Modena City Ramblers Dopo il lungo inverno 2006 - Rock, Folk

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A volte basta una canzone per far girare le cose. Per fare capire che si è preso atto che qualcosa non funzionava ed era il caso di cambiare. Aggiustare un poco la rotta, senza scossoni o deviazioni. Giusto una piccola virata, leggera ma significativa. E dire che, già dal titolo, la canzone in questione non si presenta bene: “Mia dolce rivoluzionaria”. Se poi sul libretto si legge che alla sensibile militante si indirizza un perentorio “Alza il pugno!”, le premesse per il “solito-pezzo-dei-Modena City Ramblers” ci sono tutte. E invece, eccola, la virata. Perché, al di là del ritornello, effettivamente scritto a puntino per i live, nelle strofe si prende atto di un fatto epocale: “ora servono nuove parole”, perché “la risposta ora è più complicata”.

Dopo il fattore K, crolla anche l’ortodossia rambleriana? Non esageriamo: resistono pezzi stancamente retorici (“Il paese delle meraviglie”), ennesime lodi del viaggio (“Il treno dei folli”) e passaggi vuoti fino all’irritazione (“Tota la sira”, in assoluto peggior brano della storia dei MCR), ma qua e là, insieme alle voci, le parole cambiano davvero. Basta sentire uno dei pezzi portanti dell’album, “Quel giorno a primavera”, in cui esordisce ufficialmente la voce ruvida di Davide “Dudu” Morandi. In fondo è una riedizione di “Quarant’anni”, ma il testo prova ad essere più complesso e meno didascalico, esattamente come in “Mama Africa”, lontana anni luce dai baratri di terzomondismo d’accatto di “Radio Rebelde” (disco del 2002). Stesso discorso con “Mala Sirena”, che canta Tuzla e la Bosnia mantenendosi su toni descrittivi, abbandonando gli abiti da predicatori che i MCR si erano cuciti addosso. Di buon livello anche “La musica del tempo”, “Western Union” e “Oltre la guerra e la paura”. In questi ultimi due brani si fa apprezzare l’innesto di Betty Vezzani, voce femminile che avvicina il suono a quello dei desaparecidos Caravane De Ville, di gran lunga il miglior gruppo figliato dai Ramblers.

Disco della rinascita? Di nuovo, non esageriamo: semplicemente, l’album del post-Cisco si mantiene sopra la linea di galleggiamento, provando a uscire dalle secche in cui il gruppo si era precedentemente incagliato. Certo, l’intensità dei primi dischi è di là dall’essere avvicinata, ma almeno si prova ad archiviare la pessima figura rimediata con la nuova versione di “Contessa”. Segnali di vita, sostanziosi.

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La recensione Dopo il lungo inverno di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2006-11-24 00:00:00

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