Caricamento
Verdena sulla sedia foto di Alberto Gottardo

WriteAndRollSociety per Rockit.it

Verdena

Bambini per sempre

di Ray Banhoff e Marco Villa

Foto e video: Alberto Gottardo

Art Direction: Marco Rosella

Intervistare i Verdena? Completamente inutile. Luca è muto, Alberto è pazzo e Roberta è presa male. Te lo dicono giornalisti, collaboratori di situcci e imbucati vari del mondo del dietro le quinte. L'ambiente del giornalismo musicale è come il pisciatoio di una discoteca, sono tutti lì a bivaccare fuori dalla porta del cesso fingendo di sapere tutto. In realtà sono tutte cazzate. Una cosa è vera, però: intervistare i Verdena non è semplice. Sono decine i video su Youtube in cui rispondono a monosillabi. Infatti... Perché mai intervistare i Verdena? Perché mai chiedergli del disco, di un disco che parla da solo? Dei Verdena volevamo sapere cosa fanno durante la giornata, che pizza mangiano, dove comprano l'incenso e «troiate» del genere.

I tre si manifestano come una di quelle compagnie di attori e saltimbanchi che nell'800 giravano i paesini dell'Europa sperduta o gli stati del sud negli USA, con l’aspetto sghembo dei giostrai zingari che percorrono mulattiere per fare i loro numeri di fronte alla gente. Appaiono, ridono, giocano, lanciano urletti, si fanno seri e poi scompaiono all’improvviso. Puf! Non sai mai cosa puoi aspettarti. Ti tireranno un tranello o ti sorrideranno? I due fratelli sono kafkiani, vivono nel paradosso. Rendono paradossale tutto quello che li circonda. Luca e Alberto hanno la spontaneità e il rapporto di due bambini, il che comprende gli eccessi di entusiasmo, come gli eccessi di tensione. Roberta osserva. A volte provata, sì, ma così integrata in questo trio che il solo pensiero di essere la bassista dei Verdena basta a farle superare ogni difficoltà. Comunque, come ci dirà Alberto: i Verdena sono tre fratelli. Come in una vera famiglia, basta un niente e la situazione si sbilancia da una parte o dall'altra. Senza mezze misure: solo bene bene o male male. Quindi quello che segue è il racconto - più o meno ordinato - di una giornata passata da WNR e Rockit con la band. Non ho chiesto loro se si drogano: mi ero scritto la domanda, ma mi sono reso conto che era una domanda del cazzo.

L'appuntamento con la band è fissato allo Spazio FASE di Alzano, poco fuori Bergamo, una ex cartiera Pigna. Un posto gigante, 30mila metri quadri di ex fabbrica ottocentesca riadibita a location per market ed eventi vari, un'area per bambini e uno spazio in cui bivacca una comune di artisti, diciotto circa, che stanno preparando una collettiva. Alberto Gottardo, il fotografo, ha a disposizione tre piani di edificio sterminato, ma chiaramente sceglie uno scantinato per iniziare, uno spazio che noi chiamiamo “la cripta”, contenuto da arcate oltre le quali non si può andare perché “ci sono dei buchi nel terreno”. Il silenzio della cripta è rotto solo da una ragazza che sta creando una palla di polistirolo gigante. La fa rotolare a mani nude, avvolgendola in pellicola trasparente e scotch, come se facesse una palla di neve formato XXL. Là fuori c'è un mondo, ma noi siamo lì sotto al buio in silenzio, con lei che rotola una palla di polisterolo. “È un limone” mi dirà dopo con lo sguardo languido e innocente e le tette scoperte. A tutti piacciono i limoni.

Il primo che arriva è Luca, con i capelli arruffati, un sorriso mezzo accennato, uno zainetto liso, dei pantaloni lisi, una giacchina lisa. Un ragazzo liso. Disponibile, amabile. Poi Roberta. Su Alberto ci sono voci discordanti. Cacciamo via il panico accendendo il registratore e cominciando a scattare foto. Parla Luca.

