Nada - A modo mio. Fare musica senza bisogno delle quote rosa

Nada ci racconta del nuovo album "Occupo poco spazio", ma anche di come abbia incontrato la scena alternativa italiana e dei movimenti femministi degli anni '70

- Foto di Silva Rotelli

Rubiamo un po' di tempo al telefono a Nada, alla vigilia della partenza del tour. “I ragazzi possono provare per un po' senza di me”, dice. Ecco cosa pensa la madrina del rock italiano del nuovo disco, delle donne nella musica e delle dinamiche indie vs mainstream.

Prima di tutto, bisogna farti i complimenti: “Occupo poco spazio” è un gran disco, lo stiamo apprezzando parecchio. E a te, è piaciuto?
Quando faccio un disco sono sempre contenta: sono una maniaca dei dettagli, dietro a canzoni e testi c'è sempre un gran lavoro. Questo era un progetto che avevo in testa e che sapevo sarebbe stato ambizioso e impegnativo: ci ho creduto fino in fondo e ora sento di aver avuto ragione a buttarmici a capofitto. Infatti, devo ammettere che, rispetto a tutti gli altri miei dischi, ha un qualcosa in più: forse è merito degli arrangiamenti e dei musicisti che l'hanno suonato, di questi fraseggi musicali che legano le parole e le storie. C'è uno sfondo romanzesco, quasi cinematografico, che sta in piedi nonostante le canzoni siano crude e rock. Inoltre, le ritmiche e gli archi gli danno un tocco speciale, facendone venire fuori l'anima: io l'ho vista, la sento. Ma io occupo poco spazio (ride), non so se anche gli altri l'abbiano sentita..spero di sì.

Hai collaborato con i “pezzi grossi” dell'underground italiano. Com'è andato l'incontro con Enrico Gabrielli? L'hai cercato tu?
Io non sono una musicista, so suonare un po' la chitarra e la uso per scrivere le canzoni. Mentre le melodie e i testi di “Occupo poco spazio” prendevano vita, avevo già pensato a un'orchestrazione: aiutandomi col computer, avevo fatto un sacco di lavoro, pensando a tromboni e archi. Nel mio disordine, nella mia incapacità, sentivo che c'era qualcosa che funzionava ma dovevo farmi aiutare per farla venire fuori. Così, ho chiamato Enrico. Non ci avevo mai lavorato, ma sapevo cosa faceva e che è sempre immerso in mille progetti. L'avevo conosciuto per caso, in giro, nei locali in cui è capitato di fare concerti. Ci si scambiava sempre complimenti sinceri. Lui è stato subito entusiasta dell'idea e si è buttato anima e corpo a lavorarci. E' passato un anno prima che entrassimo in studio, per via delle tante band che ha, ma anche perché per lui è stato un lavoro diverso, di grande responsabilità: ha preso le redini di tutto. Ricordo che quando gli chiesi se voleva farlo, mi rispose “Sei sicura?”. Ha fatto un lavoro eccezionale e ha poi chiamato tutti gli altri musicisti: lavorare con loro è stato bello, mi sono sentita apprezzata. Tutti conoscevano quello che avevo fatto e ho sentito molta disponibilità ed entusiasmo. Mastichiamo le stesse cose, in fondo.

Il disco, musicalmente, abbraccia tanti generi, dal rock al punk. Non è che il prossimo album sarà d'elettronica?
E' ancora troppo presto per pensare al futuro. Ma io non ho paura di affrontare le sperimentazioni e di vedere come le canzoni possono cambiare dimensione, anche attraverso le parole e il canto. La cosa bella, in questo, è che anche se faccio questo mestiere da tanti anni, ogni volta è un po' come se fosse la prima. Ho ancora un sacco di entusiasmo e ne sono davvero felice.

