Grimoon - Telefonica, 25-03-2010 Intervista

06/04/2010 di

Continua il percorso dei Grimoon, quello che ha portato Solenn Le Marchand, molti anni fa, a lasciare la Francia e trasferisi da noi, conoscere il suo attuale compagno Alberto, mettere in piedi un'etichetta, pubblicare dischi, fare concerti, girare film, trasferirsi in una casa di campagna in condivisione con altre persone e rendersi conto che, ai suoi occhi, il nostro Paese ha sempre meno fascino. Un lunga intervista dove vengono osservate passo passo le grandi ombre e le piccole sfumature dell'ultimo "Super 8" e di "Neera", il nuovo lungometraggio, oltre a tutte le malattie – e i pochi pregi – della musica in Italia. Di Ester Apa.



"Tutto quello che c'è nella mia testa esiste per essere trasformato". A "Je me transforme", ultima traccia di questo nuovo lavoro, affidate il racconto di una liberazione possibile. Come inizia il viaggio di "Super 8" per i Grimoon?
Solenn: Con la trasformazione di tutto quello che ci passa in testa in termini di "materia artistica": sviluppare ed elaborare tutte le immagini con cui ci imbattiamo, le idee che ci ronzano intorno.
Alberto: La trasformazione è giocare con i suoni, rielaborare in maniera personale tutti gli ascolti, gli stati d'animo, i vissuti, le nuove amicizie, i cambiamenti. Di cambiamenti ce ne sono stati molti e molti ce ne saranno ancora. Abbiamo nella testa sempre nuovi sogni e trasformazioni.

Dalla canzone d'autore (francese e italiana), all'originale ibrido di folk, musica pop e spleen gotico-decadente. In questi anni avete attraversato con convinzione e agilità una robusta manciata di generi musicali senza esserne divorati ma al contrario trovando la chiave sonora che rende oggi personale e riconoscibile il vostro suono. Esiste un filo conduttore che vi ha portati fin qui?
S: Forse l'unico filo conduttore è la fantasia e la libertà. Non sottostare alle regole del gioco ma inventarne di nuove, non rinchiudersi nella scatola dei generi ma tessere trame con tutti e con nessuno. Lasciarsi contaminare e contaminare gli altri. Credo sia questo il senso del nostro lavoro, non solo musicale ma anche cinematografico e artistico.
A: Perché cercare un filo conduttore?! Nella musica ci perdiamo, cerchiamo di trovare stimoli personali, soddisfazioni, cerchiamo di cambiare noi stessi, di dire e fare cose rilevanti a livello culturale.

Uno degli elementi che però esce fuori ascoltando "Super 8" nonostante le ispirazioni musicali sempre più robuste è che abbiate lavorato di sottrazione. Dritti al nocciolo compositivo dei Grimoon, senza nessuna esigenza di richiamare intorno alle nuove tracce amici e ospiti illustri…
A: E' vero! Volevamo fare un album che esprimesse di nuovo il gruppo al completo. Dopo "Les 7 vies du chat", che era stato realizzato con numerosi ospiti, avevamo l'esigenza di scrivere nuovi brani partendo dal nostro sound originale. L'idea alla base del progetto Grimoon rimane però comunque quella di suonare con più persone possibili. Un nostro sogno è quello di avere una band numerosa, non a caso adesso siamo in 7. In questo periodo suona assieme a noi, ad esempio, Alessandro Grazian, chitarra e piano. Un giorno speriamo di girare con un enorme furgone carico di strumenti e di musicisti: il grande spettacolo Grimoon.

Il Super 8 con cui titolate questo quarto album ha a che fare con la fascinazione per quel formato cinematografico? Il vecchio gusto per le immagini che odorano di polvere e chiuso?
S: Il super 8 è uno dei formati più affascinanti che ci sia. Lo usiamo ogni tanto, purtroppo da quando non esiste più la cassetta Kodachrome i costi sono alti e proibitivi ma rimane un formato veramente affascinante. E sì, è vero, abbiamo intitolato il disco "Super 8" per rendere omaggio al romanticismo di questo formato ormai sempre più in disuso; e poi con questo titolo abbiamo anche risolto alcuni problemi di pronuncia. "Les 7 vies du chat" era un titolo un pò troppo complicato!

