Herself: Perché non possiamo non dirci indipendenti

Un artista che non scende facilmente a compromessi e si schiera contro chi dell'arte ne fa una questione di immagine e di like: Herself ci racconta il suo ultimo disco e i progetti futuri, guardando al di fuori dell'Italia

Intervista a Herself
Intervista a Herself

Non è mai stato uno che le manda a dire. E lo conferma con questa intervista, in cui colpisce e affonda tutto quello che è (lo è?) musica oggi. Tra talent e talento, Gioele Valenti (alias Herself) va dritto per la sua strada, spalleggiato stavolta dai Laissez Fairs (vedi alla voce Steppes): “Gleaming” è un disco folk bello, ennesimo centro di un artista che da oltre dieci anni è tra i più ispirati del nostro paese.

Penso che sia interessante partire da un numero: cinque. “Gleaming” è il tuo quinto disco ufficiale e le canzoni che lo compongono sono cinque. È un caso o l’hai fatto apposta?
Strano, poiché in effetti il cinque è un numero che simboleggia la trasmutazione… e in tal senso, questo è il disco più sperimentale che abbia mai fatto, ancorché rimanendo in qualche misura anche il più “classico”. Grazie per avermelo fatto notare! Pur essendo, in realtà, assolutamente casuale, questa tua intuizione, mi suggerisce nuove prospettive sul caso e la regola.

Al netto dei simboli più o meno inconsci, mi incuriosisce la scelta di questo tuo ritorno discografico con un album di soli cinque brani.
Credo ci sia troppo, in giro. Troppa musica, troppi input, troppi “artisti”, troppi esperti, troppi cuochi. Troppo di tutto, insomma. Con l’avvento di mezzi produttivi e di diffusione sempre più alla portata di tutti – cosa in sé, non del tutto negativa – s’è però veicolata l’idea pericolosa e inadeguata che siamo tutti artisti. Se è vero che ognuno è un particolare tipo d’artista, non significa che il mondo sia X Factor. Ovvero, se mi ci metto, so riparare anch’io uno sciacquone, ma ciò non significa che farò l’idraulico. Siamo al collasso sensoriale e in una simile bolgia dire anche solo una parola di troppo – ch’è diventato sempre più facile – equivale ad appiattirsi dentro un contenitore anonimo, vuoto, al limite con l’entropia. Ho dunque pensato che fosse un’opzione preferibile limitarmi a poche tracce che ritengo buone.

“Gleaming” sin dal titolo e dalla copertina sembra suggerire un certo alleggerimento d’animo, come se il peggio fosse alle spalle. Ti senti un sopravvissuto?
Non più di chiunque altro, credo. “Gleaming” (letteralmente, bagliore) è piuttosto attinente al concetto di luce, una vastità semantica che precede, ma non trascende, l’ambiguità. La luce libera, ma è potenzialmente letale. Vedi, per me la vita è sempre una linea di tendenza, mai uno status. Non ci si può mai realmente ritenere sopravvissuti, salvi, se non in relazione all’attimo precedente, poiché potremmo anche non avere il tempo di finire la frase che stiamo pronunciando… la fine è, almeno in potenza, dietro l’angolo, incistata nel momento successivo. Ma anche l’inizio, il ricominciamento, è un congegno che funziona nella stessa maniera. Non c’è soluzione di continuità. Gleaming è un tributo alla bellezza, che è solo una proiezione, un fotogramma, ma che reca con sé il contrassegno dell’infinito. Bellezza allo stato puro, che dichiara indipendenza.



