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RECENSIONE
15/01/2019

Arriva per tutti il momento di mettere a tacere le urla di rabbia interiore, forse perché esaurite o acquietate, o semplicemente perché così facendo riusciamo a far convergere il nostro futuro in un agognato stato di grazia ed equilibrio armonico. Un secondo passaggio quasi fisiologico è lo spogliarsi di tutti gli orpelli atti a irruvidire il nostro ego, per scivolare con leggerezza tra le vicende quotidiane, senza ferire o rimanere impigliati. Se questi due parametri descritti potessero formare uno schema, sicuramente, vi potremmo ascrivere la piccola rivoluzione dei Progetto Panico: svestiti delle ultime borchie hanno smussato ogni spigolo, pubblicando un disco levigato e leggero.

"Universo N.6" non si pone come una metamorfosi figlia di un continuo evolutivo, anzi, possiamo considerarlo come una nuova dimensione identitaria. I ritmi tirati dalle reminiscenze punk-rock adesso suonano come morbide chitarre sospese tra il classico cantautorato di scuola italiana e alcuni brevi momenti emulatori che attingono dal ricordo dei loro trascorsi - come in "Quando ero piccolo" - fino a toccare per pochi istanti derive new-wave del finale di "Non cambi mai". Ovviamente la nuova veste dei Progetto Panico non si limita soltanto a una rivisitazione sonora addolcita da archi e tastiere; il cambiamento radicale possiamo avvertirlo facendo attenzione all’approccio nel raccontare la loro attuale visione del mondo, estromettendo in primis i caustici tratti delineatori, ma velati di cinismo, dei precedenti "Vivere Stanca" e "Cattivi Tutti Quanti".

Qua a farla da padrone è una mesta prosa sommaria della quotidianità, non necessariamente biografica, ma molto generica. Una leggerezza marcata, anteposta in modo tale da trascendere forma e sostanza, facendo così digerire senza troppa difficoltà il ritratto del disturbo alimentare di "Cattiva Matilde" o le elucubrazioni sulla casualità della vita di "Vivo per caso" e la quasi stornellata "Spermatozoi". Si edulcorano le note amare della realtà con un velo di rarefatta ironia, una scelta stilistica bidimensionale che dapprima fa scorrere con leggerezza le parole, per poi servirti un rincaro emotivo agli ascolti successivi.

Sotto la produzione artistica di Alessandro Fiori il quartetto umbro ha distolto lo sguardo dagli scenari moderni del precedente "Cattivi Tutti Quanti", ricercando una sorta di classicismo essenziale e diretto, confezionando così un lavoro che si astrae dal cavalcare l’onda indie o itpop, ma unicamente indirizzato al completamento di un percorso personale.

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