Raiz - Milano, Universal, 03-10-2007 Intervista

09/11/2007 di

(Raiz - Foto di Luca Anzani)

Una chiacchierata con Raiz. Si parla di musica, di Notte della Taranta, Gogol Bordello, Stewart Copeland, di Napoli, di Co’sang, di XL e di situazionismi contemporanei. Ma anche di linguaggi, di politica silenziosa, di rivoluzione velata, di mainstream, di approcci, di tutto quello che non c’è nel suo secondo disco da solista o di quello che non si vede. Lo abbiamo incontrato negli uffici della Universal, il giorno dopo che ha suonato a Torino, subito prima di un gruppetto degli anni ‘80: i Police. L’intervista di Michele ‘Wad’ Caporosso.



Stanco?

No, giusto un po’. Ieri abbiamo suonato a Torino in apertura al concerto dei Police

Come è andata?

Bene, concerto potentissimo e migliaia di persone.

Come mai chiamano Raiz ad aprire il concerto dei Police?

Nel 2003 avevamo fatto con Stewart Copeland un concerto all’interno della Notte della Taranta in Salento. Quell’anno fu affidata proprio a lui la direzione artistica, e fece delle selezioni tra i cantanti che gli interessavano e ha chiamato me a fare tre pezzi. Poi il progetto è cresciuto, abbiamo girato l’Europa e quando lo hanno chiamato in Italia a suonare con i Police ha voluto che un suo progetto aprisse il concerto.

Cosa suonate?

Musica tradizionale salentina, rivista in chiave Tutto. Cioè in chiave rock, reggae, dub.

E’ un po’ il momento della Taranta nel mondo, dalla Cina ai Gogol Bordello…
Si, si, è assurdo che poi lo facciano gli altri. In Italia sembra avere poca credibilità invece poi arrivano i Gogol Bordello, zingari, ucraini, gente di New York, fanno Supertaranta ed è figo.

Parlando di “Uno” invece, più che essere un album - come il precedente forse - amico di Adrian Sherwood è un disco fratello di Teresa De Sio…
Si, si, è vero. Ho ripreso delle cose molto popolari. Con lei sono proprio amico, poi la mia generazione si è parecchio fondata su quello che faceva lei o Pino Daniele. Poi Teresa si è messa a fare proprio una sua ricerca sul ‘popolare’.

Anche nel tuo disco ci sono 3-4 passaggi fortemente ‘popolari’…
Si perché mi piace, ho indagato e ho approfondito su questo...

Ma sull’altro disco non era proprio così…
No, infatti ho trovato la mia strada. Nel senso che voglio ricercare nella musica mediterranea, voglio fare della musica mediterranea napoletana moderna. Questo come Raiz solista. Voglio concentrarmi su questo. La mia giustificazione come cantante la trovo qui, così.

Il potenziale seguito di questa scelta?

Io mi vorrei inscrivere in quella cerchia di artisti che prendono dal popolare e cercano di portarlo ad un livello contemporaneo. Concettualmente è quello che fa, chennesò uno come Manu Chao. Io amo molto la musica napoletana, mediterranea, la musica arabo-andalusa che secondo me si attacca molto bene al reggae, al dub.

E’ così che nasce anche l’idea di allegare all’album principale, un altro cd di remix dub/reggae?

Si, poi lì ho cercato di andare oltre. Ho affidato a degli altri producer il disco per vedere cosa ne uscisse fuori.

Ti piace il risultato?

Si, molto. Pezzi come "Jerusalem" con gli Zion Train o quello remixato da Max Brigante hanno totalmente rivisto e trasformato le canzoni originali, così come volevo che fosse.

Oltre al napoletano e ad un pizzico di inglese hai introdotto anche nuove lingue…
Ad esempio “Jerusalem” era mezzo in inglese e mezzo in ebraico e lo canto tutto io, ho imparato la parte e l’ho cantata.

In un suono così semplice ed esplicito quale sarà il messaggio non visibile a tutti?

Il messaggio è altrettanto semplice: recuperare umanità. Siamo persi nel mare del cinismo, nessuno dà più niente, nessuno si sente di dare, ci si vergogna dei sentimenti. Siamo realmente alla rovina, allo sfascio di tutto, non c’è niente che funziona, un rapporto, un’amicizia, un matrimonio, non si fanno i figli.