“Gleaming” è un lavoro che ti vede accanto ai Laissez Fairs di John Fallon. Com’è nata questa collaborazione? Come avete registrato l’album?
Sono da sempre un fan di quell’immensità di band che va a nome The Steppes. Un amico comune mi ha presentato a John, casualmente, e in breve ci siamo piaciuti. Abbiamo scambiato qualche idea e qualche reciproco ascolto, e dal canto suo John ha avuto modo di spendere belle parole su Herself. Mi disse che gli sarebbe piaciuto suonare su un mio brano… L’occasione era ghiotta, e dunque così è nato “Gleaming”. Joe Lawless (l’altro Laissez Fairs) ha uno studio a Los Angeles, il Noise And Visions, e dunque il materiale, inizialmente ripreso da me, è stato poi parzialmente rimaneggiato da lui con apparecchiature migliori. È un disco casalingo ma “bastardo”, diciamo, in bilico tra l’indigenza e la tecnologia spinta.

Herself che cosa ha imparato dai Laissez Fairs? E i Laissez Fairs che cosa hanno imparato da Herself?
Per la natura stessa della cosa, più che insegnamenti, credo ci sia stato un sincero scambio di informazioni e sentimenti. John è un artista “puro”, e anch’io credo d’esserlo. Una forma di infantilismo reale, totale immediatezza nei confronti della musica, un’alta forma di rispetto e passione. È stato molto interessante relazionarmi con loro… John è uno scrittore importante, e dunque misurarmi con tale calibro, è stata per me una prova. Avere il suo “ok” su alcune scelte è stata una forma di gratificazione artistica, un po’ adolescenziale, forse, ma parecchio potente. Non dimenticare che sono cresciuto con gli Steppes nelle orecchie, e se a 17 anni mi avessero detto che avrei suonato col fondatore della band, mi sarei fatto una risata.

Suonerete dal vivo insieme?
C’è questa idea che gira. I Laissez Fairs (ai quali si è aggiunto Tim Gilman, il che ne fa praticamente i nuovi Steppes!) verrebbero al volo, e me l’hanno detto. Ma come puoi ben immaginare, far venire quattro persone in Europa, dagli USA, non è roba facile, soprattutto nella terremotata situazione italiana. C’è gente che sta cercando di organizzare in questo senso, ma sulla fattibilità effettiva della cosa, al momento non saprei sinceramente dirti. Certo è che in Italia c’è uno zoccolo duro di fan degli Steppes. Dunque sarebbe una cosa fantastica poter realizzare questa cosa. Vedremo.

Come mai hai ripreso dal tuo album precedente “The River”? C’era qualcosa che andava detto/suonato meglio rispetto alla prima versione?
No, semplicemente John ama questa canzone, che ha ascoltato nella sua versione originale… ha esclamato “Magic!” e mi ha chiesto di poter suonarci su. Richiamando il brano alcune atmosfere di folk irlandese – forse anche per le belle parti di violoncello di Aldo Ammirata – probabilmente ha solleticato le sue radici di appartenenza. Sta di fatto che la “nuova” versione ha pacificato i conti con la parte alt-country, che è la vera natura del brano, secondo me.



In Herself c’è sempre stata un’estetica ben precisa, lo-fi, sia nella musica che nei video. Anzi, in passato hai espresso fastidio per un videoclip di un tuo pezzo che ritenevi un po’ troppo pulitino e quindi poco fedele allo spirito del brano. E allora qual è lo spirito di Herself? Perché è così importante che non venga tradito?
Perché, senza falsa modestia, io sono uno dei pochi artisti “realmente” indipendenti in Italia. So che la parola s’è ammantata di un’aura scialba e ridondante, ma per me ha ancora, anzi più che mai, un forte significato. Mentre lo spirito DIY, nella sua accezione originaria, poi tradita, era sinonimo di orgoglio e indipendenza, in Italia ha avuto sin da subito il sapore della “sfiga”… in Italia o sei con una label trendy, oppure sei da solo, non esistono mediazioni in quella che è un’equivalenza pura. Senza retorica, a me non è mai piaciuto leccare il culo o cercare la cerchia “giusta”, odio le lobby, a me interessa la musica. Mentre adesso, ancor più di quando ho incominciato, la musica è qualcosa che scivola sullo sfondo di un sistema di relazioni infarcite di provincialismo. Lo ritengo intellettualmente esecrabile e un dovere morale di ogni artista decente ribellarsi a questa cosa. Per tornare alla tua precisa domanda, il medium è il messaggio, e dunque un video – o una produzione – troppo “adatta” al consenso spettacolare, al plauso della della gente, ovvero troppo livellata al gusto della massa, son già di per sé un fallimento e trasferiscono un segnale di “piacioneria” che mi disturba. Guarda quello che è successo con fenomeni tipo X Factor. Cos’è quest’arena mediatica, in cui anche la musica è diventata una forma violenta, direi “carnivora”, di flessione muscolare? Il body-building dell’arte. Rampante e ipertrofica. Io scappo da tutto questo.

