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RECENSIONE
08/05/2017

L'esplosività creativa di certi produttori di musica elettronica si materializza, spesso, solo dopo lunghe e asfissianti sedute di campionamenti, riascolti, aggiunte e tagli magari effettuati all'interno del proprio piccolo studio di casa. In questo stanzino, a volte, la comunicazione con il mondo esterno avviene solo tramite un finestrino a scomparsa largo cinquanta per trenta centimetri posto appena sotto il tetto del loculo. Dopo giorni e settimane di asocialità artistica però in alcuni di essi nasce una voglia irrefrenabile di uscire all'esterno e perché no, chissà, girare il mondo.

Un chiaro esempio di artista con questa vena creativa è Giulio Fonseca, aka Go Dugong. La voglia di evasione del produttore piacentino stabile da tempo ormai a Milano è stata colmata da un viaggio in India. Viaggio che ha dato alla luce "(Indian) Furs [Instrumental]". Dopo il precedente album "Novanta", antipasto dell'interesse di Go Dugong verso le diversità culturali incontrate sull'omonima linea bus della città e creanti un lavoro a cavallo tra hip-hop multietnica e world music, con l'ultimo "(Indian) Furs" si è di fronte ad un vero e proprio concept album.

Registratore alla mano e zaino in spalla, partendo magari dal sud dell'India, e in particolare dal parco nazionale di Periyar come suggerisce la prima traccia, viene ricreata all'istante una prima immersione completa con la natura del luogo tra rumorismo (ad esempio versi di volatili) e psichedelia di effetti. Certo, andare a spasso per luoghi simili non è mai del tutto confortevole o privo di rischi. Le percussioni sovrapposte in controtempo della successiva "Naja Naja" nascondono l'inquietudine che l'incontro con un cobra asiatico (scelto anche come protagonista della copertina) può provocare se incrociato in mezzo alla vegetazione.

Viaggiare poi immersi in continenti con culture musicali profondamente lontane dalle nostre porta anche a scoprire nuovi strumenti autoctoni. Il bhaya è non a caso quell'apparecchio funzionante come un timpano di argilla, rame e legno che segna la percussione di tonalità più bassa del ritmo. L'omonima canzone ne rappresenta un tributo. Sempre in zona sud, poco ad est di Periyar, viene di seguito raggiunta l'insenatura acquatica dell'oceano di nome Ponnumthuruthu. Qui, oltre al continuo e sussistente contatto con la natura viene aggiunto per la prima volta alla musica della corrispondente canzone la vicinanza con il mondo umano tra voci e bisbigli di sottofondo. Il passo successivo sarà quello di confrontarsi con le dottrine e alcune divinità osannate da quelle parti. La questione è portata avanti dalla ritmica di "Hanuman" (avatar induista) e  "Varuna" (Dio dell'acqua, dell'oceano) tra organi sacrali, liturgie asfissianti e sibili sommersi.
Dunque è tra uno spostamento e l'altro, un tuffo spirituale e uno scenario naturale sbalorditivo che il viaggio di Go Dugong in terra indiana volge al termine. L'ultimo capitolo è descritto nel pezzo prettamente noise "Sree Krishna Jayanthi / Periyar". Il giorno della festa induista estiva Krishna, animata con voci e suoni metropolitani nella prima parte della traccia, si contrapporrà alla quiete ritrovata già inizialmente in mezzo alla natura di Periyar e qui riproposta in conclusione.

"(Indian) Furs" è alla fine nato come un concept album ambient e di musica etnica distante anni luce dalla consona musica elettronica europea. Ma è poi questa la forza di artisti come Go Dugong e simili (spesso anche italiani): ogni uscita, ogni nuovo progetto riprodotto, che sia nato nello stanzino di casa oppure a stretto contatto col mondo esterno, qualsiasi esso sia, potrebbe dare alla luce volta per volta a qualcosa di nuovo e fortemente differente.

Questo eclettismo conferma delle doti creative di un artista che ha già dimostrato molto, porta adesso a chiedersi: come sarà la prossima musica di Go Dugong? 

 

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