Ti ha fatto incazzare molto il titolo che ti hanno dato nell’intervista su XL
Io ringrazio XL per lo spazio che mi ha dato, ma il titolo era bruttissimo. Al lettore arrivava questa mia definizione falsissima di Napoli, cioè “Napoli è munnezza e pistole ma non la possiamo dimenticare”.

I titoli potevano essere tanti per quella intervista, poteva essere “Napoli è anche munnezza e pistole ma io non mi arrendo”. Capisci? Si poteva far passare la speranza, un messaggio positivo.

Diciamo che quando si parla di Napoli si cerca sempre di dire la cosa peggiore che abbia più effetto.

Si gioca sul fatto che fa sensazione, ad alcuni piace trattare questa roba del gangsta rap, quest’aria cupa. Invece questo provoca proprio danni.

Di cosa ha bisogno Napoli?

Napoli ha bisogno di eroi che non sparano. Gente che lavora, che la mattina cerca di farsi il culo in maniera corretta. E sono la maggioranza dei napoletani. Ma a quelli non viene mai data importanza, si risalta sempre la parte della munnezza, pistole. Fa notizia.

Che poi è un tipo di notizia che da Napoli si potrebbe benissimo estendere a tutto il sud Italia…
Esatto. Quel titolo mi ha fatto schifo, poteva essere qualunque altra cosa.

Mettiamo Napoli da parte ora che vivi a Roma…
Io vivo a Roma perché ho bisogno di viaggiare, di stare in giro, sono un anima migrante. E anche Roma ultimamente forse mi sta stretta, forse cambio e me ne vado da un’altra parte. Cioè non è che uno è di Napoli e deve vivere a Napoli perché se no è un traditore.

Di questo ne parli anche nel disco…
Io sono napoletano, sono di cultura napoletana, scrivo anche in dialetto, ma nemmeno lo faccio per rivendicare chissà quale appartenenza, lo faccio perché mi piace. Perché è la mia lingua. Mi viene bene, mi viene facile, ci puoi fare i pezzi rap, reggae, non è come l’italiano. Il napoletano è una lingua non ufficiale che mi diverte.

Resterà sempre un ostacolo l’utilizzo del dialetto nel momento in cui si vuole arrivare a tutta la gente?

Alla gente arriva come gli arrivano i pezzi in inglese, la mia poi è talmente una lingua oscura, a volte tenebrosa, che per me è un suono. Fondamentalmente io suono la mia voce. Poi c’è un messaggio, e se c’è interesse ci si sofferma su quello, altrimenti resta una voce, un suono.

Nell’altro disco c’era sicuramente più rap, più sguardi agli States…
Il rap mi diverte, comunque è una cosa che ho praticato, ho ascoltato, mi appartiene.

In questo periodo pre e post disco cosa stai ascoltando?

Guarda c’ho il mio lettore Mp3, piccolo ma è il massimo che riesco a portarmi dietro. E sopra c’ho un disco di musica mediorientale, un disco di reggae dei Congos, e una compilation di Bambaataa. Per me questi tre dischi mi descrivono abbastanza, lo metto random e mi va prima un pezzo mediorientale e poi magari mi partono i Mobb Deep e poi parte il tenore Egiziano e si crea il giusto accostamento dal mio punto di vista.

Come le vedi crescere le nuove scene napoletane?

Sicuramente quella rap è molto forte. I Co’Sang sono una realtà potentissima, ci siamo pure sfiorati per questo disco, nel senso che avrebbero dovuto fare qualcosa, poi per motivi di tempo non siamo riusciti. Le scene underground a Napoli sono molto forti.

Invece gli Almamegretta in che direzione sono andati?

Molto sperimentale, loro vanno avanti per la strada del collettivo, nella quale tra l’altro io entro ed esco, nel senso che spesso mi capita di fare i concerti, delle jam session. Magari in futuro faremo qualcosa insieme.

Cosa è cambiato dai tempi con Alma a livello di sistema Musica?

Tutto. Noi al primo vero contratto con gli Alma con una multinazionale, sarà stato il 96, era tutta altra cosa. Avevamo i soldi per fare il disco, ci mettevamo in studio due tre mesi, stavamo lì sempre in studio. C’erano i budget per fare le cose. Era tutto più grande.

Oggi invece?

