Il "Viaggio senza vento" di Omar Pedrini è stato entusiasmante

Per i suoi 25 anni, il disco dei Timoria è diventato un tour pieno di sold out e ora un bel disco live. Il rocker bresciano racconta una pietra miliare della musica italiana anni '90 e tutto quello che ha significato per lui

Omar Pedrini @ Bloom (MB) - Foto: Fiz Rockit
Omar Pedrini @ Bloom (MB) - Foto: Fiz Rockit

"Sembrava di essere negli anni ’70 al Parco Lambro. Art and Love and Rock’n’Roll". Così Omar Pedrini rievoca l'esperienza del “Viaggio Senza Vento Tour”, che nel corso del 2019, per il venticinquennale del disco più importante della sua ex band, i Timoria, lo ha portato in giro (bei tempi) per tutta la penisola, a collezionare sold out (50!) e fare cantare a squarciagola brani diventati degli anthem. Durante il live Omar Pedrini riproponeva i pezzi che hanno reso celebre e così amato il concept album del 1993, il quarto in studio del gruppo bresciano, che conteneva singoli come Senza Vento e Sangue Impazzito.

Il tour terminava il 2 dicembre 2019 al Fabrique di Milano, davanti a 3.000 persone. Con Omar sul palco c'erano anche Eugenio Finardi e Mauro Pagani, già ospiti nell’album dei Timoria, per i brani Verso Oriente e Lombardia e da Ensi, rapper tra i più forti d'Italia, sulla traccia Lasciami in down. Da quella serata è nato un disco – distribuito da Universal e disponibile in doppio CD, doppio LP, digital download e streaming –, che contiene quel live.

Qua sotto, nell'invitarvi all'ascolto del disco, vi riproponiamo un'intervista molto speciale che Omar Pedrini aveva dato a Rockit durante quel tour. Tutte le foto che trovate all'interno sono di Davide Samperi e raccontano proprio la serata del Fabrique di Milano. 

Incontriamo Omar Pedrini per questa intervista al Bloom di Mezzago (MB), in una sera di primavera fredda e mai iniziata. Come dire, date queste premesse potrebbe essere benissimo il 1999 e invece è il 2019 e per quanto sia difficile e complicato, va tutto abbastanza bene.
Noi due di interviste non ne facciamo più da tempo, nè singolarmente nè figuriamoci in coppia così tipo sbirri, siamo invecchiati e abbiamo altri interessi e sbattimenti, però questa con Omar e soprattutto per questo disco era una chiaccherata a suo modo dovuta. E forse leggendo capirete il perchè.

Così mentre guidiamo in macchina ricantando a memoria (e a squarciagola) ogni singola traccia di 'Viaggio senza vento', ci accorgiamo di essere anche abbastanza emozionati, che dopo tutti questi anni di interviste e frequentazioni di musicisti è anche una cosa nuova e a suo modo molto bella. Ma, je repete, vi assicuro che per chi scrive 'Viaggio Senza Vento' dei Timoria è stato un disco super mega importante a livello umano ed esistenziale. E come per noi immaginiamo anche per molti di voi, lettori di Rockit 40+.

E farla al Bloom questa intervista ha un sapore ancora più bello (quello dei giri immensi che fa la vita per poi ritornare sulle sue tracce etc etc). Pronti? Questo è lo sbobinato della chiaccherata.

Omar Pedrini live al Fabrique, foto di Davide Samperi
Omar Pedrini live al Fabrique, foto di Davide Samperi

Andiamo dritti al punto. I Timoria tornano a fare un tour o per meglio dire: Omar Pedrini celebra 'Viaggio Senza Vento' dei Timoria con un tour senza gli altri della band. Che senso ha?

Si era deciso di far uscire un disco celebrativo di quell’album, se lo meritava. A quel punto sono state fissate alcune presentazioni in giro, ma alla fine, per motivi diversi, a quelle presentazioni ci andavo quasi sempre solo io. Mi ritrovo un sabato a Roma alla Discoteca Laziale, nessuno della band era venuto. Sul posto ci sono i vecchi fan, ma anche tantissimi giovani. Ero gasato, pensavo di trovare solo gente dai capelli grigi come me. Molti pischelli mi dicono “fai il tour”, ma ritrovandomi da solo dico a tutti: “filmate questa dichiarazione: se faccio il tour sono un coglione”. Tutti i ragazzi mi dicono: “Ma fallo per noi! Almeno sentiamo dal vivo quel disco che non abbiamo mai sentito”. Mi inondano di messaggi su Facebook e questo è il risultato: rimando i miei progetti personali, mi prendo il rischio di una figura di merda e mi imbarco in un tour per 'Viaggio Senza Vento'. Mi rendo conto che a quel disco glielo dovevo. E sta andando alla grande.

