El santo Il topo che stava nel mio muro 2013 - Cantautoriale, Rock, Indie

Il topo che stava nel mio muro precedente precedente

Canzone e violenza, ruvidezze e canzone d’autore. Tutto regolare quando componenti de La Stasi e dei Volwo incrociano le loro strade.

Io ti annuso, tu mi annusi: ci piacciamo, formiamo un supergruppo. Bene, ma una volta messe da parte le operazioni preliminari arriva inesorabile l’urgenza: cercare la quadratura del cerchio, il punto di equilibrio, la convergenza. Quello tra le ruvidezze assortite de La Stasi, band di provenienza di Giorgio Scorza, Daniele Mantegazza e Lorenzo Borroni, e il rock d’autore con il quale Pasquale Defina, soprattutto con i Volwo, si è rapportato spesso e volentieri nel corso della sua carriera. Equilibrio trovato e sviluppato come si deve all’interno di “Il topo che stava nel mio muro”, album d’esordio di El Santo, misto di chitarre noise, pezzetti di elettronica sparsi in giro, spunti cantautorali, psichedelia e testi visionari. Undici canzoni testimoni di un viaggio tra disillusioni (“Ti han convinto che sei il prodotto di cinquant’anni di Andreotti, sacerdoti e Marabù”), previsioni apocalittiche (“Le favelas saranno le architetture del futuro”), immancabili e fragili storie d’amore (“Un bel gioco dura poco, il nostro sa già di bruciato”), affrontate con ironia e piglio da rock band che se la gioca bene e in modo convincente ovunque le sue sonorità vadano a parare. Anche quando diventano sghembe e stranianti, come in “Motown (quello che ti uccide)”, (bel) pezzo dal sapore di peyote arricchito da chitarre in grado di evocare gli schizzi finali di “Strawberry fields forever”, o prendono treni lenti e polverosi, descritti dalla desertica “Il salario delle formiche”. E che non dimenticano di pagare dazio agli Afterhours, ascoltare per credere “Marabù”, se non a certe atmosfere care a Tom Waits, evocate in “Dean.

La band milanese ha preso in prestito la propria ragione sociale dal nome d’arte del messicano Rodolfo Guzman Huerta, wrestler ai limiti della leggenda, diventato supereroe da fumetto nonché sorta di eroe popolare nel suo Paese d’origine. Un immaginario piegato alle esigenze di Dafina e compagni, sospesi tra impulsi istintuali e necessità di fornire grazia alle loro esigenze espressive, tra “canzone e violenza”, come recitano in “Innesto di stile”.

---
La recensione Il topo che stava nel mio muro di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2013-10-21 00:00:00

COMMENTI

Aggiungi un commento Cita l'autore avvisami se ci sono nuovi messaggi in questa discussione Invia