Solitamente proponete per ogni canzone un cortometraggio, per questo album arriva invece un vero e proprio film. Il legame fra musica e cinema appare per voi oggi inscindibile. Un unico corpo artistico che ha braccia fatte di suoni e gambe di immagini. Nello specifico qual è il vincolo sentimentale che unisce "Super 8" a "Neera"?
S: In realtà la formula "un corto per ogni canzone" non è svanita, continua ad essere così: dal vivo noi proiettiamo un cortometraggio per ogni canzone, e in più, per l'uscita di questo nostro nuovo disco, abbiamo voluto ritentare l'esperienza del lungo, già provata al primo disco con il film "La lanterne magique". Con Neera abbiamo aperto un nuovo capitolo: per la prima volta la durata supera l'ora e abbiamo scoperto il sonoro: dialoghi, colonna sonora, musiche; tutto un mondo nuovo per comporre le atmosfere del film. Il film è una storia epica che però riprende quei temi cari al nostro immaginario: la vita, la morte, l'arte come liberazione, la magia dell'ispirazione, il rapporto tra l'uomo e la fantasia. E in "Super 8" non mancano i richiami a queste tematiche. Inoltre un altro legame forte è quel senso di libertà e contaminazione, che pervade da sempre i nostri lavori.

L'universo sensoriale e immaginifico allarga, se è possibile, il suo spettro di magia. Sono storie, popolate da bizzarri personaggi che si muovono fra terra e cielo. Su tutti ritornano però come da consueto i vostri gatti fieramente rivoluzionari. La sensazione è che queste creature oniriche vedano per voi cose che gli uomini non riescono nemmeno lontanamente a percepire…
S: Il gatto è una metafora. Abbiamo scelto lui perché è un animale affascinante e misterioso e perché siamo circondati dai gatti. Quel che si vuole dire è che quello che vediamo attorno a noi non è mai obiettivo, il nostro punto di vista è uno ma le realtà sono infinite e non può quindi esistere una verità ma innumerevoli punti di vista. Quel che critichiamo è l'imposizione di un solo punto di vista da parte dei media. Nella canzone "Super 8", un gatto reporter tenta di far passare in tv le sue pellicole riprese in giro per il mondo dal suo punto di vista (che non è quindi quello che ci viene imposto) ma gli uomini hanno interesse che venga mantenuta una sola viisone e quindi il gatto Super 8 se ne torna a casa sconfitto. Ma non è sconfitto lui, siamo sconfitti tutti, è una sconfitta della libertà.

Dal cinema muto al cinema sperimentale, dalle avanguardie al cinema neorelista. Quali direzioni segue la vostra ispirazione cinematografica?
S: Le mie influenze cinematografiche sono innumerevoli. Intanto tutte quelle che hai citato tu, poi aggiungerei il surrealismo, il cinema di matrice "artigianale" e l'animazione dalle origini ad oggi con particolare ammirazione per il passo uno. Uno dei miei registi preferiti è Jean Cocteau, artista che ha abbracciato tutte le arti con un'infinita poesia.



(Il Trailler di "Neera")

Quali suggestioni invece per la mitologia greca? Da dove parte il cammino epico di "Neera"?
S: Non ho mai studiato la mitologia greca, o poco. A scuola l'unico mito che ho studiato era quello di Edipo con la lettura di "La machine infernale" di Cocteau. Ho poi avuto la fortuna, qualche anno fa, di assistere alla preparazione dei quadri di una mia amica pittrice, Camille Meslay per una mostra ispirata alla mitologia greca e così mi si è aperto un mondo! Ho scoperto tutte queste storie, un universo di fantasia e intrecci. Ho iniziato a leggere, a documentarmi e presto ho capito che la mitologia si è sempre prestata a mille re-interpretazioni e rivisitazioni. Il mito di Orfeo è uno di quelli che più mi ha colpito e così, unendolo a una vecchia idea per un cortometraggio, ho iniziato a lavorare alla trama di "Neera". E poi c'era la voglia di rifare un lungometraggio, di tentare di lavorare in squadra, di rimettersi in gioco con numerosi amici. E così è iniziato il viaggio verso la realizzazione della pellicola.

I quadri di Alessandro Fiori, i disegni di Davide Toffolo, le performances della compagnia teatrale Farmacia Zoo, la sonorizzazione di Erik Ursich. Com'è stato lavorare con tanto materiale umano?
S: Lavorare con loro e con tutti gli amici che hanno partecipato al film è stata una delle più belle esperienze che abbiamo fatto. E' stato difficile coordinare ma tutti si sono prestati al gioco con grande senso di partecipazione e con un entusiasmo sfrenato. Abbiamo passato settimane e settimane a preparare e il culmine del lavoro sono stati i giorni di riprese: due settimane in cui si alternavano una trentina di persone davanti e dietro la videocamera. Un'esperienza magica di condivisione umana di un momento artistic.
A: Quello che abbiamo fatto è stato possibile solo grazie all' aiuto degli amici che durante il nostro percorso artistico ci sono sempre stati vicini e ci hanno sostenuti. Lo spirito che muove i nostri progetti è comunitario. Non c'è gioia più grande che vedere molte persone mettersi all'opera per realizzare un'idea.