Te li ricordi ancora quegli anni?

All’epoca non ero lucidissimo. Quando mi hanno chiesto di scrivere la biografia mi hanno anche  detto “parla tanto degli anni ’90”. E io ho detto “ragazzi, scrivo quello che mi ricordo”. Ero strafatto tutti i giorni, mi ricordo mondi prismatici, psichedelici. Giravo costantemente ubriaco. Sembra un secolo fa.

Negli anni 90 avevamo l’ufficio di Rockit al Junglesound di Milano. In quel luogo nasceva o passava quasi tutta la scena rock e alternativa dell’epoca. Quella scena milanese che catalizzava anche molte altre band italiane. Non i Timoria, che stavano sempre per i cazzi loro, cantando pure “Milano non è l’America”.  

Non abbiamo mai fatto parte di scene. Ero lunatico anche in quello. Li conoscevamo tutti, eravamo anche amici, ma li incontravo più da Mauro Pagani alle sue Officine Meccaniche di Brescia. Lo dico in simpatia, ma per noi quelli erano un po’ i fighetti milanesi. Noi eravamo alcolisti tossici di provincia. Ho però grande stima per molti di loro. Manuel Agnelli, un altro “cane sciolto”, ha fatto l’introduzione alla mia biografia, è stato meraviglioso, mi ha commosso, mi ha dato autostima. Mi ricordo Morgan e Andy che venivano a portarci Acidi e Basi dicendoci “ti prego ascoltalo, questo è il nostro viaggio senza vento”. Poi i Ritmo Tribale che erano una band pazzesca, anche se non hanno avuto la nostra stessa fortuna in termini di pubblico. E ne dimentico altri, ma l’ho già ammesso che non mi ricordo tutto. In quegli anni c’era davvero tanta roba. Il nostro però è stato il primo disco rock in italiano a diventare disco d’oro.

A quel disco però ci siete arrivati passando da forme di musica diverse. Negli anni ’80, prima di 'Viaggio Senza Vento', non eravate rock nel senso puro del termine, anzi avevate anche aspetti pop-rock. Nessuno avrebbe pensato che avreste mai fatto un disco come quello.  

Pop rock, forse, ma in un senso inglese. Premetto che gli anni 80 a me facevano cagare, però c’erano gli Smiths, per me un totem. Io ho la stessa agenzia di Noel Gallagher e grazie lui ho stretto la mano a Johnny Marr, emozionandomi come una merda. Quindi la nostra ispirazione sul lato pop era quella roba lì. Se tu guardi i primi album era tutto camicioni alla Johnny Marr e capelli sparati alla R.E.M. Quindi in quel senso eravamo più pop. La verità è che il nostro modo di fare musica era solo una via più rock per dimostrare l’amore per la scena new wave fiorentina, per i Diaframma. Ci dicono di essere stati dei pionieri in questo, ma all’epoca nessuno ci credeva al successo di quella roba. Ma eravamo davvero ispirati, tanto che nell’88 scateniamo persino un piccolo scandalo: Gianni Maroccolo lasciava i Liftiba per produrre il primo LP di 5 diciannovenni bresciani. E “Colori che esplodono” viene eletto disco dell’anno dai giornalisti musicali.

Omar Pedrini live al Fabrique, assieme a Mauro Pagani e Eugenio Finardi, foto di Davide Samperi
Omar Pedrini live al Fabrique, assieme a Mauro Pagani e Eugenio Finardi, foto di Davide Samperi

In quegli anni eravate assidui frequentatori dei centri sociali eppure avete deciso di andare a Sanremo, in casa del nemico, creando un altro casino.

Si, fu un altro scandalo per il nostro ambiente. Non era come oggi, il nemico era il pop. Oggi Calcutta può piacere a me e al ragazzino che ascolta cose più leggere, all’epoca no. Cose come pop, musica leggera, Sanremo… non erano ammesse a prescindere. Noi siamo andati lì con uno dei nostri brani più tosti, un brano prog: “L’uomo che ride”. Una canzone che poi sarebbe finita in “Ritmo e dolore”, una roba colta, molto filosofica, con dentro la cognizione del dolore di Gadda, che in fondo era anche il dolore della mia vita. Insomma, ci voleva coraggio a fare Sanremo così. Noi andiamo, ci insultano tutti, suoniamo davanti a milioni di persone, non piacciamo a nessuno, ci mandano subito a casa. Torniamo immediatamente a Brescia, incazzati neri, perché adesso ci odiano i centri sociali e l’esperimento del grande pubblico è fallito. A casa trovo mia madre che mi dice “é tutta la mattina che vi chiamano da Sanremo, dovete tornare, avete vinto qualcosa”. Torniamo lì e mi trovo con Jannacci, che aveva vinto il premio alla critica per i big. Ci dicono che i giornalisti si erano scandalizzati per la nostra eliminazione e avevano istituito un premio della critica anche per i giovani. All’epoca non me accorgevo, ma avevamo buttato giù un muro.

