Mezzala: "Sono irrequieto ma non mi svendo". Storia di un musicista che si vuole bene

Per questo disco si è circondato di musicisti e produttori di fiducia, ha fatto le cose con calma, e sta scegliendo quali live fare e quali no. Ed è una cosa che dovrebbero fare tutti.

intervista mezzala irrequieto
intervista mezzala irrequieto

Con il suo nuovo disco "Irrequieto", Mezzala dice di essersi voluto bene: l'ha ascoltato e riascoltato prima di farlo uscire, si è circondato di musicisti e produttori di fiducia, sta scegliendo quali live fare e quali no. Ed è una cosa che dovrebbero fare tutti, dice, quella di volersi bene. Intanto pensa già al prossimo disco. La nostra intervista.

In un paio di canzoni, sia in questo disco che nel precedente, ci sono delle frecciatine verso l'ambiente musicale. Si sente che c'è molta ironia, ma visto che, come si dice, dietro lo scherzo c'è sempre un fondo di verità, ti senti effettivamente un po' sottovalutato?
Ho capito quali sono le canzoni a cui ti riferisci, sono “Rocker carbonaro”, del primo album, e “Chissà”, di “Irrequieto”. Il realtà “Chissà” non parla di questo, è un testo nato di getto, e infatti ha anche una struttura abbastanza particolare, non c'è il ritornello, ci sono due strofe che sono due flussi di coscienza, e poi c'è questo interludio, cantato da Zibba, che non è altro che la trasposizione quasi fedele, appena adattata metricamente, di un feedback che mi ha dato un discografico, di cui non faccio il nome, a cui avevo dato dei provini. Mi divertiva questa frase perché l'ho trovata abbastanza sintomatica di un modo di esprimersi di certi discografici. È molto ironica e autoironica. In generale io sono davvero molto tranquillo e sereno in quello che faccio, lo faccio da tanti anni e se ho provato un po' di rosicamento è stato verso i 22 anni, quando ero con la Sony e non stavano succedendo delle cose che mi aspettavo succedessero. Anzi, sono molto intristito quando vedo personaggi del mondo indipendente (e non) che non fanno altro che rosicare. Nessuno ci sta ordinando di fare questo mestiere. La musica è la mia vita, e io la faccio con molta tranquillità. Ricordo una recensione proprio su Rockit, di Marco Villa, che scrisse qualcosa tipo: “I Numero 6 se ne sbattono proprio il cazzo”, cogliendo in pieno un certo spirito. Autoironia non vuol dire non credere in ciò che si fa, io ci credo moltissimo, ma penso che sia controproducente prendersi troppo sul serio. È vero che è un momento difficilissimo per fare musica in Italia, escono mille dischi alla settimana, c'è una corsa all'oro o presunto tale, e pochissima autocritica, c'è un continuo adularsi fra musicisti, uffici stampa improvvisati... io vedo che ci sono tantissime cose belle, però in un marasma totale per cui si cade facilmente nella confusione. Il rischio di rimanerci male se le cose non succedono c'è, perché alla base c'è una sovraesposizione che ha portato una situazione poco gestibile. Io facendo questo brano mi rendevo conto che potevo dare adito a un dibattito, però mi fa piacere risponderti dicendo che secondo me questo testo parla da solo. Anche in “Rocker carbonaro”, quando parlo del promoter che chiede “che pizza volete? c'è solo la margherita”, fotografo una situazione che succede in continuazione: noi spesso andiamo a suonare in posti che non sono per niente pronti a fronteggiare una situazione di live, ad accogliere il nostro bisogno di una soglia di dignità che dovrebbe essere salvaguardata.

Questa situazione penso che abbia pro e contro, da un lato come dici giustamente tu c'è molta dispersività, dall'altro c'è anche una grandissima libertà creativa.

