Inter nos, c̶o̶n̶t̶r̶o̶ l'identità italiana

Una riflessione interna a Rockit sulla distruzione e costruzione dell'identità italiana in ambito musicale.

Beato il popolo che non ha bisogno di eroi, arbitri e controllo qualità
Beato il popolo che non ha bisogno di eroi, arbitri e controllo qualità
01/10/2019 - 14:47 Scritto da Carlo Pastore

Lo scorso venerdi, dopo la manifestazione Fridays For Future a Milano, mi sono recato in una libreria del centro per una riunione, dopodiché ho dato un'occhiata agli scaffali. L'occhio è caduto su un libercolo messo in bella mostra vicino alla cassa: “Contro l'identità italiana” di Christian Raimo. Il titolo mi ha incuriosito e l’ho comprato (poco mi è importato che Raimo fosse – perlomeno nella mia bolla – un giornalista discusso). 

L'identità italiana è, per quanto mi riguarda, un territorio di indagine ed esplorazione fin dai tempi della scuola, quando poi iniziai a scrivere proprio per Rockit, il portale su cui siete ora. Nato nel 1997, Rockit ha fin da subito individuato il fuoco della propria azione nel supporto e nella valorizzazione della musica italiana, intesa in prima istanza come quella che – avulsa dai suoni plastificati del mainstream – meritasse comunque di essere raccontata; poi in secondo luogo come opera di valorizzazione della Bellezza a qualsiasi livello, senza barriere ideologiche o discografiche a monte. La lettura del libro mi ha scatenato qualche riflessione che vorrei qui approfondire.

Il capitolo secondo si apre con questa domanda: “Tra l'inizio e la fine degli anni Novanta si crea una sorta di allarme per i destini dell'Italia. Resisterà all'Europa, alle spinte indipendentiste, alle guerre civili?” Siamo nel paese lacerato dal post Tangentopoli, con i populismi alterni di Forza Italia e Lega a raccogliere un largo consenso. L'Unione Europea è non solo un'idea, ma un progetto concreto; da lì a poco sarebbe arrivata anche la moneta unica. Siamo inoltre nel mezzo della guerra di Jugoslavia, che riaccende le pulsioni nazionaliste più violente trasformando i balcani nello specchio delle nostre paure più profonde. La Nato bombarda. Raimo cita una intervista a Cesare Garboli di Simonetta Fiori (Repubblica).

Garboli, lei si sente italiano?

"Mi sento profondamente italiano. Sono figlio di una madre sabina, nata in un paese di miseria ma con una particolarità: in Italia la miseria ha per compenso di essere pittoresca. Pittoresca e storica. Pensi a Napoli, alla Sicilia, alle Puglie e perfino alle Marche. Io vengo da parte di madre da un paese in cui non c'è niente, neppure il pittoresco. Lo zero sociale. Mi sento italiano per questo: perché mi sento niente nel mondo."

S'avverte già un atteggiamento sminuente verso la propria identità italiana.

"Ma no, è un dato di fatto. A partire dal Cinquecento l'Italia ha perso il potere nel mondo, diventando un'identità trascurabile. Ma vorrei aggiungere un elemento sul mio essere italiano. Lei avrà notato che in un francese, inglese o spagnolo tra il sentimento dell'identità nazionale e la sua presenza nel mondo non c'è scollamento. Il francese rimane francese ed essere umano. Per l'italiano non è così. L'italiano, se si sente italiano, diventa subito fascista."

Che cosa vuol dire?

"L'identità nazionale è sempre sentita in termini di orgoglio rivendicativo e rabbioso. Senza pace, senza naturalezza, senza semplicità."