Dopo Sanremo esce subito 'Ritmo e Dolore'. Nel 1992 Storie per vivere, a cui partecipa anche Ligabue. Poi nel 1993 arriva 'Viaggio Senza Vento', un disco mai visto prima, nel bene e nel male.  

Nasce tutto da una storia che avevo scritto. Era la mia storia in comunità, di quando ero andato in un ashram indù per riprovare a vivere. E’ da qui che nasce la storia dell’uomo tossico, fallito, che parte e rinasce in Oriente. Il viaggio senza vento di Joe era questo. E volevo raccontarlo in un concept album. Pagani mi disse: “vengo anch’io con te, che coraggio”. E sentire questo da lui me ne diede altro, perché è sempre stato il mio modello. Così cominciamo a fare avanti e indietro Brescia-Milano-Brescia, per fare il disco della nostra vita.

È vero che 'Viaggio Senza Vento' fu il disco del “o la va, o la spacca”?

Assolutamente si. Noi eravamo quel rock inglese che non riusciva a vendere dischi, ma intanto avevamo un contratto con la PolyGram e io ero orgoglioso perché ero sotto etichetta Polydor come Hendrix e The Who. Intanto facevo una vita che non riuscivo a capire, una pacchia. Mi pagavano per farmi fare quello che amo di più. “Mucchio selvaggio” ci aveva fatto disco dell’anno, miglior esordio, quindi gasatissimi. Eravamo andati a Sanremo vincendo un premio inventato per noi. Io però ero ormai mezzo tossico, soffrivo, stavo male. La Polidor ci diceva “non ci sono programmi rock, non ci sono radio rock e voi non volete andare in televisione,”. Le major cominciavano a mollarci e noi avevamo un contratto standard di 3 album in 5 anni che andava in scadenza. Viaggio Senza Vento era il terzo e poteva essere l’ultimo dei Timoria. Cominciamo allora a pensare di tutto, tipo il produttore di Zucchero, mentre io andavo negli studi dove erano usciti Gianni Morandi, Eros Ramazzotti e il giorno dopo arrivava Totò Cotugno, cercando di infilarci in mezzo i Timoria. Non c’erano veri studi di registrazione rock e anche trovare fonici adatti alla nostra idea era difficile.

Omar con Ensi, foto Davide Samperi
Omar con Ensi, foto Davide Samperi

Alla fine avete scelto una strada pericolosa per una band che rischia di rimanere senza contratto.

Avevamo grandi dubbi sul nostro futuro e in un momento simile, in cui rischiavamo di perderci, ci stavamo imbarcando in un concept album da venti tracce. Non aveva senso. A quel punto il mio tastierista Enrico Ghedi disse: “io sto con Omar, facciamo un disco coi coglioni. Se è l’ultimo disco che facciamo, lasciamo un testamento!”. Sentivamo che era un disco che poteva rimanere, anche se non avesse venduto, ma quando fai un’opera d’arte importante, o prima o poi qualcuno la apprezzerà. Dentro ci abbiamo messo tutto ciò che ci ispirava. Insieme al rock ci sono funk, soul, progressive. E’ così che abbiamo fatto quel disco.

Un disco che poi ha segnato parte della generazione rock italiana di quei tempi, diventandone colonna sonora. Quella che tu stesso hai cantato come generazione senza vento.