«Qui ci tengo tutti i numeri di telefono» dice maneggiando un'agendina sgualcita e armeggiando con un vecchissimo modello Nokia con l'altra mano

Ma... Quello è il tuo telefono?

«Sì. Ma i numeri li tengo in agenda perché non so segnarli nella rubrica» (ride). «È un anno e mezzo che ce l'ho, prima non ne ho mai avuto uno».

E ti è cambiata la vita?

«Naaa, perché fondamentalmente non me ne fotte un cazzo, non c'ho né internet, né il computer. L'ho avuto per un periodo ma guardavo solo troiate, tipo video di incidenti o suicidi. Ero entrato in un trip folle, lo guardavo per tre ore e mi scoppiava il cranio per le vibrazioni brutte. Poi però ho guardato tanto anche i concerti vecchi, i festival, la musica su YouTube. Ma alla fine son andato in nausea, era troppo tutto».

Ma una tua giornata tipo, quando non suoni, com’è?

«Adesso sono fidanzato e passo del tempo con lei. Poi boh... andiamo sul fiume, robe così. D'estate fiume, o pozze, qua fuori Bergamo abbiamo le pozze che sono belle... dormiamo in tenda e robe così. Poi adesso non ho nemmeno una casa, o meglio ce l'ho ma è un casino, non funziona l'acqua. Non so nemmeno io dove sono nello spazio e nel tempo in questo momento».


A questo punto arriva Alberto. Lo sguardo del tutto straniato. Magrissimo. Non parla. Ha un mal di testa lancinante, due occhi giganti che si spalancano e si nascondono. Attorno a lui c'è un campo magnetico di tensione palpabile, qualcosa che dice: non ti avvicinare. Dovrebbe infastidirci, invece è bellissimo. Lo guardiamo di spalle camminare, penzolante, magrissimo, minaccioso. Sembra uno vero della Hall of Fame del rock and roll. Questo tizio ha la faccia di uno che può dire la frase più spiazzante del mondo o star zitto tre giorni di seguito. Passa una mezz'ora in cui scattiamo foto e piano piano le cose si sistemano. Tra una pausa e l'altra succede la magia. Capiamo come mai i Verdena sono i Verdena. Nel silenzio di questo piano interrato, lo spazio è come una cassa armonica. Tutto fa eco. Siamo tutti sparpagliati da una parte all'altra a cercare di governare questa palla di tensione che Alberto ci ha lanciato addosso. Mentre la tipa arrotola il limone lenta e calma come una lumaca, noi teniamo una distanza di sicurezza di diversi metri l'uno dall'altro. Alberto è come un cane lupo che prende confidenza col territorio. Un lupo secco allampanato. Ti viene da avvicinarlo, ma è un desiderio che dura un secondo e basta.

Verdena foto di Alberto Gottardo
Verdena foto di Alberto Gottardo

In questo mood surreale, i due fratelli senza neanche parlare, di colpo trovano il proprio posto. Come? Con la musica. Luca si avvicina a una ringhiera, la studia, la tocca, poi tira fuori un accendino e comincia a batterlo sul metallo. E lo fa suonare. Suona un pezzo di ferro con l’accendino e le mani nude e tutti ci immobilizziamo. La ringhiera, quel ferraccio rugginoso che ti faresti dei problemi anche solo ad appoggiartici adesso è uno xilofono, la sta armonizzando. Il suono pare giungere da lontanissimo, il posto diventa un altro posto. Dall'altra parte del muro il lupo spalanca gli occhi nel buio. Sono due fanali accesi e illuminano un volto da fumetto, con quella mascella serrata, i capelli sparati pazzi a caso. Ha fiutato qualcosa. Così trova due travi di acciaio, le trascina al centro della cripta a fatica, saranno diversi chili l'una, e comincia a batterle al suolo. Il rintocco è quello di una campana tibetana o di un paese della vallle, una sorta di musica da rito medievale. È potente. Questi tizi fanno paura, sarebbero in grado di far suonare anche un buco del culo con le bacchette cinesi. I fratelli non si guardano nemmeno in faccia, sono separati da un muro ma stanno comunicando così. Ci sono i Verdena pazzi live nella cripta. È tutto così wooooah.

