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RECENSIONE
07/10/2015

I Ministri sono I Ministri. Tautologica espressione che rende l'idea di simmetria e riflessione allo specchio contenute in "Cultura Generale", quinto album della band milanese. Un viaggio a Berlino, un produttore come Gordon Raphael (The Strokes) e il desiderio primordiale di togliersi di dosso strati e strati di imposizioni.

L'album in questione probabilmente non sarà quello di maggior successo del trio ma è quello che restituisce di più lo spirito dell'esordio. Tutto registrato in presa diretta, senza troppi ritocchi digitali, solo chitarre e batteria, pochi riempitivi sintetici, canzoni in stile Ministri, con il suono pastoso e la "pacca" da concerto. Aggressivi e ironici, ma anche lievi e melodici, i brani ricalcano sentieri già battuti in dischi precedenti, in "Cultura Generale" non ci sono sorprese, ci sono solo certezze e rock.

Ne "Il giorno che riprovo a prendermi" Divi canta: "E passeranno i mesi e le stagioni, e arriveranno i giorni in cui dovremo perderci, ci lasceremo indietro le parole che rendono questi anni manciate di momenti. E non sarà mai qualcosa per cui smettere, qualcosa da riscrivere. Il giorno che riprovo a prendermi". Uno sfogo di rabbia consapevole, una rivolta per riprendersi il proprio vero io. Canzoni come "Cronometrare la polvere" e "Balla quello che c'è" sono chiare intenzioni di chi vogliono essere I Ministri, con i passaggi veloci di batteria, basso e chitarra che staccano all'unisono e quei saliscendi distorti ormai marchi di fabbrica. Te li immagini facilmente in una stanza vuota a sudare e strabuzzare gli occhi mentre registrano "Idioti" a testa bassa, uno dei pezzi più incazzati del disco, mitragliate e coltellate.
Non ci sono veri brani di punta nella tracklist, dodici canzoni che vanno guardate da lontano per cogliere il quadro complessivo, una attaccata all'altra come le spire del serpente in copertina; nemmeno "Estate povera", così pop e ruffiana, supera il test del tormentone. "Le porte" ha il ritornello da stadio e l'assolo classic-seventy come mai Dragogna ne aveva fatti, ma manca comunque il quid per diventare hit.

Ci sono anche le ballate in crescendo, "Io sono fatto di neve", "Lei non deve stare male mai" (con anacronistico finale a sfumare) e "Sabotaggi" sanno ancora posizionare il groppo in gola, con la voce di Divi che si spacca tra le ottave e si alza all'estremo: le imperfezioni sono sale per chi sa ascoltare. "Quello che c'è più in là non sappiamo cos'è e non vogliamo saperlo" è l'epitaffio della title-track, un'implicita constatazione del qui e ora artistico della band.

Se col primo album devi impressionare e col secondo confermarti, dal terzo in poi la strada per concepire gli album è un campo minato da cui è faticosissimo uscire illesi, se ti esponi e sperimenti rischi, se ti va male e riesci a tornare sui tuoi passi sei fortunato. Nella musica quasi sempre questo meccanismo ti carteggia via quintalate di pubblico, ai Ministri questo non accadrà nemmeno stavolta, perché essere più nudi imbarazza, ma rende in qualche modo invulnerabili ai giudizi di forma; poter godere delle proprie scelte artistiche, fottendosene per una volta delle aspettative e mettendo sul piatto nient'altro che I Ministri. Come li vogliono loro.

Tracklist

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