Quella con gli Zen Circus è una delle più recenti, ma le tue incursioni nel panorama underground sono ormai decennali. Com'è che Nada a un certo punto incontra l'indie?
Ho cominciato tra la fine degli anni '90 e l'inizio dei Duemila. Poi c'è stato “Tutto l'amore che mi manca” (prodotto da John Parish, noto per aver lavorato tra gli altri con PJ Harvey, a cui ha collaborato anche Cesare Basile, nda) e tutto il resto. Semplicemente, ho capito che per fare quello che volevo fare, dovevo essere libera. E trovare ogni volta persone che volevano credere in quello che proponevo. Non volevo più essere relegata nello spazio di una casa discografica, dove le cose che puoi fare sono poche e spesso non le stabilisci tu. Insomma, avevo capito che quello che io progettavo non veniva preso in considerazione. Così, mi sono sganciata. Credo però che, a prescindere dalle etichette, che siano major o piccole, l'importante sia lavorare con persone a cui piace quello che scrivi. Non c'è meglio o peggio: prepari un lavoro e poi trovi un produttore a cui piaccia, disposto a investirci dei soldi. E ogni volta vedi come va.



A volte, però, i puristi dell'indie non perdonano questi “salti”. Basta che uno va a Sanremo e cominciano le lagne su “ti sei venduto”, “non sei più come prima”. Mi rendo conto che per te queste considerazioni non hanno un gran valore.
A queste logiche non penso proprio più e, anzi, penso di non esserci mai entrata. Io faccio la mia musica, mi piace fare concerti, scrivere e avere musicisti bravi intorno a me. Posso andare ovunque a suonare, basta che riesca a portare davvero quello che faccio: in quel caso, non ho problemi ad adattarmi alla situazione. Nel 2007, per esempio, a Sanremo ho portato “Luna in piena”: è una canzone...beh, non so come definirla. E' una canzone mia. Certo, l'Ariston o situazioni simili non sono luoghi che ospitano sempre il meglio della musica italiana, ma sono spazi da usare. Senza farsi sfruttare. So che non è facile, ma è anche vero che le cose buone vanno fatte ascoltare a tutti. La gente non è mica stupida, è solo che ha le orecchie foderate dalla cattiva musica.

A proposito di Zen: hai sentito il nuovo disco di Appino e soci?
Sì e penso che ancora una volta abbiano trovato un titolo geniale: “Canzoni contro natura”, bellissimo. Riescono a fare pezzi che sono pugni nello stomaco, restando ironici e dissacranti. Hanno una grande energia e sono tutti musicisti bravissimi. Cantare e girare in tour con loro mi è piaciuto molto. Si meritano quello che hanno ottenuto e anche di più.

Cosa ci dici del titolo del tuo disco, invece? Perché “occupi poco spazio”?
Stare in disparte a volte serve. In “Luna in piena” cantavo proprio questo: “mi dondolo in disparte”. Soprattutto oggi. Non è un bel momento, in giro si vede sofferenza, soprattutto nei rapporti umani. Credo che bisogni quindi ripartire da noi stessi, senza guardare troppo agli altri. Per non venire triturati da questi tempi bui, c'è bisogno di una copertura, che poi è prendersi un momento per riflettere sullo spazio, limitato, che occupiamo. E' quello che ho voluto dire anche con la copertina, in cui si vede un elmo: un riparo che ci consente di ricollegarci con il nostro io.
Occupiamo tutti uno spazio piccolo, che però diventa grande quando lo colleghiamo alle persone che abbiamo vicine. E c'è anche dell'ironia: io sono piccola rispetto all'universo, sono un puntino. Infine, ci si vede anche una donna, nella sua timidezza e fragilità. A volte, ci nascondiamo perché pensiamo di non essere splendide o all'altezza delle situazioni. Ma noi donne non dobbiamo avere paura: siamo disastrate, ma meravigliose nel nostro disastro. Ed è lì che siamo vere.