Da qui in poi sarà tutto stupendo. Finito lo shooting, Luca ci saluta sorridendo, avviandosi a piedi in montagna mentre noi raggiungiamo un bar. Al tavolo, di fronte a un toast, parliamo soprattutto con Alberto. È come se ci avessero lasciati entrare nel loro mondo. La registrazione ricomincia con Alberto che parla di calcio.

«Ehhh ma in quegli anni c'erano i Caniggia, gli Evair. Andavamo allo stadio con nostro padre, in curva a vedere l'Atalanta. Caniggia & co. erano dei campioni, facevano delle vere peripezie, sì lanciavano come dei pazzi sui palloni. Caniggia giocava coi pantaloncini tirati su fino all'inguine, sembrava in tanga, era pazzesco. Correva, correva, correva e paaaam! Quando abbiamo iniziato a suonare, sui 10 anni, abbiamo smesso di andare allo stadio».

Già suonavate a tredici anni?

«Si abbiamo iniziato nell'89, io e Luca. Mi han regalato la chitarra alla prima comunione, capisci... Lui aveva una batteria elettronica, quella vera è arrivata dopo. All'inizio non usava nemmeno il pedale, suonava in piedi come gli Stray Cats».

Roba raffinata per dei tredicenni...

«Sì sì, gli Stray Cats erano il nostro gruppo preferito assieme ai Beatles. Ed eravamo invasati del punk rock. Ci ha svezzati mio zio che ascoltava Miles Davis, Tom Waits e ci raccontava le storie dei personaggi del punk, tipo che ne so quello che si lancia giù da un palazzo, uno che vola sulla folla, quindi noi ci affezionavamo ai personaggi e poi apprezzavamo la musica. Siamo cresciuti così».

E il vostro pubblico era la famiglia?

«Si, suonavamo davanti alle zie. Ora che ci penso c'è anche un video che chissà dov'è finito. Avevamo ancora la vocina stridula da bambini» (fa la voce stridula da bambino e gracchia “Luuuuuca one ciù tri for”). «Luca da piccolissimo spaccava già il culo, ci avrà messo un mese a diventare bravo, si è visto subito che era un fenomeno. Io all'inizio non sapevo nemmeno accordare la chitarra, quindi ogni giorno il pezzo cambiava».

Com'è stata la vostra adolescenza?

«Beh, noi vivevamo in un paese di duecento persone, quindi era difficile trovare qualcosa da fare. In valle o suonavi o avevi il motorino truccato e andavi in giro a sfoggiarlo tutto il giorno. Stop. Ah poi ecco, si andava al bowling la sera o a cercare di imbroccare in una piccola discoteca. Sai una cosa assurda? Una cosa che è risaputa qui in valle? Non c'erano ragazze! Negli anni ‘80 devono essere nate poche femmine, eravamo tuuuutti maschi. Può confermartelo anche la Robi e le poche che c'erano venivano tartassate poverine. Quindi sì, ci si è sverginati tutti molto in là e per questo si suonava. Poi per raggiungere Bergamo ci volevano quaranta minuti in motorino e io che avevo il Ciao forse ci mettevo di più. Eravamo quasi preoccupati ad andarci, pareva la grande città». (ride)

Sembra una di quelle storie prese dalla vita di Cobain o degli Stooges e i Ramones. Non è un caso che la vostra musica nasca in un contesto del genere. Che ne dici Robi?

