Mariposa - e-mail, 08-12-2001 Intervista

28/12/2001 di Enrico Rigolin

Se cercate un esordio a suo modo entusiasmante, se cercate dei simpatici folli capaci di rispolverare sensazioni e/o canzoni che credevamo sepolte, se vi affascina la lucidità, la maturità vista attraverso un caleidoscopio mezzo sbronzo eppur zeppo di poesia, si todo eso y mucho mas... se tutto questo e suppongo molto altro, ma soprattutto se vi garba un’intervista, di seguito potete leggere quanto scaturito (telematicamente) dalle domande poste ai Mariposa...



Rockit: Da quanto esistete, quanto lavoro c’è dietro il vostro ultimo cd?

Mariposa: Per molto tempo i Mariposa sono stati quel che si dice un “gruppo da salotto”. Precisamente il salotto di casa Sette Brutti in via S. Vitale 30 a Bologna. I Mariposa allora (1998) erano in tre e da quelle session veramente lo-fi è uscito “L’arco di Gesso”, registrato con pochi mezzi durante un week-end alcolico a Palazzo del Pero (AR).

L’inizio della vita pubblica del gruppo si identifica con un fortuito concerto al centro sociale “La villa occupata” di Firenze. In quel tempo si era in quattro: Alessandro Fiori, Enrico Gabrielli, Gianluca Giusti, Michele Orvieti.

“Portobello Illusioni”, il nostro primo cd uscito nel 2001, è il frutto di tre giorni di registrazioni e sei mesi di missaggio.

Rockit: Dove state andando e dove volete arrivare???

Mariposa:Da Verona a Bologna, da Arezzo a Milano, da Messina a Verona, da Milano a Bologna, da Arezzo a Montevarchi, da Bologna a Messina, da Montevarchi ad Ambra, da Ancona a Spalato (HR), da Arezzo a Trento, da Venezia a Bologna, da Messina Centrale a Messina Marittima, da Milano a Terranuova Bracciolini, da Villa S. Giovanni ad Ambra, da Bologna a Verona, da Verona al Cerro: i nostri obiettivi sono la fama e il teletrasporto.

Rockit: Probabilmente un po’ forzatamente, nella mia rece invitavo i “fanatici del nu-metal” ad astenersi dall’ascolto del vostro lavoro… ma poi… perché no?? Che reazioni ha suscitato, sinora, “Portobello illusioni”? E’ stato somministrato anche a orecchie avvezze al (luna)pop?

Mariposa: Solitamente i nostri spettacoli dal vivo riscuotono molti apprezzamenti da parte dei più svariati pubblici (ci capita di suonare nei posti più diversi). Questo probabilmente perché è più facile far passare l’aspetto surreale del nostro lavoro avendo un diretto contatto col pubblico, che può trovare più chiavi d’accesso nel gesto teatrale e nella dimensione visiva (il nostro esuberante sex appeal?). “Portobello Illusioni” invece, sia pur corredato di uno splendido booklet, riccamente decorato, non può restituire appieno questo lato. Le reazioni verso il disco sono infatti contrastanti: da una parte le recensioni sono state tutte positive, dall’altra il gradimento presso il pubblico è variegato. In effetti l’album non è musica da sottofondo e non compiace né il patito di cantautori, né il fanatico della scena indie. Ci rendiamo conto di aver dato alle stampe un prodotto senza epigoni, che sfida in maniera un po’ incosciente quasi ogni meccanismo di stereotipo produttivo: basti pensare che è un disco senza batteria e con una dinamica molto ampia, quasi più propria alla musica da camera che al rock.

In definitiva è un prodotto che un po’ inquieta... ma adesso con l’entrata di Enzino detto “u batterista” siamo pronti a conquistare i petti villosi dei nu-metal e i glabri fan del (lùna)pop.

Rockit: Quello che stupisce, poi, è la (quasi) totale mancanza degli strumenti canonici del rock: un gruppo di giovani, insomma, fra i 22 ed i 27 suppongo, che si cimenta con strumenti a fiato e con un approccio che mi sento di definire un po’ più “colto” della media, una band che se ne esce con un lavoro d’ispirazione “cantautorale”, che si rifà a Jannacci piuttosto che ai Marlene Kuntz. Da dove spuntate quindi?

Mariposa: Innanzi tutto andiamo dai 19 ai 25. Ognuno poi porta cose diverse…
Alessandro porta: i suoi testi e le sue melodie, la sua visionarietà e il suo talento teatrale, il suo violino e il suo pettine rosso.