La cosa è interessante sociologicamente, se pensi che solo 20 anni fa per fare un disco avevi bisogno dell'etichetta che ti dava un budget, adesso è una figata, non lo nego, abbiamo sotto gli occhi questa democratizzazione per cui io scrivo un pezzo stasera e fra due ore è in rete. Il problema è che purtroppo siamo tutti senza freno. Ormai in musica è tutto molto allo sbando, lo dico con oggettività senza dare un giudizio necessariamente negativo. Quello che mi dispiace è che vedo tanti ragazzi molto giovani che iniziano la prima prova e pensano già al video, senza aver finito una canzone; non voglio passare per il nonno che giudica, io sono un fan del situazionismo, è pieno di casi artistici che mi affascinano portati avanti da gente che ha un'idea ma tecnicamente non vale un cazzo, il problema è la ricerca del successo fine a se stesso. Qui poi si potrebbe aprire un discorso sui talent, anche lì non sono contrario al talent di per sé ma mi mette un po' tristezza vedere queste piazze piene di gente che aspetta il provino. Tra l'altro le selezioni, lo sappiamo tutti, in gran parte sono una fuffa e vedere la gente che si incaponisce mi intristisce, come quelli che si iscrivono a Sanremo, dove vogliono far credere che il tipo che fa pianobar a Campobasso abbia delle chance? Ho visto tempo fa una discografica italiana che ha pubblicato su Facebook la lettera di un povero cristo che gli chiedeva se aveva ascoltato il suo disco, sbeffeggiandolo pubblicamente. Questo è il livello, lo dico con serenità, ma avendo anch'io un'etichetta penso che anche qui bisognerebbe censurarsi un po', abbiamo degli strumenti fichissimi, se li usiamo per prendere per il culo la gente che si sbatte, e lo facciamo quando siamo discografici di una major, questo diventa triste. Bisognerebbe che tutti pensassimo che la musica è una cosa sacra, e dovrebbe essere fatta prima di tutto per appagare la nostra anima.



Torniamo al disco, e a quell'intermezzo di “Chissà”: tu ti sei fatto un'idea di cosa manca, se qualcosa manca, alla tua musica, che a mio parere è molto pop, per essere potenzialmente “commerciale”?
Io, Ivan rossi e Tristan Martinelli nel fare questo disco siamo partiti da un concetto molto importante: la totale libertà creativa, il non stare dietro a suoni necessariamente attuali. Ci siamo ispirati a cose degli anni '70 che ci piacevano, cercando di farle nostre. Secondo me ha tutte le carte in regola per andare in classifica, a prescindere da bellezza e bruttezza, poi purtroppo se parliamo di radio, non ce ne sono che rischiano su un progetto come il mio, ma non solo: pensa a Paletti, che ha fatto un disco ultrapop e lo suonano due radio. Noi abbiamo fatto un disco pop, con canzoni orecchiabili, volevo lavorare sulla melodia, non perché miravamo alle radio ma perché era quello che volevamo ascoltare. Oggi pensare di passare per le radio è praticamente impossibile. In “Irrequieto” ci sono 4/5 canzoni che davvero non avrebbero problemi in bocca a Emma Marrone. Che poi per fortuna ogni tanto succede, magari non con me, ma pensa ai Perturbazione, o ai Thegiornalisti...“La fine dell'estate” appena la senti pensi “è una hit”, ma Radio Deejay se n'è accorta dopo un anno. Se volessimo rifare la classifica italiana ci metteremmo 20 pezzi che sono pop a stecca ma che sono molto più fighi della merda che c'è: Thegiornalisti, Paletti, Perturbazione, Bugo, ci metto anche Mezzala, gli M+A... ma purtroppo non siamo in Inghilterra, dove gli Arctic Monkeys a 18 anni fanno il botto perché sono bravi, perché se lo meritano, perché scalzano magari dei matusa dalla vetta.

A proposito di Inghilterra, la copertina è molto british, c'è una canzone su Liverpool...
Io adoro l'Inghilterra, il pop rock inglese, adoro i Jam, i Kinks, gli Smiths, i Blur, i Ride, potrei stare qua tutta la notte, e volevo dare a questo disco un'impronta un po' mod, adoro quel tipo di immaginario urbano e suburbano, e il fotografo Nanni Fontana, che non ha mai lavorato in quest'ambiente, e cercavo una persona così - lui fa reportage bellissimi - ha saputo cogliere la mia idea: volevo che mi ponesse in un'atmosfera un po' british. La foto in copertina l'abbiamo fatta in modo un po' estemporaneo, anche se in realtà ho dovuto calciarla 50/60 volte quella latta, però è uno scatto che esprime abbastanza irrequietezza.