«Sai, a quell'età quando trovi una passione puoi avere tutte le attrazioni del mondo ma vuoi fare solo quello. Io avevo il mio gruppo e vivevo aspettando che arrivasse il giorno della settimana in cui si provava. Mi ricordo benissimo il primo giorno in cui entrai in una sala prove. Era piccola, anche brutta forse, ma ho subito pensato: voglio questo nella vita. Ne fui folgorata».

Vi è mai venuta l'idea di spostarvi, che ne so le solite cose tipo andiamo a Berlino sei mesi e vediamo che succede?

Roberta ride. «La casa discografica voleva mandarci a New York, due settimane tutto pagato compreso la sala prove e noi: naaa, troppo sbattimento. Penso sia un caso unico. Luca aveva controproposto Amsterdam, ma chiaramente non è stato nemmeno preso in considerazione dall'etichetta».

Ma perché?

Alberto, serio. «Non avremmo combinato un cazzo. Troppe distrazioni. Poi già non siamo abituati alla città, ti immagini i Verdena a New York, che è la città per antonomasia? Ci avrei messo almeno un anno per scrivere un pezzo lì».

Verdena Luca foto di Alberto Gottardo
Non so nemmeno io dove sono nello spazio e nel tempo in questo momento.
Non avete paura che alla lunga stare fermi qua, chiusi tra di voi possa essere controproducente?

«Adesso non vorrei dire cose strane, ma noi cambiamo luogo e situazione cambiando l'aspetto della nostra musica. Sarebbe più interessante che ne so, affrontare un viaggio, un'avventura in un posto speciale, piuttosto che andare in un posto diverso a scrivere».

Voi vi frequentate anche fuori dalle prove e dai dischi?

«Sì certo. Siamo anche andati in vacanza assieme».

Questo è curioso, di solito le band hanno bisogno di separarsi dopo un disco o un tour. Ma voi siete diversi, siete una band a conduzione familiare e la famiglia è un elemento che ricorre sempre nei Verdena. I due fratelli e - se posso dirlo: la figura materna di Roberta.

Alberto sorride divertito.

Roberta sembra anche che tu debba compiere una bella mediazione tra di loro, perché basta poco tra fratelli anche per alterare un equilibrio, no?

«Ci provo, ma la realtà è che non mi cagano di striscio».

Alberto è vero?

«Confermo!»

Be’ Alberto, si dice che anche tu abbia un caratterino difficile da sopportare

«Ehhh hai voglia. Io però rompo i coglioni sulla musica. Ma sai una cosa? Non riesco molto a vederci da fuori. Poi questo è anche un periodo di tensione, si scazza facilmente».

Come mai?

«C'è tanta roba da fare, tanta pressione».

Lavorare assieme per vent'anni non è facile, siete stati bravi...

«Ma vedi è come se fossimo tre fratelli alla fine, abbiamo quelle litigate forti dei fratelli, ma poi delle riprese molto grosse in cui facciamo cose bellissime. Però non abbiamo mai scazzato veramente. Forse solo una volta durante “Requiem”».

Invece il vostro momento più felice, umanamente, tra di voi?

«L'ultimo? Mah, due settimane fa, l'ultima volta che è andata bene dal vivo».

C'è su Facebook una pagina ironica che si chiama “Come mai Luca non c'è nelle interviste”. Pensi che sia perché non parla, ma in realtà è così loquace...

«Sì, è un peccato perché lui è molto lucido su queste domande che mi fai, io mi perdo. Lui magari ti rispondeva meglio. Mi spiace non ci sia nell'intervista».

Prima ci raccontava delle sue peripezie

«Si! Ha due case ma non funzionano. Sono come due case occupate, in una non c'è l'acqua, nell’altra non c'è la corrente. A lui piace essere così, doversi arrangiare, non avere la corrente o l'acqua calda».

Siete molto più ironici di quanto lasciate intendere. Sembrate dei cupi e invece...

«Ma va’! Passiamo la giornata a dire cazzate. Siamo dei paesani, caciaroni, siam cresciuti nel bergamasco, ci divertiamo con poco. È che forse non siamo bravi con le parole».