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(“Io non mi sento italiano di Gaber” uscì nel 2003, ed era scritta nella forma di lettera figurata al Presidente)


Nel 1999, due anni dopo la fondazione di Rockit e questa intervista, Carlo Azeglio Ciampi diventa Presidente della Repubblica. Il suo mandato sarà pregno di patriottismo repubblicano. Ciampi infatti cerca una difficile sintesi fra tutte le anime unitarie del paese: Rinascimento, Risorgimento, Resistenza. L'apprezzamento nei confronti della sua opera è trasversale. Raimo cita allora Paolo Peluffo, che dell'allora Presidente è consigliere per l'informazione e coordinatore delle attività legate al centocinquantesimo dell'Unità d'Italia: “Il tema è quello di immaginare la percezione e avviare una strategia per reagire alla sensazione di declino che sta pervadendo la nostra società. […] L'orgoglio nazionale è un fenomeno in generale aumento nei Paesi europei. […] La presunta insufficienza di identità e orgoglio nazionale degli italiani […] non costituisce un problema reale”. Insomma, gli italiani si sentono italiani, solo che bisogna ricordarglielo.


Senza entrare troppo nel merito politico della questione e lasciando a margine la tesi del libro: mi colpisce la sostanziale sincronicità di un esperimento dal basso come Rockit e dell'invece per sua natura alta e verticale opera presidenziale. Un lavoro sull'identità. Essendo dunque il mondo della musica, per quanto mi riguarda, un sensibile termometro della società nonché un indicatore di possibili sviluppi, mi sono chiesto se a distanza di più di vent'anni si potesse ipotizzare una lettura storicizzata di quel periodo. Sopratutto alla luce del grande successo che ha oggi la musica italiana "nuova" e del forte vento sovranista che attraversa l'Europa.

Ne ho parlato con Giulio Pons (GP) e Stefano Fiz Bottura (SFB), che fondarono e ancora oggi dirigono Better Days e Rockit.


Vi eravate mai accorti che Rockit avesse in qualche maniera “anticipato” l'opera del Presidente Ciampi?

SFB: (Ride, NdR) a 23 anni ero un punk di merda. Secondo te pensavo al Presidente Ciampi? 

GP: No, però mi piace. Quando abbiamo preso il patrocinio del Ministero per l’evento diffuso Maledetta Primavera forse potevamo intuire che ci fosse un parallelo con il Paese.


Che cosa intendevate per “italiano” nel 1997?

SFB: Pensato, fatto, suonato, cantato, promosso, diffuso da persone di nazionalità italiana. Facile, semplice, naturale. Senza distinzione di generi, messaggi, suoni. Ah, per noi italiani sono ovviamente anche gli italiani di seconda generazione, a Rockit vige la Ius Soli.

GP: C’è anche sempre stata l’accoglienza, tipo se un artista straniero viene a vivere in Italia da un po’ e canta in Italiano, per noi è Italiano. E poi c’è anche l’Italiano all’estero, la band di gente Italiana che vive all’estero.


E oggi?

SFB: La stessa cosa.


Qual era la percezione culturale e sociale che l'aggettivo aveva nei primi anni di Rockit?

GP: Nella musica, "italiano" aveva una connotazione negativa. Alla radio passavano solo grandi cantautori e/o artisti di Sanremo. Gli altri non esistevano o erano emarginati. Molte band italiane cantavano in inglese perché cantare in italiano era sinonimo di sfiga. 

SFB: La musica italiana all’epoca si portava addosso una velata arretratezza di fondo, contro quello che andava di moda, il Moderno, tutto rigorosamente di produzione anglo-americano e in lingua inglese. A inizio anni 90 “Italiano”, nel mercato discografico mondiale, era come dire “bulgaro” (senza offesa per i bulgari), l’inutile provincia dell’Impero. Non si produceva niente di rilevante non solo per il mercato estero, figuriamoci, ma nemmeno per il mercato interno. Dico “rilevante” a livello di Immaginario, non discografico. 


Quale fu l'idea di fondo che vi convinse a tenere fuori dalla vostra azione la musica internazionale, dunque il mondo?