Enrico porta: il suo diploma di clarinetto, i suoi studi di composizione, svariati clarinetti, e Gnurluvo (il suo cane).

Enzo porta: i piatti, le bacchette e il rullante, la sua esperienza con l’elettronica, la sua curiosità verso ‘sti cinque pazzi, i dolcetti di Irrera.

Gianluca porta: il pianoforte a tracolla, l’agenda organizer, la voce roca, “the lamb lies down on broadway”, il balsamo per i capelli.

Michele porta: init prog, gli spartiti, i ‘suonini’, Steve Reich e Philip Glass (in comode confezioni monouso), l’aulin.

Rocco porta: la macchina, la casa di montagna, il whisky e le sigarette, la progettualità, il basso e la chitarra, l’aulin.

Ecco da dove spuntiamo fuori, dai nostri amori e dalle nostre idiosincrasie; e si sa che l’amore non ha età.

Rockit: I vostri testi assumono spesso toni surreali, accostamenti forti quanto azzeccati ed efficaci (sono stati quelli, assieme ad altre cose, a farmi venire in mente Vinicio Capossela!); altrove, sembrano affiorare romanticherie prontamente deviate, come un metronomo immerso in una vasca… Come nascono i testi?

Mariposa: (Risponde Alessandro) Prima di iniziare a scrivere penso sempre: “devo diventare ricco”. Il titolo è molto importante, come il sedano fresco o il ravanello di contorno alla razza, a esaltarne o smorzarne il sapore. E comunque, suddetti testi, me li scrive quasi sempre la mia mamma in cambio di un battuto di cipolla.

Rockit: Poche righe (so che ne occupereste volentieri parecchie, eh?), per dirmi quali sono le vostre influenze a livello letterario, i libri che avete amato di più?

Mariposa: Ci piace un po’ di tutto, c’è chi legge molta letteratura italiana, alcuni ci tentano col castigliano, altri leggono manuali, due di noi sono stati visti con libri di fantascienza, ad Alessandro è piaciuto molto “Non é ver che sia la morte...” di Giovanni Mosca. Tutti noi teniamo sul nostro comodino “Porfido amore mio” di Giovanni ‘Giò’ Valvo per Luigi Reverdito Editore e “Nuovi racconti di un esorcista” di Padre Amorth per le edizioni Dehoniane.

Rockit: Imperdonabile, nella mia recensione a “Portobello illusioni” la mancata citazione, fra le vostre influenze, di Rino Gaetano. Sono passati ormai 20 anni dalla sua morte (era il luglio del 1981), eppure le sue canzoni sono ancora così vive ed attuali. Oltretutto, lo stesso titolo del vostro album, è una citazione del grande rinogaetano: è un omaggio, un’influenza dichiarata, e comunque cosa rappresenta per voi, oggi, quest’artista?

Mariposa: In realtà il titolo è un caso: mentre decidevamo la scaletta del disco suonava “nuntereggae più”. E così... comunque per noi Rino Gaetano rappresenta un uomo, un genio, un calabrese.

Rockit: Che cos’è il ‘trovarobato musicale’?

Mariposa: Il ‘trovarobato’ è quel posto in cui nei teatri si conserva ogni genere di cianfrusaglia, e non, pronta per essere usata in scena all’occorenza. Il ‘trovarobato musicale’ non è che la trasposizione di questo luogo in senso metafisico: le diverse influenze, i rimandi, i detriti musicali sono lasciati lì in attesa di essere riutilizzati alla bisogna nelle composizioni dei Mariposa. Michele e Rocco ci tengono anche l’aulin.

Rockit: Come fate a rendere dal vivo la gran quantità di strumenti, effetti, affetti ed ambientazioni presenti in “Portobello illusioni”?

Mariposa: Come già abbiamo detto, tutte le registrazioni di “Portobello Illusioni” sono state fatte in soli tre giorni, quindi non c’è stato il tempo per molte sovraincisioni. In realtà l’impressione di varietà è suscitata dal grosso lavoro di postproduzione, che peraltro è impossibile riprodurre dal vivo. Ecco allora che sul palco enfatizziamo altri aspetti: nei primi concerti spingevamo molto sul naif; ora che siamo in sei ci è possibile suonare arrangiamenti roboanti e rutilanti alla Frank Zappa.