Però siete seri sulla vostra musica

«Sì, io non nascondo che secondo me siamo i migliori a fare rock in Italia. Cioè non sento altro che mi entusiasma o mi stimola così come la nostra roba. E lo penserei anche se non fossimo famosi. Io penso che chiunque metta su un gruppo la debba pensare così, sennò che lo fa a fare?»


Da qui in poi Alberto passerà tutta l'intervista a contraddirsi e a trovare band italiane che sono migliori dei Verdena e alla fine concluderà che ce ne sono decine meglio dei Verdena, che tutti, in pratica, sono migliori dei Verdena

Ascolti la musica italiana?

«Non ho mai amato la musica italiana, mai. Non la riesco a capire, mi fa venire l'angoscia. Però ci sono ad esempio i Jennifer Gentle che sono epici, per me Marco Fasolo è una specie di Mozart, fa delle robe che non potrei mai fare, non ci arriverei mai. Morgan, anche se è sputtanatissimo, ha fatto “Canzoni dell'appartamento” che è un capolavoro, io non saprei mai scrivere un disco così perfetto. Testi, orchestrazioni. È uno dei pochi che non mi fa venir l'angoscia».

Qui Alberto diventa onomatopeico, fa le imitazioni, si sbizzarrisce

Verdena Alberto foto di Alberto Gottardo
Non credo agli psicologi. Ci sono cervelli che puoi manipolare, ma io non sono così. Io mi auto aggiusto.

«La musica italiana è fissata con la nota fissa tipo na-na-na-na-naaaaaaaana ci metti un sac-co-di-pa-ro-le e questa roba mi fa andar fuori di cranio. Oppure l'enfasi di quelli che partono piano e poi ahhhh ahhh» (simula una specie di orgasmo) «e sembra che tutti vengano. Sembrano un mucchio di cazzi che vengono. Non lo sopporto. Vasco è quello che regge di più la situazione e la butta sul rockstarismo vero» (lo imita con la voce roca dicendo: sono veramente una rockstar cazzo).

Vasco ti piace?

«In generale sì... è molto triste Vasco, un po' un Fantozzi, mi viene da piangere quando lo ascolto. Tornando alla musica anni ‘80 italiana c'erano delle belle voci, tipo Mia Martini... poi avevano tutti la voce gracchiante alla Cobain, adesso sono tutti così puliti. Mi dispiace che la voce rauca non ci sia più. Cocciante, Masini, quelli quando urlavano gli entrava il distorsore».

Mi ha detto Iosonouncane che suonavate “Andamento Lento” di Tullio De Piscopo.

«Mmm, no. Non ricordo. Però Luca ha imparato a suonare la batteria grazie a una videocassetta sua. Diciamo che è il suo maestro. Te lo ha detto Iosonouncane? Che disco bellissimo ha fatto. Anche lui ci supera».

E l'hip hop lo ascolti?

«No. Ma Fabri Fibra è il migliore, mi tocca proprio. In furgone me lo facevano togliere. Mettevo il primo disco che hai dei testi pazzeschi, scabrosi o violenti al punto che ogni tanto qualcuno mi urlava: togli sta roba!» (ride) «Forse anche Fibra ci supera».

Senti, parliamo dei tuoi di testi. Tu non vuoi mai parlarne, io li amo tantissimo, mi pare poesia surrealista, beat.

«Per me il testo è importante quanto la musica. Se scrivi una roba brutta peggiori il pezzo. Come se ne scrivi una troppo bella. Però non saprei mai parlare di politica, non ci starebbe bene sulla nostra musica, non lo sentirei mio e non sono neanche abbastanza intelligente per saperne scrivere».