Non pensi che un ottimo artista possa uscire da X Factor? In fondo tante band indipendenti ogni anno partecipano ai provini. Sara Loreni è diventata un caso mediatico proprio grazie a X Factor. E qualche settimana fa un concorrente ha pure cantanto un pezzo di James Blake.
Naturalmente il problema non è X Factor, né il talento – o le capacità – a forte vocazione artistica delle persone. Il punto è che ogni cosa che la tv tocca, diventa subito fango, viene oggettivato e mercificato. Bisogna interrogarsi su cosa viene veicolato, appunto e, in ultima analisi, “imposto” come talento… capacità vocali? Espressive? Autoriali? D’esecuzione? Un look posticcio e ammiccante?... E chi decide che quello sia effettivamente quella cosa chiamata talento? È l’istituzionalizzazione del talento, che fa acqua. Si tratta spesso di un talento per famiglie, un pattern referenziale adatto ad ogni età, trasversale, politicamente corretto. Secondo me, nel suo modo malato e discutibile, anche GG Allin aveva del talento, eccome… ma una performance che prevede l’autolesionismo e l’inserzione di oggetti contundenti nel corpo dell’artista, sarebbe sdoganabile su X Factor? Il talento “di stato”, con timbro e firma prefettizia, a me personalmente fa orrore. È solo il mio modo di sentire, senza nulla togliere alle doti vocali o altamente performanti di chicchessia.

Si è cominciato a parlare di te nel 2003, per Arezzo Wave. Che ricordi hai di quel periodo? Che cosa rappresentava per te Herself?
Un periodo di grande eccitazione mentale, in cui le energie creative ribollivano. All’inizio dividevo questa cosa con la mia band, che era formata da una cerchia di amici strettissimi. Nessuno di loro era un musicista in senso stretto. Mi piaceva però dividere questa cosa con degli amici, lo ritenevo quasi un dovere, un tesoro da dissipare insieme – anche se non sono sicuro che questa cosa sia stata recepita da queste persone nel modo in cui io l’intendevo. Herself ha rappresentato sempre la stessa cosa, un ponte per l’altrove.



Molte band che giravano quando hai iniziato tu oggi non ci sono più. Ce n’è qualcuna che secondo te meriterebbe di essere riscoperta?

Ho una memoria labilissima, tanto che non ricordo quasi mai dove ho posteggiato l’auto. Ricordo tanti imprinting positivi, e molte band viste live, ma magari non ne ricordo il nome, e me ne dolgo. Quando ho iniziato in Jestrai (l’etichetta della mamma dei Verdena) assieme al mio allora compagno d’etichetta, Dente, ricordo i Fiub e Il Torquemada che non erano male… non ne ho più seguito l’evoluzione.

C’è un tuo brano di quei primi anni che ti piace ascoltare ancora oggi? E invece un brano che non ti rappresenta più?
Mi piacciono ancora molto brani come “King Kong”, “To Become A Trappist/Aerolith” o “Patrick Swayze”, e in generale non rigetto nulla di quello che ho fatto… Magari oggi ne darei una percezione produttiva leggermente diversa, ma in linea di massima, anche se di rado riascolto la mia discografia, tutto è ancora secondo me congruo con un senso generale.