A proposito di donne: chi è “La terrorista”, protagonista di uno dei nuovi brani?
E' una metafora dello scambio di persona. Se non sei “una di loro”, non ti riconoscono, diventi pericolosa, come una terrorista...è il racconto di come a volte la diversità non viene accettata nella comunità in cui si vive o nella società.

E' un tema che torna in altri punti del disco, come in “Il tuo Dio”. Sembrano denunce di mali attuali, dall'omofobia al razzismo, fino all'emarginazione sociale.
Lo sono. E infatti canto: “se l’amore è diverso è l’amore lo stesso”. Si tratta di storie che urlano delle verità. Le cose che vedo intorno a me entrano per forza nelle canzoni, anche se in forma visionaria e poetica. E' successo anche in “Sonia”, che è la storia di una donna emarginata che non riesce a riscattarsi ed è succube degli eventi.

Ancora, le donne. Ora se ne vedono di più, ma sono comunque poche quelle che fanno musica, soprattutto nel rock. Che ne pensi di questo squilibrio?
E' vero, sono di gran lunga meno numerose dei ragazzi. Ma pensa a come siamo messi oggi: ci siamo ridotti addirittura a pensare a delle leggi per garantire la presenza delle donne nella vita pubblica (si riferisce alle quote rosa: sono giorni roventi per la riforma elettorale alla Camera e sui giornali non si parla d'altro, nda). Nella musica le cose non sono diverse: una donna ha sempre meno credibilità di un uomo. Non si capisce perché, ma è così. Deve finire questo modo di pensare, le donne sono come gli uomini e devono avere gli stessi diritti. A volte mi sembra che le battaglie femministe degli anni '70 non siano servite quasi a nulla: sono state eccessive, forse, ma servivano a farci sentire. Ora pare tutto abbandonato. In quegli anni, quando vedevo “2001: Odissea nello spazio” pensavo che nel nuovo secolo ci saremmo spostati con le navicelle e cibati di pillole. E invece no, stiamo ancora qui a pensare che le donne non possano tenere in mano una chitarra.

O che, se lo fanno, rientrino nello stereotipo della “rocker cazzuta”. Quindi per forza di cose maschiaccio o, addirittura, lesbica.
Già, è così. Io, per esempio, ci ho messo anni prima di farmi accettare. Il primo disco con canzoni tutte mie l'ho fatto nel '99. Nel '92, per “L'anime nere”, hanno dovuto mettermi vicino un uomo nella scrittura. Mi dicevano: quante canne ti sei fatta? E questa diffidenza, forse, era legata al fatto che non volevano accettare che stavo cambiando direzione. Invece di premiare la scoperta di nuove strade, ti ostacolano. Specialmente se sei una donna.

Cosa consiglieresti a una ragazza che vuole fare musica oggi?
Non mi sento di dare consigli, non sono la persona giusta. Io ho questo mio modo di fare...me ne frego. Sì, alla fine me ne sbatto. All'inizio interpretavo, avevo del talento, anche se ho fatto del tutto per distruggerlo. Poi, ho cominciato scrivere, perché volevo raccontare quello che sentivo e avevo dentro. Ecco, forse all'inizio di una carriera bisogna dare a tutti il tempo di farsi le ossa, di scoprirsi, perché non è detto che al primo colpo uno faccia subito cose belle. A chi ci prova ora direi: credete in quello che fate. E vivetelo fino in fondo. Se poi vi rendete conto che non va, non c'è problema. La vita è lunga, si può cambiare mestiere e trovare la propria strada con serenità.

Ultima curiosità: cosa vedremo nel tuo tour?
Giro con i Crimal Jokers, più trombone, fagotto e viola. Anche se con pochi strumenti, riusciamo a riprodurre perfettamente il disco. Eravamo titubanti all'inizio, ma ora che abbiamo messo su le prove ci siamo resi conto che viene alla grande. Sarà un bello spettacolo.

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L'articolo Nada - A modo mio. Fare musica senza bisogno delle quote rosa di Sara Scheggia è apparso su Rockit.it il 2014-04-02 00:00:00

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