Odio il varietà, annoia la città / E dalle feste private si sente un oboe suonare... non è parlare direttamente di politica o società ma è comunque un'analisi. Sembra un testo di Kerouac o Burroughs

(Alberto ride, sorpreso) «Sì, sono i riferimenti da cui ho sempre preso da quando son piccolo, sempre grazie allo zio di cui ti dicevo. Ci faceva leggere. Per noi lui era un dio. Leggeva proprio Kerouac e Burroughs soprattutto. Di lui ho letto “Porto dei santi” che mi ha distrutto il cervello. Ci ho tirato fuori un sacco di testi da quel libro».

Ah sì?

«Sì. Ricordo un passaggio in cui descriveva un prato pieno di girasoli, però al posto dei fiori lui vedeva solo cazzi che si giravano dalla parte opposta del sole... io impazzivo. Le sue visioni mi facevano sentire come sballato, mi girava la testa. È pazzesco quanto il nostro primo disco sia improntato sul sesso, “Vera” parla di uno che si fa fare un pompino. Vabbè che avevo diciotto anni... Anche “Valvonauta”, quell'affogarsi... ma di cosa? Di seghe!» (ride) «“Sto bene se non torni mai”... va benissimo comunque, tanto mi faccio le seghe. “Penso sempre allo stesso”… le seghe!»

Ma davvero? Io credevo parlasse di suicidio! Mi risolvi un trip che dura dal 1998. Avevo un'immagine di te autodistruttiva

«Ahahah. Beh un po' è autodistruttivo farti le seghe. Io i testi li capisco dopo tanto tempo, non voglio essere molto chiaro sinceramente. Voglio che non siano di disturbo alla musica, ma tanta gente ha letto in interviste o siti che a me dei testi non interessa, però è una cosa poco veritiera».

Comunque c'è sempre tensione erotica nei tuoi pezzi. Ho perso l'amore ora so/ l'ho sparso al suolo ora so...

«Quando non suonavamo, il sesso per me era la cosa principale. Ancora adesso lo è, però non è una cosa così primordiale da metterla nei testi. Adesso son sposato, ho dei figli, non scriverei mai più una cosa del genere. Tanti anni fa venimmo a sapere che Lindo Ferretti aveva letto i testi del nostro primo disco, tramite il nostro discografico, e aveva detto: “Anch'io, se avessi sedici anni oggi scriverei queste cose”». Ride fragorosamente «Ah ecco anche lui spacca! Lui è davvero un numero uno».

Hai mai pensato di pubblicarli come poesie?

«Mmm, no». (fa una faccia allibita come se gli avessi chiesto la cosa più assurda del mondo) «Io ci vedo delle cose, sì, ma magari tu ce ne vedi altre, potremmo trovarci in disaccordo, rovinare un pochino la situazione»

Ma no, anzi. Tu sei l'autore. È normale che io gli dia un significato, ma per me è troppo più importante sapere la tua visione della cosa Allibito mi chiede «Non è che poi non ti piace più il pezzo?»

Ma va’! Invece, la frase la psicanalisi non funziona più come io vorrei?

«Era forse un momento dei più brutti della mia vita come stato psico fisico. Mia madre mi impose di parlare con uno psicologo, venne a casa nostra. L'ho visto solo una volta o due, ma mi stava antipatico».

Verdena Roberta foto di Alberto Gottardo
La casa discografica voleva mandarci a New York, due settimane tutto pagato per fare il disco, ma noi: naaa, troppo sbattimento
Non hai fatto un percorso di analisi?

«No no no. Non ci credo proprio negli psicologi, secondo me sono un'organizzazione a delinquere. Non li vedo sul pezzo. Ci sono dei cervelli che li puoi manipolare, ma io non sono così. Io mi auto aggiusto, riesco sempre a farlo. Secondo me tutti ce la possono fare».

Forse dici così perché tu hai avuto la possibilità di sfogarti con la musica.