Rockit: Riuscite a suonare parecchio in giro? Come vi muovete per procacciarvi date?

Mariposa: Considerato che siamo un gruppo autoprodotto suoniamo parecchio. Quest’anno abbiamo fatto più di una quarantina di date. Mentre d’inverno ci dedichiamo all’iter dei locali, per la prossima estate contiamo di organizzarci per riuscire ad essere onnipresenti nella programmazione dei festival. Ancora non siamo giunti all’ubiquità, ma contiamo di arrivarci presto, grazie anche ai suggerimenti che ci vengono dalle sagge parole di Padre Amorth.

Rockit: Come spiegate il vostro versante più vicino alla psichedelia, alla soluzione straniante (l’urlo di fianco alla carezza), a volte anche al rumore?

Mariposa: Da sempre la psichedelia è la cosa in cui più ci identifichiamo. “L’arco di gesso” è il prodotto di una serie di devianze musicali (e sociali...) assecondate da un’abbondante annaffiata di alcol: mescolare autorale e rumorismo ci ha sempre divertito moltissimo.

In realtà siamo segnati da un evento traumatico: da piccoli siamo caduti nel pentolone dei Pink Floyd. L’ammirazione per Syd Barrett ci ha peraltro spinto ad imbarcarci in un nuovo progetto: stiamo lavorando ad uno spettacolo incentrato sul suo personaggio in cui riletture musicali e brani recitati sono mescolati a video rari o inediti di cui siamo rocambolescamente entrati in possesso. Lo spettacolo, che contiamo di presentare l’anno prossimo, si chiamerà “Il gatto di Barrett”. This cat is something I can’t explain e...

Rockit: E’ vero che, a seguito della recensione apparsa su questo sito, si è interessata a voi un notissima casa di produzione milanese?

Mariposa: Sì, è verissimo, e per questo ti ringraziamo. Siamo certi che, dopo questa intervista, saremo contattati per Sanremo Big.

Rockit: Oltre al gruppo musicale in sé, avente base fra Verona e Bologna, i Mariposa si prodigano anche in altre direzioni, giusto? Che cosa ci dobbiamo aspettare? Partirete con una vostra etichetta, un management, una cooperativa di avvinazzati??

Mariposa: Siamo convinti sin dalla più tenera età che lo star-system vada aggredito da più fronti e infatti col passare del tempo consideriamo di sostituirci a tutti gli operatori del settore, discografici in testa.

Più seriamente: ci piace collaborare molto con gli altri artisti che via via incontriamo e da qui stanno nascendo varie idee, tra cui quella di un management, almeno per quanto riguarda i concerti (per info frequenzaconcerti@inwind.it), che in pochi mesi sarà davvero operativo.

Al M.E.I. ci siamo stati sotto l’egida de ‘La Stanza Illune’, associazione culturale di Verona che si occupa di organizzare la rassegna ‘Etcetera’ e della quale la fronda veronese dei Mariposa è fondatrice assieme ad un manipolo di idealisti.

La sensazione, andando a Faenza, è di non essere i soli: aldilà della banalità di quest’affermazione, viene da chiedersi come emergere in un mare in cui non è dolce naufragare. L’etichetta è il nostro sogno ma viene da chiedersi che spazio si andrà ad occupare nel mercato. Per questo c’è bisogno di fare molta esperienza ancora.

La COOP di avvinazzati parte invece con il piede giusto: abbiamo la sensazione di avere nelle nostre fila almeno un fuoriclasse.

Rockit: Avrei scommesso che la portentosa vomitata impressa nel cd provenisse dallo stomaco di Rocco (da bravo veneto…), e invece non è così: di che si tratta? (La cosa forte, comunque, è quando alla fine della gittata il vomitante asserisce - seppur sconvolto - il più classico degli “Sto bene”: una chicca già sentita infinite volte! …Sarete mica astemi?)
Mariposa: Come recitano i credits del disco, la traccia che tu citi, “Niente 2”, è un frammento del dogma bolognese Zaboven. L’anonimo chioggiotto (sempre di veneto si tratta) è un noto esperto di jazz, assistito nel difficile frangente da un anonimo potentino che lo esorta a “respirare con la parte superiore dei polmoni”. Sappiate che E’TUTTOVERO!

P.S. I Mariposa intendono informare tutto lo staff e i lettori di Rockit che il contenuto della presente intervista è assolutamente senza offesa per alcuno.

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