Sei stato coinvolto nei Lay Llamas, con i quali hai inciso un disco per Rocket Recordings e hai suonato in giro per l’Europa assieme ai Goat. Com’è stata questa esperienza? Mi sembra di capire che non fai più parte del gruppo. Che cosa è successo?
In ambito Lay Llamas, ho scritto con Nicola Giunta quel disco, largamente riconosciuto come una sorta di piccola pietra miliare, che è “Ostro”, sotto Rocket. Ho fatto una tournée assieme alla band, di supporto ai Goat, cosa che mi ha aperto gli occhi su molte dinamiche inerenti il mondo della musica per me inedite fino ad allora. Inoltre ho fatto la mia prima esperienza live da lead-singer (suonavo anche una Casiotone) di una band che non fosse Herself. Fiancheggiare un grande gruppo come i Goat e avere la possibilità di suonare in venues prestigiose come la Roundhouse di Londra o partecipare a grandi avvenimenti come il Liverpool Psych Fest, le ritengo esperienze belle e ricche, piene di interessanti ricadute psicologiche e un tesoro messo da parte per il futuro. Le esperienze hanno però l’abitudine di concludersi, sta nella natura stessa delle cose. Oggi rimane un disco alle spalle di cui essere orgogliosi.

A quarant’anni fare musica che cos’è? Testardaggine, autolesionismo, divertimento?
Semplicemente si è musicisti. Con l’età spesso cambiano solo i contenuti. Del resto puoi far delle cagate a 25, e riempire gli stadi, oppure dei capolavori a 60 e passare in sordina. Ci sono esempi famosi, in tutti e due i casi. Se il discrimine è la fama che riempie gli stadi, allora possiamo pure chiuderla qui. Ma se si pensa che ci sia musica anche fuori dalla tv e da internet, allora a questa domanda potrebbe rispondere in modo più interessante una modella o un calciatore, soggetti a forte obsolescenza.



Sostituiamo testardaggine con tenacia, autolesionismo con perdite economiche e divertimento con serenità di chi non ha più nulla da dimostrare. Ti ci ritrovi? A vent’anni tendenzialmente una persona vuole conquistare il mondo e può anche permettersi di investire tempo e denaro. A quaranta inevitabilmente le prospettive cambiano. Vorrei capire se per te c’è stata una differenza di approccio al tuo essere artista. Se la quotidianità che cambia porta a un cambiamento del proprio concetto di arte.
La domanda merita una certa articolazione e non sarò breve come vorrei. Dipende dalle premesse. Personalmente, io non ho mai voluto conquistare il mondo e, semmai, ne sono stato conquistato, tramortito.Se fai della musica un “lavoro”, allora o “sfondi” o ti consumi. Se uno fa musica perché spera di affermare il proprio ego, o ancora peggio, di diventare ricco… allora, se non si raggiungono le platee entro i 30 anni, meglio lasciar perdere. È buon senso, direi. Anche se ci sono eminenti esempi che, oggi, spesso non basta neppure quello a renderti ricco! Sovente gli artisti (anche i nomi grossi) lavorano per i profitti delle major. Ma è quello l’oggetto di cui stiamo parlando? Quello per me è rampantismo, vocazione da manager prestata alla musica. Allora, per esempio, devi cominciar a far musica in italiano, devi occhieggiare a qualche esotismo che faccia sognare le masse di Facebook, ogni tanto postare qualche minchiata, essere “social” e raccattare i like… devi mantenere un corpo tonico e abbronzato. Ma, ancora, ti chiedo: stiamo parlando di quello? Chiaro che chi intraprende una “carriera” indipendente (ecco, che il termine ritorna!), parte da ben altre coordinate. Penso all’etica DIY, ai suoi esordi… I Fugazi (oggi tutti più che cinquantenni), che facevano altri lavori, parallelamente alla musica; oppure gli Husker Du… il bassista baffone mi pare facesse, se non ricordo male, il cuoco. Non si può ridurre a un fattore di autoaffermazione ed economia, se no si svilisce tutto. Dipende da quello che l’artista cerca, da che direzione vuol dare al suo discorso. Dunque per rispondere più direttamente alla tua domanda, certo, la vita cambia il modo di vedere l’arte, ma non perché ci sono meno (o più) soldi, bensì solo perché tutto è movimento e anche l’espressione artistica è soggetta a leggi organiche. Se sei un artista devi imparare a gestire il tuo tempo, perché è la sola cosa che hai. Tu parli di perdite economiche. Mai avuto perdite economiche, a dirti la verità. Devi semplicemente diventare più intelligente e far – per non eludere nulla della tua domanda – dei tour alla tua portata. Chiedere il giusto cachet al gestore del locale: anche lui ha le sue ragioni. Quando stampi un disco, evita di credere di essere dio in persona, e stampa il giusto quantitativo che sai che venderai. La musica per me non è mai stata un “lavoro”. Ed è una benedizione che musica e lavoro non coincidano, in quest’epoca! È come la separazione delle carriere, mantiene indipendenza intellettuale e dunque una certa integrità. La musica è espressione artistica al massimo grado e, in ultima analisi, una malattia. L’artista è un malato, non ha scelta. È difficile capirlo per chi non ha questa patologia. Non sa quant’è fortunato! Vedrai, manca poco, saremo tutti costretti a ritornare ad una sana, e più austera, dimensione artistica, alla sacralità della cosa, e lasceremo finalmente cadere tutte ‘ste stronzate da social network. Barbe hipster comprese.