«Sì in effetti io ho sempre fatto quel cazzo che volevo. Non faccio testo in ‘sto discorso. L'unica cosa che mi distruggerebbe davvero sarebbe se accadesse qualcosa di brutto ai miei figli. Essere genitori è così, vorresti che tuo figlio avesse la miglior vita del mondo. Tu vai in secondo piano».

È una cosa molto dura, estrema. Tu sei uno da reazioni estreme?

«Sì, quando mi incazzo, mi incazzo. Anche fisicamente. Tipo che ne so, se ci sono delle piante mi dispiace per le piante, ma il vaso parte, poi le ripianto perché mi sento in colpa. Non ricordo dove, ma leggevo che i guerrieri prima di andare in guerra spaccavano qualcosa, magari qualcosa di prezioso. È liberatorio, dopo hai una super tranquillità. Come dopo un concerto. Dopo un concerto io sono la persona più calma del mondo, niente mi tocca. Invece il concerto è la guerra totale».

Devo dire che spesso si avverte. Cioè prima di vedere voi nel 2001 non mi era mai capitato di vedere il cantante di una band, che mandava affanculo il batterista mentre stava suonando. È stata la cosa più punk che abbia visto».

«Ahahah succede spesso sì. Nel ‘96 mi son talmente girati i coglioni che ho tirato una chitarra addosso a Luca così violentemente che non so come ho fatto a non ucciderlo. Lui non si è fatto niente ed era anche l’unica chitarra che avevo. È un brutto ricordo ora che ci penso, ma in effetti arriviamo anche a quei livelli. Cioè sul palco non esiste il tempo, non esiste l'amore, non esiste l'odio, esiste solo la cazzo di musica, che deve essere fatta nel modo più perfetto possibile e dare più energia possibile. Noi ci sentiamo sempre impediti a suonare e qualsiasi piccolezza ci sembra un’enormità».

Vi sentite impediti a suonare? Davvero?

«Si! La Robi no...»

Tu Roberta che ne pensi?

«Ma va’! Penso che voi (rivolta a Alberto e parlando di lui e di Luca) «sapete fare una cosa nella vita: suonare! E penso che dovete fare quello. Quando non lo fate è perché non volete».

Alberto si spiega «Sul palco succede che a volte è un casino. Una volta scesi ci sono due strade: o è tutto un disastro o è tutto fantastico. Ma quando è bello, è veramente bellissimo».

Ma tipo il “bellissimo” ogni quanto succede?

«Su cinquanta date, cinque o sei volte... Poi ci sono quelle che son andate così e così. E poi ci sono quelle brutte. Quando suoniamo male, il pubblico se ne accorge e non applaude».

Sono stato al vostro concerto di Milano all’Alcatraz e la gente era contentissima: giusto per capire, com’è andato per voi quel live?

«Male, malissimo».

Roberta trovi che Alberto sia un po' troppo autocritico in questo?

Roberta risponde senza far passare un secondo «Sì! Ma infatti quando scendiamo dal palco e loro si piangono addosso con la cantilena del “facciamo cagare” io me ne vado».

(Alberto ha un'illuminazione) «Vedi, noi vorremmo far felici tutti. Ma non si può».

Tu vorresti che il pubblico fosse felice dopo un concerto?

«Il pubblico e noi, sì».

Non lo trovi utopico? È quasi un messaggio evangelico. È molto più difficile che parlare di politica nei testi.

«Sicuramente la politica non porta la felicità».

Sai che è un atteggiamento tipico dei fanciulli? Volere la pace nel mondo, dico.

«Noi siamo dei bambini, anzi io sono un bambino».

Verdena foto di Alberto Gottardo

WriteAndRollSociety e Rockit.it

hanno presentato

Verdena
Intervista di
Ray Banhoff e Marco Villa
Foto e Video
Alberto Gottardo
Art Direction
Marco Rosella
Hanno collaborato
Nur Al Habash
Moreno Pisto
Ilaria Zennaro
Si ringraziano
Spazio FASE
Coffe N Television
ufficio stampa FLEISCH