Nicolò Carnesi - I Bohemienne sono tutti morti Intervista

19/01/2012 di

Regola numero uno: nessuno è un artista. Regola numero due: gli eroi non escono il sabato. Nicolò Carnesi, anni 24: se il 2012 è partito così bene, è anche merito suo. E di una città come Palermo, che negli ultimi anni ha sfornato tante cose belle. L'intervista di Marco Villa.

 

Ti abbiamo scoperto nella primavera scorsa con un video, "Il colpo", che ci ha subito colpiti. Ma da dove arrivi?
Traffico con la musica da sempre, da quando avevo tre anni e suonavo la batteria, i tamburi, tutto quello che trovavo. Poi ho suonato nella banda del mio paese, in provincia di Palermo. Da adolescente ho provato a fare il cantautore, ma ero molto acerbo, ancora più acerbo di quanto sia oggi. Imitavo tantissimo i miei preferiti, ovvero De André, Battiato, Tenco, Endrigo, che sono poi i nomi che si ascoltavano in casa mia da sempre. Quando ho capito che non era il caso di continuare a imitarli, ho provato a cambiare strada, fondando un gruppo, i Paradisi Artificiali.

Cosa facevate?
Elettronica, cose un po' new wave, ma sempre con una certa importanza per i testi. Poi a un certo punto ho ricominciato a ragionare su un mio progetto da solo, registrando canzoni in camera e pubblicando dischi autoprodotti. Uno dei primi pezzi che ho scritto è stato "Ho poca fantasia". Ho messo queste canzoni su YouTube e ho iniziato a fare qualche concerto. Lì mi hanno notato quelli di Malintenti, l'etichetta che ha pubblicato il mio disco. All'inizio è stato più un discorso di contatti, per conoscersi meglio, mentre nell'ultimo anno e mezzo abbiamo lavorato al disco. La prima sessione in studio risale a un anno fa e, registrando, ho provato a unire le mie due passioni, il cantautorato e la new wave.

Quindi, se volessimo fare qualche altro nome?
Ascolto da sempre i Radiohead e anche negli ultimi anni li ho ascoltati tantissimo. Di italiani ho amato particolarmente i Bluvertigo, mentre tra i nuovi nomi mi piacciono molto Dente e Brunori.

Uno dei riferimenti che viene in mente ascoltandoti è Battiato.
Io ho sempre amato la sua musica, ma non mi sono ispirato a lui direttamente. La cosa è uscita da sola e mi è stata detta più volte. È probabile che, crescendo con un certo tipo di musica, vuoi o non vuoi finisce per formarti. Poi forse il timbro di voce può ricordarlo: siamo entrambi siciliani, può essere che il modo di pronunciare le doppie, una c detta in una certa maniera possano far venire in mente lui.

Poco fa hai citato Brunori, che ha cantato in un brano del disco: come è nata la collaborazione?
È nata qui in Sicilia, durante un festival a Enna, che si chiama Ops! Festival. Io suonavo prima di lui e abbiamo chiacchierato un po'. Ai tempi stavo già lavorando a "Mi sono perso a Zanzibar", mi sarebbe piaciuto inserire una sorta di seconda voce e ho subito pensato a lui. La canzone parla di un viaggio, che ti porta da un punto all'altro del mondo, fino poi a tornare a Zanzibar, che però è palesemente più un'idea, un luogo della mente. Mi piaceva che ci fosse anche una voce diversa dalla mia, più invecchiata, rovinata. Come se fosse il me di dieci anni dopo che, consumato dal viaggio, raccontasse quello che è successo. La presenza di Brunori è uno stacco, come se la canzone iniziasse dieci anni dopo e poi entrassi io, più giovane. A lui l'idea è piaciuta e abbiamo fatto tutto via Internet. Lui ha registrato nel suo studio e poi ci siamo confrontati per il mix.

In questi anni da Palermo stanno arrivando tanti progetti interessanti, mi riferisco anche a Dimartino, Fabrizio Cammarata, i Pan del Diavolo. Cosa sta succedendo?
È di sicuro un bel momento per Palermo. Una situazione felice, che ho visto nascere. Sono in quell'ambiente da quando ho diciotto anni e ho visto tutti questi gruppi nascere e crescere prima di me, fare dischi e canzoni finché non succedeva qualcosa e iniziavano a girare. Negli ultimi anni Palermo è stata invasa dai concerti. Capitava che una sera ci fossero i Pan del Diavolo e la sera dopo Dimartino, ma anche gli Waines. Senz'altro questa situazione ha messo in giro della voglia di fare. Vedere qualcuno che fa bene le sue cose, che fa bella musica ti spinge a provarci, a metterti in gioco direttamente, come è successo a me.

Oltre a Brunori, quali altri ospiti avresti voluto avere nel disco?
Era in ballo la presenza di Colapesce, che avrebbe dovuto suonare in "Penelope, spara", ma non se ne è fatto niente perché lui era in giro a suonare. Mi sarebbe piaciuto molto averlo nel disco, ma sarà per un'altra volta. Stessa cosa per Dimartino. Con lui e con i ragazzi che suonano con lui siamo amici da molto tempo. La prima volta che li ho visti suonare è stato una decina di anni fa: avrò avuto circa tredici anni e loro si chiamavano ancora Famelika. Abbiamo suonato tante volte insieme e di sicuro prima o poi ci incontreremo anche in studio. Un'altra collaborazione è quella con gli Hank!, un altro gruppo di Palermo che in pratica è diventata anche la band che suona con me. Hanno suonato nel disco e mi accompagnano anche dal vivo. Anche in questo caso, tutto è nato dall'amicizia e dal fatto di frequentarci spesso.

