy Willy” e poi con “Ninna Nanna”. Forse è perché i tunisini hanno la passione per l’Italia. Nei mesi che ho passato lì ho visto che i ragazzi seguono molto il nostro paese. Tutti hanno in famiglia uno zio o un cugino che è venuto in Italia e che ogni anno torna con una macchina bella, con le scarpe fighe. Così si auto-alimenta mito dell’Italia.

Quando scendi, in che parte della città passi più tempo?

Torno per rivedere i miei cugini, non ho un punto specifico. Bazzico in un po’ di quartieri: Ettadhamen, che è super popolare, è il quartiere popolare più popolato dell’Africa credo. Poi Mellesin, un po’ malfamato, però abitato da gente splendida. Ettahrir. Ogni tanto vado anche al mare. Per me comunque Tunisi è importantissima perché ho imparato a parlare arabo lì, quando una volta sono stato sei mesi in città, a sei anni.

Tua madre ti parla in arabo?

Quando è arrabbiata sì. Quando è arrabbiata comincia a insultarmi in arabo e lo mescola all’italiano.

Una delle cose che colpisce dei tuoi pezzi è proprio l’uso che fai dell’arabo: inserisci sia termini conosciuti anche dagli italiani (kebab, ramadan, haram, etc) sia frasi intere incomprensibili ai più, che però vengono cantate in coro ai concerti. È perché vuoi che nelle canzoni rimanga una traccia delle tue origini?

No, non lo faccio in quel modo. Lo faccio perché semplicemente a me piace utilizzare le parole, ho come una passione per l’utilizzo di certe parole che suonano bene in sequenza. E così quando ritengo che sia più opportuna una parola in arabo la inserisco.

In “Habibi” per esempio dici “Scusa bi rass el azuza”. Per me è stata una madeleine, mi hai fatto ricordare di quando ci abitavo io a Tunisi, e i miei amici di lì me lo ripetevano per sfottermi. Da dove viene quest’espressione?

(ride) È assurdo che tu l’abbia capita! Letteralmente la frase vuol dire “scusa per la testa della vecchietta”, nel senso di “perdonami, fallo per tua madre”. Fa parte delle tantissime frasi dello slang tunisino che si mescola con l’italiano, credo sia nato tra i primi tunisini in Italia. È uno slang particolare, interessantissimo.

Prima dicevi che hai una passione per le parole. Ce n’è qualcuna che ultimamente ti ronza in testa?

Boulevard, mi piace un sacco questo termine. Perché è un modo più elegante e fine di riferirsi alla strada. Della strada prende il suo lato più puro, le dà un bel colore, ne cancella i lati negativi. Boulevard me la immagino come una scritta dorata, in corsivo.

So che anche in Francia vai abbastanza bene, il featuring sul disco di Lacrim è stato una bomba. Pensi che la tua musica abbia buone possibilità di funzionare in Europa e nel resto del mondo?

Penso sia solo una questione di tempo.

Il tuo obiettivo?

Coachella.

Scommetto che hai già in mente l’outfit che indosserai

No, ma mi piacerebbe indossare qualche cosa su misura. Anche se in realtà il mio stile è quello del ritardatario: cioè quello di chi è in ritardo e metti le prime cose che ha davanti (ride)

È strano perché i tuoi look sono sempre curati fino al dettaglio!

Mia mamma si è sempre divertita a vestirmi fin da piccolo, mi cambiava due o tre volte al giorno. Ero sempre matching, e poi mi faceva un sacco di foto.

A lei e a tanti altri hai dedicato il tuo disco d’esordio. Nel video che lo ha anticipato ti sei firmato come “Ghali figlio di Amel”, che immagino sia proprio il nome di tua madre. Si percepisce bene quanto sia importante lei per te. Parliamo per esempio di un pezzo come “Ricchi dentro”…

Quando ho scritto quel pezzo mi immaginavo mia madre a lato del palco di un concerto enorme. E infatti nel pezzo le dico: “Mamma dai, sincera: ti aspettavi tutto questo? Comunque noi eravamo già ricchi dentro”. Anche se ora la situazione è cambiata, lei mi ha supportato dall’inizio, anche quando le cose non andavano così bene. Il supporto della famiglia è importante, conosco tante persone che non hanno il supporto dei genitori. È una cosa fondamentale avere il loro appoggio, ti fa credere più in te stesso.