È stato involontario. Posso dire che all’epoca ero un po’ snob, ma ricordo che nel ’96 siamo stati il primo gruppo della scena rock italiana a riempire il Palalido. Per l’epoca portare 4.000 persone paganti in un palazzetto a vedere una band indie-rock era inaudito. Vi racconto una piccola storia: dopo la fine dei Timoria facevo serate in giro per l’Italia a 200 euro. Mi portavo mio figlio Pablo, come tecnico delle chitarre e gli davo 30 euro. L’ho avuto giovane, proprio negli anni in cui nasceva Viaggio Senza Vento. Lui aveva 15 anni e vedeva questo papà davanti a 50 persone che lo applaudivano e mi dicevo “lui non capisce che io negli anni ’90...”. Una sera faccio un concerto a Lecce e mi dicono che Giuliano Sangiorgi dei Negramaro aveva piacere di invitarci a cena dopo il concerto. Io ero tra la seconda e la terza operazione al cuore, quindi anche un po’ giù di morale. Ingrassato, gonfio perché bevevo. Andiamo all’una di notte in questa splendida masseria. Giuliano cucina e mentre bolle l’acqua mi dice: “mi piacerebbe regalarle un paio di canzoni”. Si mette al pianoforte e prima di cominciare: “adesso vi canto una canzone importante per la mia vita, senza la quale forse non avrei cominciato a cantare”. Inizia al piano con un SI minore. Era 'Sangue Impazzito' e la stava suonando davanti a mio figlio. Mi sono commosso. Ecco forse cos’era stato quel disco per una generazione. Un po’ come accadde per noi con artisti come Pagani e Finardi: personaggi importanti di Parco Lambro e protagonisti degli anni ’70, la musica ribelle e la PFM. Erano entrambi nel nostro disco a suonare e cantare. Io dissi: “ci han passato il testimone”.

Ascoltandolo oggi, a 25 anni di distanza, cosa ne pensi di 'Viaggio Senza Vento'. Ha ancora un senso musicalmente?

Sì, lo dico con sincerità. “La falsa modestia è l’arte degli imbecilli” come dice Schopenhauer e io son d’accordo. Mi son reso conto che Viaggio Senza Vento è un disco ancora attuale, il rock, le parti funky, il soul. Ci sono anche due canzoni in stile rap perché il nostro DJ ne era appassionato e per scavalcarmi mi disse: “gli Aerosmith hanno fatto un pezzo con i Run DMC”. Lo mettemmo in sala prove, era l’88. Iniziammo a fare delle composizioni che in Italia non si erano viste. E negli anni questa cosa del crossover e della contaminazione ce la siamo portata dietro, facendo “I love you Mexico” con gli Articolo 31, che non erano certo il J-Ax di oggi, senza togliere nulla togliere a un artista che è pure il mio vicino di casa. Con i 99 Posse abbiamo fatto “Sudeuropa” nel ‘96.

C’è qualcosa in quel disco che vorresti cambiare o che manca?

Sì. In Viaggio Senza vento dovevano esserci dei parlati di Carmelo Bene. Io impazzivo per lui. La Polidor mi diede il numero di casa e lo contattai alla vecchia maniera. Lui mi disse: “Perché proprio io? Ci risentiamo”. Purtroppo non ci sono riuscito.

Omar Pedrini live al Fabrique con Mauro Pagani, foto di Davide Samperi
Omar Pedrini live al Fabrique con Mauro Pagani, foto di Davide Samperi

Negli anni d’oro hai visto anche i soldi che molte rock band italiane hanno potuto solo sognare.

Abbiamo seminato tanto, ma i soldi veri non li ho fatti. Mi son sentito dare del coglione perché dividevo per 5 coi Timoria. Io dicevo “il mio batterista è importante quanto me”. Per me un gruppo è una famiglia. Ho l’appartamento di Milano che mio padre mi obbligò a comprare perché “non hai più soldi in banca, con gli ultimi ci compri un appartamento”. Sono i 68 mq in cui vivo ancora oggi.

Se non era un fatto di soldi all’epoca, di certo non può esserlo oggi. Eppure hai deciso di rimettere Joe in viaggio.

Soldi proprio no, anzi. Prendere nove persone, creare una piccola azienda itinerante, garantirgli la tournée. Non ho budget, siamo partiti senza promozione, con una piccola agenzia di produzione di Milano che ha anche i Punkreas. Se fosse andata male, la casa di Milano la vendevo. Quando ho visto le prime due date sold out ho capito che aveva un senso. Una sorta di prova del nove al tempo, ma non sto facendo una cosa rivolta al passato. Nonostante questa cosa la stia facendo da solo, senza gli altri Timoria, vedo l’entusiasmo ai concerti. Era una cosa da fare. Alla fine di questo tour mi dedicherò nuovamente alla mia musica, non ne parlerò più di “Viaggio senza vento”, però era un omaggio a quella cosa lì, indefinibile. Ho fatto una scelta importante a bloccare tutto, perché la mia carriera solista stava andando bene, sono uscito con la Warner, ho suonato a Londra, ho nuovi progetti. Ma ho voluto fare un regalo a quella generazione che magari dice “a quarant’anni non vado più ai concerti” ma poi si libera proprio quella sera per andarci con due figli e condividere una storia.

