Foto Profilo: Any Other Intervista

Any OtherAny Other
02/06/2015

Ha solo 21 anni ma è già una nostra vecchia conoscenza: Any Other salirà sul palco del MI AMI Festival il prossimo sabato per incantare quanti popoleranno la famosa collinetta, e noi abbiamo deciso di farci quattro chiacchiere per capire meglio cosa aspettarci (oltre a tante chitarre e una voce magnifica, ovviamente)

Adele, ventuno anni appena compiuti. Un progetto discografico indie-folk con un notevole buzz, The Lovecats, ormai alle spalle e un futuro che si apre a nome Any Other. Raccontaci di te, delle scarpe che indossi, di dove ti hanno portata fino ad adesso e dove ti porteranno, almeno nei prossimi mesi.
Sì, ho ventuno anni e continuo a vivere a Milano e a studiare filosofia. Indosso delle vans nere, proprio quelle da stereotipo di persona che ascolta dischi emo o indie rock. Le ho prese l’anno scorso poco prima che le Lovecats si sono sciogliessero. Insomma: è quasi un anno che me le porto dietro, e ne hanno viste parecchie (infatti si sono pure bucate, ma pazienza). Mi hanno portata a qualche concerto molto figo (Neutral Milk Hotel, Van Pelt). Mi hanno portata a comprare la mia prima chitarra elettrica e a chiedere a quelli che ora sono i miei migliori amici, Erica e Marco, se volevano suonare con me, e loro per mia immensa fortuna hanno detto di sì. Mi hanno portata ad andare a registrare il nostro primo disco a Ravenna, a fare tutto da soli. Ho imparato ad arrangiarmi, e mi sento forte. Il disco uscirà a settembre, e noi non vediamo l’ora di portarlo in giro.



Dalle prime tracce che abbiamo potuto sentire c'è una svolta elettrica nel tuo percorso musicale e una scrittura più vicina all'indie rock anni novanta. Una svolta o un percorso?
Decisamente un percorso. Ho sempre ascoltato principalmente indie rock, e avrei sempre voluto suonare qualcosa che si avvicinasse a quel tipo di sonorità, ma non l’avevo mai fatto per motivi diversi. L’estate scorsa ho iniziato a suonare e a scrivere molto di più, e finalmente sono giunta ad un tipo di scrittura che sento mio al 100%, anche per quanto riguarda i testi.



Per quanto hai potuto vedere, come giudichi il music business indipendente?
Penso che presenti sia lati negativi che positivi. Negativi: a volte ho la sensazione che alcune cose vengano portate avanti senza che esse abbiano un valore qualitativo dignitoso, ma solo perché ormai “si è dentro al giro” o perché “portano gente”, come se la differenza tra indipendente e “di massa” consistesse solo nei numeri e non nel significato “politico” che un certo tipo di musica dovrebbe, secondo me, avere (e non parlo di suoni, parlo di contenuti e di esigenze che spingono le persone a suonare). C’è di positivo che comunque i gruppi che spaccano ci sono, e c’è chi si sbatte un sacco per supportarli organizzando concerti o festival più o meno grandi.



L'uso costante di immagini, anche della tua quotidianità, ha caratterizzato il tuo storytelling sui social media. Temi gli effetti della sovra-esposizione?
No, perché quelle che finiscono sui social sono cose che non valicano il limite di ciò che è davvero privato. D’altro canto, la musica è qualcosa che avverto molto nella mia quotidianità (dall’andare in giro per i live ad ascoltare i dischi con i miei compagni di band), quindi è inevitabile che le due cose si mischino un po’.



Non hai mai smesso di viaggiare in questi mesi. In duo, da sola, con la band, con diversi mezzi in giro per l'Italia. Cosa vedono i tuoi occhi in quest'esperienza a contatto con spaccati diversi del paese?
Sono grata per tutto quello che sono riuscita a fare, e al contempo so che ci sono riuscita perché mi sono impegnata a fondo. Non è facile suonare in giro, soprattutto se non hai alcun disco all’attivo, se non hai una booking, etc., ma se ce la si mette tutta si è già fatta gran parte del lavoro. È importante, secondo me, smetterla di lamentarsi delle cose che non funzionano e fare le cose nella maniera che si ritiene più adatta. È giusto criticare e de-strutturare ciò che non funziona, ma è necessaria anche una parte costruttiva in questa faccenda. In questi mesi, quasi un anno ormai, ho avuto esperienze bellissime ed altre decisamente negative, ma ad un certo punto si deve dire vaffanculo e iniziare a godersi tutte le cose belle che ti possono arrivare.



Data la predominanza maschile nella musica italiana (in particolare nei circuiti indipendenti), e data la tua esperienza, pensi che una musicista nel nostro paese vada incontro a difficoltà particolari?
Posto che non si tratta di un problema esclusivamente italiano, sì: una musicista va incontro a difficoltà particolari. La considerazione che si ha di una musicista è che sia una musicista donna, come se fosse sempre necessario evidenziarlo, come se il lavoro che fai non avesse valenza di per sé, ma per il fatto che, oddio! anche le ragazze suonano certe cose! Il che spiega poi una serie di situazioni che ci si ritrova ad affrontare, come gente che ci prova pesantemente, promoter/localari/altri musicisti che ti fanno richieste più o meno esplicite che non hanno proprio a che fare con la musica, e via dicendo. Ovviamente non tutte le persone si comportano così, perché per fortuna il mondo non è popolato solo da subumani, ma le cose stanno effettivamente in maniera diversa per le musiciste (il discorso sarebbe lunghissimo ma mi fermo qui). Perciò, quando qualcuno/un musicista vi dice che non è vero, lui non possiede alcun privilegio!, e anche se glielo spiegate in maniera logica e razionale questo qui continua a negare, fatemi una cortesia: mandatelo a cagare, perché non vale la pena sprecare il proprio tempo con persone che non solo sono disinteressate al problema, ma remano pure contro chi cerca di risolverlo o portarlo a galla.

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Commenti (1)

  • Sara Tiano 02/06/2015 ore 19:51 @saralinky92

    Molto interessante come parla :) speriamo che la sua musica sia altrettanto interessante

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