Tuo padre l’ha sentita la tua musica?

Sicuramente. Non lo sento da tanto, ma in Tunisia in tv mettono sempre i miei pezzi, quindi sono sicuro che mi abbia visto e sentito.

Un’altra persona molto vicina a te che è Charlie Charles. Siete una coppia inseparabile, come avete iniziato a lavorare insieme?

Ci conosciamo dall’età di quattordici anni, e anche allora io rappavo e lui produceva. Ai tempi caricavamo i nostri pezzi su MySpace e chattavamo su MSN, poi ho creato un gruppo che univa tutti i ragazzini della zona ovest di Milano: Giambellino, Bonola, Settimo Milanese, Seguro, Baggio, San Siro e via dicendo. Si chiamava “Westa sound”, e anche lui ne faceva parte.

Un gruppo in che senso?

All’inizio semplicemente ci trovavamo per strada. Organizzavamo queste riunioni davanti al Beccaria, il carcere minorile che sta a Bisceglie. Parlavamo, ci confrontavamo, facevamo graffiti, jam, freestyle. C’erano ragazze e ragazzi. Era un modo figo per beccarsi il pomeriggio anziché stare al parchetto e fumare e basta. Eravamo quelli con più voglia di fare, con la passione per l’arte. Chi era un writer poi è diventato un tatuatore, chi imbrattava e basta ora fa opere, c’era chi faceva freestyle e ora fa dischi di platino (ride).

E quindi lì hai conosciuto Charlie. Ora come passate i pomeriggi, in cosa consiste la vostra routine quando scrivete dei pezzi?

Ci vediamo sempre a casa sua, in studio da lui. Beviamo un caffè, parliamo, torniamo in studio, navighiamo su internet, guardiamo roba su YouTube, ci ispiriamo un po’ e iniziamo a lavorare. Per questo disco abbiamo speso molto tempo a informarci, siamo abbastanza curiosi su quello che succede nel mondo, parliamo. Capita che siamo in studio ma non registriamo niente. Guardiamo documentari, parliamo ore e ore del più e del meno.

Che tipo è lui?

È la sicurezza. Charlie è la sicurezza. Mi sento in buone mani, ecco. Per “Album” abbiamo cercato di migliorarci ancora rispetto ai vecchi pezzi che già erano su YouTube, altrimenti avremmo finito per ripeterci. Abbiamo lavorato sull’atmosfera, sulla ricerca. Abbiamo cercato di capire quali sono i nostri limiti e superarli. È un disco più strumentale, ci siamo guardati più attorno, ma la nostra impronta è rimasta quella.

Ci sono degli ascolti che hai fatto durante la scrittura di questo album che ci sono finiti dentro?

Cesaria Evora, Celia Cruz, Manu Chao, Jovanotti, Calcutta e l’indie italiano in generale.

Ti piace?

Sì quest’anno sì, ne ho ascoltato. Oltre Calcutta, Levante, Brunori Sas, Le Luci della Centrale Elettrica, Cosmo.

In effetti quando ho ascoltato il tuo disco per la prima volta mi ero appuntata il nome di Manu Chao…

“Album” è un disco “world wide”, un disco che cerca di superare il limite che la lingua italiana purtroppo ha. C’è del rap, ma anche molto molto altro. Insomma, credo si senta che sono un rapper che sta cercando di allargare gli orizzonti.

Pensi che questa nuova direzione possa disorientare qualcuno dei tuoi fan?

Penso che i veri fan apprezzino tutto questo, anche perché è figo. Una volta ascoltato il disco per intero ti rimane impresso quel qualcosa di diverso. In un periodo così saturo in cui tutti fanno la stessa roba, noi abbiamo creato veramente qualcosa di nuovo. Immagina la scena come una ruota: l’abbiamo girata un anno fa e abbiamo sbloccato un po’ tutto. Poi si è fermata, e adesso le abbiamo dato un altro colpo. Per me la cosa più importante è essere d’ispirazione. Sono sicuro che questo album ispirerà un sacco.