SFB: Il “mondo”, come lo chiami tu, all’epoca in realtà era solo ed esclusivamente la musica USA e UK. Questa cosa è bene ricordarla. Non girava musica tedesca o francese o danese o marocchina o cinese. Quindi la musica internazionale come la si intendeva all’epoca era solo ed esclusivamente quella inglese e americana. Stop. Quindi abbiamo deciso di “tenere fuori il mondo”, almeno da Rockit, perchè “entrava già da tutte le parti”. Era l’opposto di adesso. 


Com’era il panorama editoriale che si occupava di musica?

SFB: A inizio anni 90 c’erano un fottio di riviste specializzate e fanzine che parlavano solo e soltanto di musica straniera. Capisco sia difficile da immaginare nel momento storico in cui viviamo, in cui anche testate che dovrebbero essere per loro stessa natura e fondazione “esterofile”, penso a Rolling e Vice, trattano per non meno del 70% di musica italiana, ma così era. La musica italiana “alternativa” non aveva spazi. Come ho detto sopra mancava un posto dove tornare a coltivare qualcosa da sentire nostro, di vicino alla nostra sensibilità. 


Si tratta dunque di un discorso in fondo personale, non socio-antropologico.

SFB: Abbiamo scelto la nostra personale battaglia. Raccontare da dentro quello che stava succedendo attorno a quella “cosa lì”, che non aveva un’identità unica monolitica definita, anzi, era la roba più sfuggente di tutte perché provava a mettere insieme diverse anime, sensibilità, identità e modi di intendere e vivere la musica anche opposti. Ma di base c’era un cazzo di sentimento di indipendenza dalla palude del circuito standard major<>mass media. Una voce diversa. Ci piaceva un sacco, era la (nostra) giovinezza che bruciava e non potevamo che seguirla. 

GP: Non eravamo soli. Abbiamo intercettato quella che era la nascente musica indipendente, la musica alternativa che su Internet però si era mossa solo con pochi progetti personali. Noi abbiamo proposto un’idea più grande che voleva raccogliere tutte le band italiane.

Qualcuno potrebbe dire che si tratta di un discorso provinciale.

SFB: Può darsi, ma l’Italia è Provincia. E io l’ho sempre visto come una cosa proiettata nel futuro e incredibilmente moderna, rivendicare un proprio modo di fare e sentire le cose. Senza che arriva l’americano o l’inglese di turno che mi dice come si deve fare. Che poi che stronzata è ragionare in questi termini quando si parla di musica io non lo so. La potenza della musica è proprio quella di poter sfondare tutto e con 3 note creare un Immaginario. 


Io stesso, più volte, mi sono chiesto come potesse essere italiano un gruppo folk pugliese rispetto ad una rock band milanese. Cosa tiene insieme tutto?

GP: La geografia. Siamo tutti di questa penisola, diversi e belli allo stesso modo.

SFB: Penso che all’epoca se lo fossero chiesto anche Mazzini e Garibaldi, nonostante poi abbiano fatto per fortuna quello che hanno fatto, pur con tutti i casini e le difficoltà del caso. Io trovo bellissimo che su Rockit (e al MI AMI) ci sia posto e abbiano pari trattamento e dignità il gruppo folk pugliese e la rock band milanese. È questa l’Italia, non farmi fare l’esegesi del glocal (ci è arrivato pure Mc Donald’s ormai, da anni) e tutti i discorsi da sociologo della fava. Penso che l’Italia sia esattamente questa cosa qui, e cercare di semplificarla per andare dietro a una vaga idea asettica di contemporaneità e modernità che omologa tutto quanto mi fa cagare. Attenzione che non sto inneggiando all’autarchia, ma sto sottolineando con decisione che mi fanno pena tutti quegli italiani esterofili a prescindere che non hanno mai coltivato o creato niente qui. Che spreco.


Qualche hater potrebbe etichettare come “fascista” l'idea di fare un sito di sola musica italiana.