Quindi suonerai con loro anche al MI AMI ANCORA?
Sì, ci saranno loro sul palco. Saremo due chitarre, basso e batteria. Più i sintetizzatori.

Cito dei pezzi delle tue canzoni: “Tutti poeti, tutti scrittori, tutti profeti e tutti bohemien" e "non bastano le stelle per scrivere poesie". In troppi vogliono fare gli artisti? Magari anche solo per un fatto estetico?
Ho notato che c'è questa cosa in giro. Su Facebook, in tv, ma anche per strada. Tutti vogliono essere artisti e tanti abbracciano la filosofia di vita di essere bohemienne. Una cosa che proprio non capisco, visto che è uno stile di vita che è morto 60 anni fa. Fare il bohemienne oggi, nel 2012, non è di sicuro una cosa molto contemporanea. Poi con questo non voglio dare dei giudizi: che ognuno faccia quello che vuole. Però è sicuro che si tende con troppa facilità a voler fare il poeta o l'artista. È una cosa che dico in primis a me stesso. È un'autocritica nei miei confronti che poi diventa critica anche per gli altri.

Quali sono le caratteristiche che ti fanno dire: questo è davvero un artista o un poeta?
Non c'è una ricetta, ovviamente. Tu ci puoi provare e sperare di piacere e di essere capito. Ma credo che non puoi definirti poeta o artista, almeno non finché rimani in vita. Non sei tu a poterti definire così e poi, finché non passa un po' di tempo dalle cose che hai fatto, non puoi guardarle con lucidità effettiva. Non mi definisco poeta o artista e tendo a non affibbiare questo termine nemmeno ad altri.

In "Moleskine" parli di andare e restare, della necessità di cercare posti nuovi senza poi trovare reale soddisfazione. Sbaglio o è un tema ricorrente del disco?
Un altro cantante, Oratio, mi ha detto: perché scappi sempre? È vero, nelle canzoni dico spesso che voglio muovermi, andare via. Forse è perché ho voglia di evadere, sempre, anche dalle abitudini. È anche il senso del titolo: "Gli eroi non escono il sabato". Io di certo non mi sento un eroe, perché il sabato esco quasi sempre, ma spesso mi pento di averlo fatto. Faccio le cose, ma vorrei essere altrove e questo si sente nel disco. In quasi tutti i testi c'è voglia di evadere, anche da quello che sto dicendo in quel preciso istante.

I testi sono allo stesso tempo diretti e pieni di secondi significati. Come li hai scritti?
I testi vengono fuori da soli. In un particolare momento della giornata, magari per strada. Non mi sono mai messo lì a dire: "questa canzone deve dire queste cose". Mi vengono i pensieri e li scrivo. Se ho la chitarra provo a buttare giù anche una musica, altrimenti continuo a canticchiarli in testa per fissarli. In genere, comunque, mi vengono di getto: è rarissimo che, una volta scritti, mi metta lì a modificarli o rifinirli, né a cercare di inserire significati duplici. È raro anche che scriva metà pezzo e poi ritorni a finirlo. I testi finiscono nel momento in cui nascono, completamente estemporanei.

"Moleskine" mi sembra il pezzo più rappresentativo, quello che racconta più cose di te. Sei d'accordo?
"Moleskine" è senz'altro il pezzo che ha la storia più strana, iniziata al ritorno a casa dopo un breve tour fuori dalla Sicilia. Sono arrivato a casa e l'ho trovata completamente vuota, perché stavamo traslocando. Mi sono ritrovato di fronte una casa vuota, la casa dove vivevo da vent'anni, dove avevo scritto e registrato tutto. Questo mi ha fatto pensare al momento in cui ero, anche ai tour che avevo fatto nei mesi precedenti e mi ha dato lo spunto per iniziare a lavorare alla canzone. Casa nuova, stanza nuova e sono uscite quelle parole, con un'idea di arrangiamento elettronico con synth a manetta e chitarre new wave. Poi ho capito che non era la dimensione giusta, era eccessiva. Visto che la casa era stata svuotata, ho deciso di svuotare anche la canzone, puntando solo sulla chitarra.

Quindi il testo vince sempre: quello non si tocca, al limite è la musica ad adattarsi.
Se un testo non mi convince, lo butto direttamente. La musica, invece, può subire variazioni o modifiche.

Per chiudere, una domanda davvero fondamentale: che gusto ha un "Kinder Cereali all'amianto"?
Secondo me fa schifo. L'idea mi è venuta quando, a Palermo, un giorno mi hanno regalato un Kinder Cereali. Siccome l'ho trovato un po' amaro mi ha fatto venire in mente certe immagini non proprio piacevoli. Come l'amianto, appunto. Comunque sì, deve fare proprio schifo.

Commenti (2)

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  • Faustiko Murizzi 23/01/2012 ore 22:05 @faustiko

    Una delle sorprese più belle del 2012...

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