Berlusconi: l'etica del lavoro e l'imperativo Godi!

04/11/2010

Berlusconi e l'imperativo Godi! Wu Ming 1 ci regala un bel punto di vista sul nostro Premier in un commento alla presentazione del libro dedicato allo storico Furio Jesi a cura di Enrico Manera e Marco Belpoliti, nelle librerie a partire da questa settimana.

Eccolo:
L’imperativo “Godi!” da parte del super-io/Capitale.

Berlusconi è una perfetta antropomorfosi di tale imperativo. Berlusconi separa il Padre (la figura istituzionale di capo del governo) dalla Legge. Tutta la sua condotta e il suo linguaggio esortano a sciogliere la legge, a ignorare ogni limite, a condonar(si) qualunque infrazione (purché non intacchi la proprietà, ovvio):
“Italiani che mi votate, non c’è nulla di male a evadere le tasse, andare con le ragazzine, fare i falsi in bilancio etc. Italiani che mi votate, io dico che uno può fare quel cazzo che vuole!”
Di fronte a questa retorica rovesciata (un Potere puttaniere, pappone, “libertino” e caciarone anziché sessuofobo, castratore etc.), ogni discorso anti-repressivo, genericamente libertario, da Reich a Marcuse all’anarchismo, ogni appello alla liberazione del “principio del piacere” è condannato, se non alla superfluità, quantomeno all’inefficacia, perché è un’opzione di cui il potere si è già appropriato. E questo lo avevano capito bene, arrivandoci ciascuno per la propria via, proprio Foucault e Pasolini.

Credo che a un andazzo così si possa iniziare a rispondere, appunto, con il rigore, l’autodisciplina, il senso del limite, e una *etica del lavoro*, espressione – per comprensibili motivi – disprezzatissima presso la generazione di cui stiamo parlando, da Toni Negri a De Andrè: “A un Dio fatti-il-culo non credere mai” etc.

“Etica del lavoro” intesa come la spiegavo qui recensendo un libro di Philopat:
www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropausa11.htm#34
«…storie di persone che si sbattono insieme. Mi torna alla mente Diesel di Eugenio Finardi: “E io amo questa gente che si dà da fare / che vive la sua vita senza starsela a menare”. Ecco, Philopat racconta di gente che si dà da fare: si dà da fare a scoprire, a occupare e gestire, resistere e rilanciare, produrre e creare, tenere contatti.

Quella a cui dà voce Marco, in fondo, è una robusta etica del lavoro. L’affermazione suonerà paradossale, ma è perché in italiano con la parola “lavoro” si indicano troppe cose diverse. Qui con “etica del lavoro” intendo lo sbattimento per qualcosa che si ritiene importante, la soddisfazione di vedere premiati i propri sforzi, la gioia di avere fatto bene qualcosa, la spinta a fare ancora meglio la prossima volta, senza deludere chi ti sta accanto o di fronte e crede in te.

Eh sì, mica ne esiste una sola, di etica del lavoro. C’è quella del “buon viso a cattivo gioco”, autoillusione che indora la pillola e fa accettare un impiego infame, e poi c’è l’altra, che è anche quella dei punx, di chi gestiva il Virus, di chi mandava avanti le autoproduzioni, di band come i Contropotere che si smazzavano duecento concerti e decine di migliaia di chilometri all’anno, spingendosi fin nei posti più sperduti per aiutare piccoli collettivi etc.»

Per info:
www.wumingfoundation.com/giap/?p=1602&cpage=1#comment-2316

Commenti (1)

  • Dama Rama 05/11/2010 ore 18:38 @damarama

    Silvio in esilio! con tutta la sua prole e la sua schiavitù!

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