E per te, cosa significa suonarlo ancora? Qual è il vero motivo per cui sei tornato sul palco faccia a faccia con un passato che sembrava chiuso?

Mi sento la coscienza più a posto. Dovevo farci i conti con Viaggio Senza Vento. Era l’amico del cuore con cui hai litigato e dopo anni gli dici: “una volta noi due dobbiamo parlarci”. Non so ancora se per la mia carriera ho fatto bene, ma per il mio presente lo dovevo fare. Quando ho visto gli altri Timoria che mollavano e giravo da solo e nonostante questo il disco entrava ancora in classifica con Mengoni, Elisa e gli altri, ho deciso che dovevo farlo. Non solo per le generazioni di un tempo, volevo farlo anche per i ventenni e per coloro a cui non avevo mai potuto parlare musicalmente. In fondo la nostra carriera dura solo 11 anni, anche per quello è rimasta la voglia, perché ce ne siamo andati al top. Io ho due figli millenials e se noi eravamo la generazione senza vento, loro di vento ne hanno ancora meno. Noi un’idea di futuro ce l’avevamo, loro no. Per questo voglio stargli vicino, anche se sono analogico e loro digitali. A modo mio voglio capire questo mondo. Ecco perché Viaggio Senza Vento adesso. Certo è strano voler andare verso i giovani suonando un disco di 25 anni fa. Non lo so spiegare, ma sento che questa cosa andava fatta.

I Timoria non esistono più da quasi venti anni, ma le loro canzoni in qualche modo sono arrivate anche a una parte delle generazioni successive.

Sapete perché i Timoria sono rimasti così tanto nell’immaginario comune pur essendoci sciolti nel 2002? Grazie alle tante band che le anno suonate tra sale prove e piccoli palchi in tutta Italia. Le cover band sono state il nostro YouTube. “Sole spento” è la canzone che mi fa guadagnare di più con i diritti d’autore e la più interpretata dalle cover band dei trentenni. “Senza vento” dalle cover band dei quarantenni. E’ anche per loro che faccio il tour e ad ogni concerto ne invito uno o due a cantare. In tutta Italia mi sto andando a prendere questi ragazzi che tremano sul palco con me. È un gesto simbolico, di ringraziamento. A tutti loro dico: se non fosse stato per voi, le mie canzoni non arrivavano a oggi. Sono stati un virale che non passa da Internet. Se il tour lo avessi fatto con tutti noi Timoria originali, avrei invitato J-Ax, Pelù e altri sul palco con me. Ma suonando da solo non mi sembra il caso. Poco mi importa se “non fanno gente”. Io conosco il mio pubblico, a loro questa cosa piace e li applaudono.

Difficile trovare qualcosa di simile ai Timoria nella musica italiana di oggi. C’è qualcosa in cui ritrovi il vostro spirito o qualche artista che ti piaccia particolarmente?

Se dovessi dire dei nuovi Timoria, direi i Negramaro, che hanno qualcosa di esteticamente simile ai primi Timoria con Renga. Se parliamo della scena indie non c’è nulla che si avvicini a ciò che facevamo noi, ma potrei citare tante cose che mi piacciono. Calcutta per me è bravo, con Colombre abbiamo fatto un concerto insieme ad Arezzo. A Brescia, nel mio quartiere, è nato Frah Quintale. Vorrei passare il testimone a lu, perché ha qualcosa nei testi quel ragazzo. Mi ricorda il primo Vasco, ha queste immagini, la droga, non siamo gli americani, la stazione, lo senti che è vissuto. Certo il genere manca della “botta”, ma è raffinato e dal vivo all’Alcatraz mi ha divertito molto. I Ministri che mi piacciono. Poi queste ragazze nuove, Giorginess, Maria Antonietta che hanno creato un mondo, uno stile nuovo. E’ un momento interessante. Certo, per me sarebbe più facile dire: “sì, bravi, ma avete rotto il cazzo”, invece sto cercando di capirli.

Dopo tanti anni, c’è qualcosa dei Timoria di cui vai particolarmente fiero ancora oggi?

Mi piace che nessuno dica che i miei Timoria erano i “gruppo straniero a caso” italiani.

Quindi adesso hai fatto pace con Viaggio Senza Vento?

Si, adesso si.

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L'articolo Il "Viaggio senza vento" di Omar Pedrini è stato entusiasmante di Fiz & Acty è apparso su Rockit.it il 2019-06-03 13:54:00

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  • fabbro00 3 anni fa Rispondi

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