Vi sentite parte di una scena indipendente supposto che questa esista realmente in Italia?
S: Qualcosa esiste, ma non è certo quello che ci dicono i giornali! Ormai per indie si intende un pò tutto e tutti, anche quelli che firmano major finiscono sulle riviste indie. E confesso che questo mi fa arrabbiare non poco. Noi facciamo quello che vogliamo fare, senza etichettarci indie ma facendo qualcosa di concreto: abbiamo un'etichetta e organizziamo concerti per i gruppi che ci piacciono. C'è da dire che molti gruppi "indipendenti" attuali mi fanno schifo e molti di loro sognano il mainstream: ecco il controsenso dell'indie italiano. C'è una grande ipocrisia! Noi per ripararci da questo facciamo solo ed esclusivamente quello che vogliamo fare senza sottostare a mode o giochi di "potere" ed "aperitivi" per far carriera e guardiamo all'estero dove andiamo tutte le volte che possiamo. Stiamo organizzando il nostro terzo tour in Germania e il primo negli Stati Uniti e questo perché abbiamo creato una vera rete di indipendenti "puri" all'estero.
A: Nel fantomatico indie ci sono dentro da molti anni con vari gruppi. Effettivamente non capisco bene cosa sia, forse per alcuni è un modo per etichettarsi, è un passaggio per emergere, per altri una piccola torta da spartirsi. Per me è una militanza artistica. L'indie adesso dovrebbe avere la forza di emergere, e perché no, diventare un movimento culturale che condizioni una "rivoluzione" sociale, politica, artistica. Dovrebbe rappresentare la forza dei giovani e del cambiamento. Lo sguazzare nel fango dei giorni d'oggi non fa bene a noi e neanche alla scena indipendente. La musica può e deve cambiare questo Paese, è la forza del rock e delle menti libere.

Date l'idea di una piccola comune campagnola. Atmosfere conviviali, baccanali e un rapporto stretto con la natura. E' un'idea romantica o corrisponde al vero?
S: Eh eh... io e Alberto da un anno abitiamo in una cohousing in campagna con altre 10 persone. Abbiamo attorno a noi 9 ettari di campi coltivati, un grande bosco e laghi. Siamo immersi nel verde e nella vita conviviale fatta di condivisione e sostenibilità.
A: La nostra è una risposta all'individualismo dilagante dei giorni d'oggi. Abitare assieme, avere degli spazi comuni e collaborare a dei progetti riguardanti l'agricoltura biologica, l'allevamento non intensivo, il gruppo d'acquisto, la fattoria sociale e didattica danno un senso preciso della nostra direzione. La nostra è una scelta forte ma consapevole, non facile ma ricca di soddisfazioni a livello umano. Abbiamo coinvolto molti amici attorno a questo progetto. Siamo un gruppo aperto, organizziamo degli house-concert e stiamo tentando di unire l'amore per la terra con l'arte, la cultura e la musica. Anche questo è un piccolo segnale per tentare di cambiare qualcosa nel Paese. Il Veneto è una terra che si sta imbarbarendo, ma realtà come la nostra sono importanti.

Un po' di tempo fa Soleen diceva a Rockit di essersi trasferita in Italia con l'idea di trovare qui il Belpaese. Tra le miriadi di contraddizioni in cui viviamo da queste parti oggi, trovate che ci sia ancora spazio per la bellezza o l'idea di bellezza che ti aveva portato fin qui?
S: Uhm, ho davvero detto questo? Forse erano i bei tempi in cui credevo ancora nel miracolo. Diciamo che le cose sono abbastanza cambiate. L'Italia ha delle cose meravigliose ma come sa essere bella (vedi i suoi paesaggi, un certo tipo di accoglienza da parte dei suoi abitanti), sa anche essere orribile. Credo che sia stata distrutta dall'individualismo e da un inesistente senso civico, che non è solo della classe politica, ma dell'Italia tutta. Quel che più mi allarma è che in questo Paese tutti stiano zitti alla mercè del potere. Mai visto nulla del genere, mi fa paura e noi nel nostro piccolo facciamo del nostro meglio per smuovere qualcosa, utilizzando come arma l'arte per dire di non aver paura di denunciare, di ricordare, almeno provare a far pensare la gente... e lo facciamo anche nella nostra vita quotidiana, vivendo in un modo alternativo (in cohousing), evitando le trappole del consumismo e cercando le soluzioni per la condivisione delle risorse e dei saperi. Ma devo confessare che l'Italia mi spaventa. Ogni tanto parlo di certe cose belle che ci sono in Francia (perché anche lì ci sono problemi ma qualcosa di bello e importante c'è: la vita sociale) e ieri per esempio mi è stato detto "beh torna nel tuo paese allora!" e questo fa davvero male. Quando dico la realtà come la vedo mi viene detto di andarmene ma non dal primo leghista che passa, no, da gente che considero come persone pensanti. Aiuto!
A: ha ragione, non c'è da essere fieri di abitare in un Paese che calpesta le grandi vittorie sociali degli anni settanta. Anche voi di Rockit che mettete il Presidente Pertini dietro al Palco lo sapete.

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