Quentin40 40 2019 - Rap

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Crescere ad Acilia circondato dagli amici di sempre, così vicino eppure escluso dalla proverbiale scena cittadina, nella banlieue isolata dalla ballotta rap nazionale, forse, è stato una contingenza fondamentale per elaborare uno stile che fosse così cristallino, puro, personale.

Forse sbagliamo ad identificare tutta la nuova scuola con la trap. Sfera e la DPG sono ormai nomi quotati non solo a livello nazionale, altri interpreti come Rkomi o Ghali, che da questo sottogenere hanno mosso i primi passi, negli ultimi lavori, hanno decisamente virato verso nuovi orizzonti musicali. Catalogare per mera comodità. Ma qui siamo a fronte di un caso sicuramente unico, non accomunabile a nessun’altra nuova uscita, un rapper che ha impartito lezioni di metrica e stile a gran parte della scena da semi sconosciuto. Un crack.

Quentin40 è la Next Big Thing, ma next big thing di cosa? Del rap italiano, me ne assumo le responsabilità. Fateci caso, nonostante la concomitanza generazionale, Vittorio non è mai stato accostato agli ambienti trap, ed ora che anche il suo nome circola a certi livelli, nessuno è stato in grado d’iscriverlo entro una determinata categoria.

“40” il primo album ufficiale di Quentin, un esordio come pochi negli ultimi anni (pur essendo gran parte delle canzoni già edite), è un lavoro estremamente personale. La copertina mancante del volto è una vera e propria dichiarazione d’intenti: poco presente sui social, Vittorio preferisce raccontarsi nelle proprie canzoni. Insomma, la faccia preferisce metterla nella strofe.

“40” è un album personale, così personale da diventare quasi criptico, imbastito non esclusivamente attorno all’estetica dei giardinetti ma anche ad un microcosmo musicale legato ad immagini ricorrenti che ritornano nelle canzoni come leitmotiv (giro a piè / luna piè / Ruben Sosa) quanto a vere e proprie scelte compositive (la mania per i numeri che si riversa nei titoli delle canzoni). Un nuovo slang. “Rivolù dizionà”.

Ecco, continuare a descrivere Quentin come il rapper dalle rime troncate diventerebbe limitativo (e chiunque ascoltando l’album può rendersi conto quanto questo espediente non sia sempre utilizzato) anche se forse è stato il primo a farne una vera e propria cifra stilistica. Ma l’omissione delle sillabe ha una molteplice funzione, è esigenza comunicativa -pur generando un effetto di comprensione parziale che è tipico delle canzoni straniere-, è necessità d’impatto -perché non cogliendo a fondo ogni termine è più facile lasciarsi trascinare dal flow inimitabile del Giovane1-, ma, ad uno sguardo più profondo, è facile costatare come ogni troncatura nasconda spesso una duplice o triplice valenza evocativa, oltre che, ovviamente, velleità sonora che ben si sposa con la fonetica romana.

Q40 è roba potente. E difatti il suo nome è legato alla più grande hit dell’estate scorsa, eppure “Thoiry” non è presente nell’album, come abbiamo già precisato, qui si tratta di metterci la faccia non di nascondersi dietro un tormentone. Come da consuetudine, negli ultimi anni, ad ogni grande uscita rap corrisponde un unico direttore d’orchestra, Dr. Cream, con il quale Quentin ha stretto un sodalizio umano ancor prima che artistico. Che sia grime o afro trap, che siano basi techno o boom bap, tra punchline cafone e momenti connotati dall’intensità di una ballad, quel che evince è sempre un flow riconoscibilissimo. Un marchio di fabbrica.

“Jolle grosse con i mie quando pisciavo nuova scuola”. Crescere ad Acilia circondato dagli amici di sempre, così vicino eppure escluso dalla proverbiale scena cittadina, nella banlieue isolata dalla ballotta rap nazionale, forse, è stato una contingenza fondamentale per elaborare uno stile che fosse così cristallino, puro, personale.

“Tu non sai neanche rappare parli d’argomenti”.

Acilia, si trova a metà strada tra Roma ed Ostia, è una periferia come quella di tante altre città del mondo. Non è Scampia e nemmeno una favela, ad essere sinceri, non si può nemmeno affermare che Quentin abbia avuto un’infanzia difficile, più problematica di quella di qualsiasi altro adolescente della provincia. “L’odio” di Kassovitz, fin dai tempi di Marracash, ha sempre esercitato una certa influenza sull’evoluzione della scena rap italiana, ma, a differenza degli altri interpreti, non è stato recepito da Vittorio per la sua componente gangsta bensì per la sua veridicità, per lo stile neorealista applicato ai tempi moderni. Qui non si tratta di recitare una parte ma di comporre canzoni. La droga, certo, è passata su quelle panchine com’è passata sulle panchine e i muretti di centinaia di altri giardinetti. Storie di vita vissuta, come tante altre, ma rappate meglio, nelle strofe di Q40 non troverete ma un’apologia della retorica gangsta né, tantomeno, ostentazione materiale.

“Questi rapper senza causa non sono talenti avrebbero mangiato meno droga e rifatto più denti.”

E qui di talento ce n’è a palate. Lasciamolo cantare in pace.

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La recensione 40 di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2019-04-09 13:29:00

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