Lo definiresti un disco irrequieto?
In realtà non è un disco irrequieto. Io sono irrequieto, detesto stare fermo sia fisicamente che con la testa, ho molta paura della noia e questo mi porta a fare cose belle e cazzate disumane. “Il problema di girarsi” non era un disco totalmente sincero. Le canzoni lo erano, ma il disco no perché non mi sono messo in gioco come avrei voluto, era un disco dei Numero6 firmato Mezzala, i musicisti non erano quelli ma il sound sì, ho messo il pilota automatico e non ho rischiato nulla. Stavolta mi sono detto: facciamo dei provini voce e chitarra e coinvolgiamo un produttore, e non ho avuto dubbi nello scegliere Ivan Rossi, gli ho chiesto di darmi una mano gli ho dato delle visioni. Volevo fare un disco ispirato a certi di Ivan Graziani, Dalla, Fortis... volevo che i musicisti suonasseo in diretta nella stessa stanza. Volevo dei fiati, perché mi sono impallato con il soul bianco, e volevo fare un disco che suonasse fuori dal tempo.

Parlaci della collaborazione con Matteo B. Bianchi.
Con Matteo collaboro da qualche anno, ho scritto con lui due singoli dei Nome, fra cui “Le cose succedono”, che è andato in radio. Lui ha un immaginario pop molto particolare e affascinante. “Capitoli primi” è nata in modo strano per come lavoriamo noi: di solito io gli mando dei brani in finto inglese su cui lui scrive quasi sempre rispettando le mie metriche, o ci mettiamo lì e limiamo. Mi ha mandato uno scritto e ti giuro che in due ore la canzone era pronta. Mi sono messo a strimpellare la chitarra e poi abbiamo dovuto aggiustare si e no quattro o cinque parole, è stata una folgorazione ed è bellissimo scrivere in questo modo, se non altro perché non l'avevo mai fatto. Io ho passato anni e anni a scrivere canzoni in finto inglese trovandomi poi montagne di testi da scrivere, e a volte era difficilissimo. 

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Perché Zibba?
Perché oltre ad essere un bravissimo autore ha una voce molto profonda e molto calda, e mi interessava per quell'interludio che ci fosse una specie di Mangiafuoco che prendesse la parola in mezzo a questo flusso di coscienza, una voce estemporanea che fosse calda, e ho chiamato lui con cui c'è un bel rapporto. Trovo che lui abbia molta potenza, energia, e anche preparazione e professionalità.

Che differenza c'è fra i Mezzala musicista e il produttore?
Io ho un'etichetta che si chiama The Prisoner, che ho fondato in modo molto incosciente, perché c'erano dei dischi che mi piacevano e faticavano a uscire. A volte non intervengo nel processo creativo, sono solo produttore esecutivo, provo a farli conoscere etc. Poi ci sono progetti come quello dei Flor che ho seguito dall'inizio, in cui mi sono divertito anche a far crescere il disco, con consigli etc, oppure il disco di Iacampo. Cosa vuoi dire a Marco, è un genio, devi solo cercare di assecondarlo, poi i veri autori, i veri musicisti di talento sono quelli che hanno una visione molto precisa ma non rifiutano il consiglio, anzi sono i primi che chiedono, se c'è stima reciproca. Io mi trovo bene con artisti così, e cerco sempre di pormi come se non facessi lo stesso lavoro, è uno sdoppiamento a volte faticoso a volte interessante. Io faccio dischi anche di altri perché mi affascina seguire il processo creativo, il processo produttivo, e mi piace l'idea di poter contribuire ad album che mi piacciono. Banale ma è così.

Una cosa molto presente nella tua musica sono i riferimenti sportivi, soprattutto calcistici.
Sì, a partire dal mio moniker chiaramente c'è un riferimento. Io mi sono appassionato da piccolo a un calcio che purtroppo non esiste più, quello degli stadi pieni, delle magliette dalla 1 alla 11, della televisione unica, c'era sicuramente anche lì il brutto, il calcioscommesse etc, ma magari si vedeva meno il marcio era tutto più ruspante, si poteva decidere di andare allo stadio un'ora prima... a volte mi viene spontaneo parlare di calcio nei testi, non spessissimo ma è una passione che ho e che mi ha fatto crescere, io sono stato ultrà, ho visto cose belle e cose meno belle, mi dispiace tantissimo da un lato vedere come si è ridotto il calcio moderno, esempi negativi, violenze, giocatori viziati, ma mi dispiace tanto anche vedere tanti perbenisti e radical-chic che sparano sul calcio per partito preso, che scrivono sui social “ma come fate a seguire il calcio?” e poi magari impediscono al figlio di giocare a calcio per un loro partito preso. La gradinata nord a Genova per me è stata anche una scuola di vita, ho visto situazioni di solidarietà e socialità, ho coltivato amicizie importanti, non dico che è tutto bello, ma mi dispiace vedere commenti superficiali e trancianti sul mondo del calcio e degli ultrà, però se fossi un bambino adesso non credo che mi interesserebbe il calcio.