Sei in procinto di pubblicare negli Stati Uniti un disco con un nuovo pseudonimo, JuJu. Di che si tratta?
Da più parti si vede emergere un dolore mondiale, quasi un’agonia, letteralmente incarnati in un esodo di massa senza pecedenti… Una tragedia che un artista “mediterraneo” non può ignorare. JuJu è un progetto di matrice psych che avrà delle connotazioni fortemente panmediterranee, sebbene passate ad un setaccio psych… Il disco uscirà per la statunitense Sunrise Ocean Bender… che è l’etichetta di un’altra band incredibile che sono i The Movements… Pur essendo un disco sostanzialmente solista, mi avvarrò dell’appoggio di una band per portarlo live. Gli altri membri (Rodan Di Maria, Marco Monterosso e Simone Sfameli) sono mie care conoscenze e ottimi musicisti. Mi mancava molto la dimensione da band.

JuJu è destinato a prendere il posto di Herself?
Per sua stessa natura, Herself è insostituibile, nel bene e nel male. Vedrò di far convivere due anime riottose e combattive.

“Non sono così convinto della mia arte da spingermi a cambiare la mia vita”. Questa l’hai detta a Rockit nel 2008. Lo pensi ancora oggi?
Sostanzialmente sì. Anche se le cose che cerchi di dominare, sono quelle che alla fine ti dominano. Il fatto è che ho imparato che non bisognerebbe mai identificarsi con ciò che si fa. Imparare a prendere una certa distanza critica dalle proprie azioni nel/sul mondo, fornisce una più profonda comprensione su maschere e ruoli. In realtà bisogna lasciarseli dietro i ruoli, come quando sbucci una cipolla. Tanto lungo la strada perderai tutto e la sola cosa con la quale lascerai questo mondo sarà il tuo grado di consapevolezza.

---
L'articolo Herself: Perché non possiamo non dirci indipendenti di Manfredi Lamartina è apparso su Rockit.it il 2015-12-02 10:45:00

Tag: x factor

COMMENTI

Aggiungi un commento Cita l'autore avvisami se ci sono nuovi messaggi in questa discussione Invia