Un concept di fantascienza economica dedicato al mondo del lavoro dipendente.

Parlare di musica, direbbe Frank Zappa, è come ballare di architettura, ma le canzoni sono le compagne del nostro viaggiare e chi non ha provato prima o poi il desiderio di raccontare una storia d’amore?
La prima volta che sentii cantare Federico Benetti la sua voce fuoriusciva dagli altoparlanti di un mangianastri nero dove Lara Scapoli, che già a quei tempi suonava il basso, aveva introdotto una cassetta.
“Te la faccio sentire io una bella voce!” mi aveva anticipato, e poi aveva preso a fissarmi per non perdersi nulla del mio stupore.
Ma non è della sua straordinaria voce che voglio scrivere, se lo facessi avrebbe ragione Frank Zappa. Scriverò solo delle sue canzoni, di quelle parole che di nascosto hanno sposato i suoni e poi le ho viste abbracciate in qualche angolo del mio pensiero.
Scriverò di Vado a Lavorare, parole in musica che Federico Benetti ha composto per il suo nuovo cd.
Il titolo, già, pare oggi più che mai la realizzazione di un sogno di molti. Il lavoro che manca, il disagio dei cassaintegrati, quel leggero malessere che ti prende quando passi davanti a una fila di serrande chiuse con su scritto “Affittasi”, e ti rendi conto che la pasticceria che sfornava i tuoi cornetti preferiti ha cessato la sua attività. E allora ben venga un titolo così, ho pensato guardando la copertina del disco. Andare a lavorare è oggi più che mai un privilegio, quasi una provocazione. Vado al mare sulla luna o Vado ai cento all’ora in bicicletta di certo non sarebbero stati così trasgressivi.
L’ho ascoltato come si legge un saggio, il nuovo cd scritto e cantato da Federico Benetti, e dentro c’ho trovato tutto quel che serve per capire che il lavoro non è solo una busta paga a fine mese.
In quelle canzoni ho conosciuto Yoghi, nostalgico della lotta operaia che ha perso con le sue convinzioni anche il suo tesoro e si interroga sul suo passato politico e sul suo incerto futuro di disoccupato. E tra il compagno Benassa, citazione che omaggia lo “scriteriato” personaggio di Antonio Pennacchi e una presa di coscienza di un tempo ormai scaduto, Yoghi rimane solo ad affrontare senza i santi protettori, Partito e Sindacato, un momento di grossi cambiamenti sociali.
Ma ecco che a Yoghi viene proposto di fare l’agente di commercio e là dove tutti fanno bum bum impara presto che l’apparire è molto più importante dell’essere.
Tra i lavoratori cantati da Benetti anche i migranti tutti su una strada, tutti a vendere qualcosa, i lavoratori dimenticati e quelli che invece il cinema, la musica e la letteratura hanno reso eterni; e poi il potere della pubblicità e il suo rifiuto, mentre Yoghi, inginocchiato ormai davanti al dio “mercato” gli confiderà che nel suo sogno c’è un bel turno di notte.
Ma Yoghi non è uno che vanta una gran fortuna neppure in amore, e nel suo giorno di permesso guarderà di nascosto la ragazza della finestra di fronte sapendo che tutto quell’incanto finirà ogni volta che lei spegnerà la luce.
Tra i dolori di Yoghi anche la morte dell’amico Mario cantata con parole che mi hanno fatto ricordare che un giorno piansi ascoltando La miniera dei New Trolls e che oggi, invece, pare del tutto cosa normale uscire di casa per andare al lavoro e non tornare più.
A chiunque abbia ancora il privilegio di un sentire autentico, sganciato dalle pressioni delle grosse case discografiche e ami scoprire quel che gli artisti che popolano la città di Bologna sono in grado di fare coi propri mezzi, suggerisco l’ascolto di questo bel cd. E tra un pensiero scaturito da un brano di Fred Neil e una ispirazione nata in seno alle poesie operaie di Luigi di Ruscio, non posso fare a meno, in chiusura, di esaltare la voce di Benetti e la sua timbrica rassicurante, sfidando così le raccomandazioni di Frank Zappa che, sono certa, mi perdonerà.