SFB: Che stronzata. Semmai è proprio il contrario. È rivendicare che si può essere italiani in maniera sana e naturale, senza per forza essere fascisti. Anzi, che un vero italiano è molto orgoglioso della sua storia e della sua sensibilità e sa che può portare nel mondo ricchezza. Ripeto bene: nel mondo. Con lo scambio e con l’incontro con gli altri. Per dire, io sarei mega curioso di un sito come Rockit però bulgaro, francese, tedesco, cinese, marocchino, etc.

GP: Secondo me invece adesso c’è un po’ il rischio di questa percezione. Da fuori qualcuno ci può percepire così, come quelli che dicono “prima gli italiani”, ma ovvio che non lo è.


Siamo appunto in tempi di sovranismo e populismo. In tanti anni di Rockit ho sentito parlare di Italia, ma non di Patria. 

GP: "Patria" non ci piaceva perché era una termine patrimonio della destra, era nel loro immaginario. La "patria" era per fascisti. "Italia" era un termine più generico, senza accezioni politiche. 

SFB: Racconto un piccolo aneddoto che tu conosci bene. Su questa “sottile” (sottile? per me è così evidente che è un abisso) differenza abbiamo subito un vero e proprio processo politico al Cox18 (centro sociale anarchico di Milano) una decina di anni fa per aver osato mettere il logo dei festeggiamenti dei 150 anni dell’unità d’Italia su un flyer di un nostro evento (Maledetta Primavera) che si svolgeva da loro. Dopo 2 ore a sentirsi dare dei fascisti, imperialisti, capitalisti, razzisti etc etc mi sono ancora di più convinto che quello che stavamo facendo con Rockit era necessario: dimostrare a tutti, A TUTTI, a destra sinistra centro sopra sotto, che un’Altra Italia e degli altri italiani erano davvero possibili. E che la musica se ne sbatte i coglioni di qualsiasi definizione nazione patria idea o fazione politica. (Nota a margine: avevano comunque ragione loro, noi eravamo in totale buona fede e nel giusto ma avevamo osato troppo.)


Da un certo punto di vista, però, la Globalizzazione e l'idea di Europa ci costringono a fare i conti con l'idea di Patria.

SFB: Rockit è stato una forma di Resistenza fortissima alla Globalizzazione selvaggia. Chissà se e quando qualcuno nello scrivere la Storia di questo bistrattato nostro Belpaese se ne accorgerà. Siamo stati una Resistenza positiva e vitale a quella Globalizzazione selvaggia e cieca di fronte alla singole diversità e identità locali. Ecco siamo stati un buon punto secondo me in cui coltivare i semi della nostra biodiversità musicale. Che è ricchezza e va preservata, e per farlo va fatta conoscere a apprezzare a più gente possibile, a partire dagli italiani (ok, fatto) al resto del mondo (ok, da fare).

GP: Il fatto di essere entrati in Europa - nel modo in cui è avvenuto, con molti malumori, con l’apertura di confini, maggiore concorrenza, maggiori sfide - ha fatto sì che tutti temessero di più ciò che è straniero, di perdere quello che avevano, e così l'italianità è tornata come autodifesa e anche come moda. 


E’ possibile che questi processi globali abbiano innescato un meccanismo per il quale siamo stati obbligati a guardarci in faccia e a trovare una sintesi adatta per l'esterno?

SFB: Bella domanda. Ma non devi farla a me. Devi farla agli artisti. Sono loro che creano gli immaginari. Io posso solo suggerire spunti, unire i puntini e amplificare il messaggio. L’unico modo per farcela, che poi è sempre lo stesso, è: connettersi con quante più realtà e artisti possibili nel mondo, prendere treni e aerei il più spesso possibile (compensando CO2), girare, osare, non avere paura. Con coraggio e poesia.

 

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L'articolo Inter nos, c̶o̶n̶t̶r̶o̶ l'identità italiana di Carlo Pastore è apparso su Rockit.it il 2019-10-01 14:47:00

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