Però magari il bambino riesce ancora a non vedere il brutto.
Sì però per esempio mio figlio, che ha otto anni, vuole venire allo stadio e io ce lo porto: l'altra domenica hanno fatto dei cori razzisti e mi sono sentito sprofondare quando mio figlio mi ha chiesto il perché. Ho risposto “perché sono ignoranti”.



Ho letto che stai già lavorando al prossimo disco.
Sì, sono irrequieto e non mi smentisco. Ho messo in pausa i Numero6 perché voglio che questo progetto abbia un seguito in tempi abbastanza brevi, fra circa un anno. Ho già parecchie canzoni abbozzate e ho deciso che voglio fare il mio “Una giornata uggiosa”, miro basso! Sto ascoltando quell'album e sono ispirato da quel sound, sto lavorando sempre con lo stesso team e siccome sto suonando i primi live con 4 musicisti spettacolari vorrei farlo con loro il disco, proseguire e non far passare troppo tempo anche perché questo disco sta andando bene ma ho la sensazione che se adesso mi adagiassi farei un errore, poi per me è una figata, è bello quando il disco esce ma la cosa che mi piace di più è la vita da studio, da produzione.

Più del live?
Luogo comune vuole che l'espressione più importante della musica sia il live, io ho fatto due live in questi giorni e e mi sono stupito di quanto siano andati bene, sono insicuro e pensavo di far cagare, non ricordare i testi, stonare, invece la gente era contenta e questo mi ha dato benzina, ma sarei un ipocrita se ti dicessi che la cosa più bella è il live. Il live è bello quando ci sono le giuste condizioni, che non vuol dire che devo andare a suonare a Roma col caviale in camerino, quattro spie davanti e 300 persone, io posso anche suonare in maniera ruspante ma in Italia si dà per scontato che ci si stia facendo un favore a farci suonare. Se cominciassimo a stare a casa e scegliere i posti e le situazioni e le condizioni per suonare faremmo del bene; quindi bene suonare, ma a questo giro me le sto un po' scegliendo: mi sono voluto bene facendo un disco così, e ora voglio continuare a volermi bene non andandomi a svendere in giro.

Bisognerebbe farlo un po' per tutto, no?
Sì, non aggiungerei altro se non il fatto che mi piacerebbe davvero che tutti ci interrogassimo, prometto che lo farò anch'io: quando scriviamo una canzone, o 3, 4, 5, 10, riascoltiamole, poi le mettiamo un po' lì, poi le riascoltiamo... Io in passato non ho riascoltato abbastanza, ho fatto uscire dischi e canzoni che non avrei dovuto far uscire, e non mi ha fatto bene, ho appagato il mio ego in quel momento, avevo paura di essere dimenticato, avevo paura di non essere abbastanza figo se non facevo uscire il disco... non ho fatto grossi danni, me li hanno anche recensiti discretamente, però, senza voler fare la morale, vorrei che tutti ci pensassimo bene, perché la musica è sacra e vorrei che mantenessimo alto il livello della creatività musicale italiana, perché c'è un casino di ispirazione, ne vedo tanta ma trovo che ci sia una percentuale almeno del 30/35% di un “farla fuori dal vaso”, quello che a Genova diciamo “sbulacco”.

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L'articolo Mezzala: "Sono irrequieto ma non mi svendo". Storia di un musicista che si vuole bene di Letizia Bognanni è apparso su Rockit.it il 2015-11-11 15:29:00

COMMENTI (1)

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  • lorenzo.gileno 9 anni fa Rispondi

    Che bella intervista. Non conoscevo Mezzala, ma quello che ho letto qua mi ha fatto venire voglia di ascoltarlo.