Oggi c’è bisogno di fare i conti in maniera più stretta. Però a questo punto, visto che i soldi a disposizione sono sempre meno, io ad esempio ho cercato di contenere i costi del disco, cioè due cd, con dei bonus, ad un prezzo veramente basso. Anche in tournè cerchiamo di praticare anche un politica sui prezzi che sia accessibile.

Con un disco sicuramente più maturo del precedente che tipo di pubblico ti aspetti dal vivo?

Io mi aspetto il pubblico che ha cominciato a vent’anni come me, che seguiva gli Alma, e che adesso c’ha quarant’anni. E poi il pubblico più giovane che ama il reggae, il dub.

Come lo stai pensando il tour?

Girerò con gli Steela. Io cercavo una band a cui proporre un disco, però di mettere insieme una band di mercenari non mi andava molto. Parlando con Max (Casacci) mi presentò questa band della scuderia Casasonica e li ho trovati bravissimi. Per cui il pacchetto è che loro aprono i miei show e poi restano sul palco come band per il mio concerto.

Cioè si fanno il culo, ma anche una buona esperienza…
Si, esatto, si fanno il culo ma c’hanno pure vent’anni. Si divertono, anch’ io mi diverto, poi c’è un bel rapporto tra noi. Abbiamo fatto già dei concerti.

Ma un tour pensato solamente per l’Italia o vista la radice mediorientale e a tratti balcanica pensi anche di esportalo da quelle parti.

Per il momento Italia. Poi secondo me anche in Francia funzionerebbe molto sta roba qua. Potrebbe funzionare dove sono forti i mediterranei del nord o del sud.

Se nel primo disco ti ponevi, forse, il problema di essere Pop, ora invece?

Non è un problema che mi porrò più. Me lo hanno fatto porre. Però ho visto che ero talmente un pesce fuor d’acqua che non mi importa molto. Io sono abituato a suonare in altre situazioni, rispetto al Festivalbar, cioè, ho aperto il concerto dei Police con un progetto molto mio, di cui sono molto sicuro ed ero proprio a mio agio. Al Festivalbar invece avevo paura, capisci? Quelle situazioni in cui ti chiedi: Che faccio io qui?

Quindi “Uno” è un progetto che se ne frega del mainstream?

Si, ma non nel senso brutto. Cioè se ci sono i radiofonici che si interessano al mio disco e lo suonano è chiaro che mi fa tanto piacere, se non lo suonano fa nulla.

Cioè ci vivi uguale?

Si, i concerti li faccio e starei apposto.

Quanto la situazione politico-sociale italiana degli ultimi tempi trapela nel disco?

Non parlo molto delle cose che stanno succedendo adesso in maniera esplicita, però parlo di cose che mi affliggono, che mi coinvolgono, che può essere la pace nel Mediterraneo che naturalmente implica poi anche decisioni che coinvolgerebbero anche l’Italia. Per esempio c’è un conflitto in medioriente acceso che secondo me necessita di un opera di mediazione equidistante, siccome credo che in quel conflitto ognuno soffia su qualcosa e prende le parti di qualcuno per questioni di politica interna. Sarebbe importante che l'Italia si ponesse come mediatore equidistante e filo-democratica dialogando con le persone che c’hanno la testa sulle spalle, e ce ne sono. L’Italia si è posta bene sulla moratoria della pena di morte.

Ma di questo hai preferito non parlarne nel disco?

No, all’Italia non ci penso, cioè non mi metto a scrivere i pezzi su Berlusconi e su Prodi. Per me la rivoluzione è una cosa personale, partendo da se stessi, se tu pensassero a cambiare prima se stessi sarebbe un bel passo avanti. C’è gente che sbandiera principi e poi dentro sono delle cacche senza senso.

E’ questa la sintesi anche del titolo del disco “Uno”?

Ho scelto di chiamarlo così per raffigurare l’unione dei pensieri, della ricerca di umanità, dell’ascolto della musica, delle varie sensazioni umane in un'unica direzione.

Concludiamo che “Uno” è un disco che incita ad una rivoluzione interiore prima che forzatamente universale?

Si, ci sono grosse rivoluzioni da fare, ma dentro di sé. Cominciamo a cambiare noi, a recuperare la nostra umanità. Solo così si può pensare di cambiare il mondo. Non voglio fare proclami. Poi se uno lo prende e lo usa per un suo percorso personale, seguendo ciò che cerco di praticare io, consigli miei, allora questo è un disco politico altrimenti no.

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