Bugo: ascolta in anteprima "Arrivano i nostri" e leggi l'intervista

Dopo una lunga pausa di quattro anni finalmente torna Bugo. E lo fa con un nuovo ep , "Arrivano i nostri", che segna una nuova fase artistica del più celebre fantautore d'Italia. Ray Banhoff e Mattia Zoppellaro di Writeanroll lo hanno incontrato qualche settimana fa, per delle foto e una lunga chia

Bugo
Bugo - Foto e testi in collaborazione con Writeandrollsociety.com

Dopo una lunga pausa di quattro anni finalmente torna Bugo. E lo fa con un nuovo ep , "Arrivano i nostri", che segna una nuova fase artistica del più celebre fantautore d'Italia
Ray Banhoff, Alessandro Mannucci de Il Culo di Mario (la cosa più vicina oggi a ciò che Bugo era ieri) e Mattia Zoppellaro di Writeanroll Society lo hanno incontrato qualche settimana fa, per delle foto e una lunga chiacchierata: la potete leggere ascoltando in anteprima i nuovi pezzi, qui sotto. Se vi piacciono e volete acquistarli, questo è il link


 

Penso fosse il 2001 o il 2002, ma son sicuro che era alla Festa dell'Unità di Pistoia. Al Parco della Rana, tra comunistoni con la maglia del Che, gente che fumava il cilum e nonne a mangiare la pizza coi nipoti. Fu li che vidi il mio primo e unico concerto di Bugo. Bugo ai tempi suonava musica lo-fi, che per chi non lo sapesse Wikipedia definisce così: "con il termine bassa fedeltà (low-fi) si indica un tipo di produzione musicale povera rispetto agli standard usuali (high fidelity) e realizzata utilizzando una strumentazione non particolarmente eccelsa ed elaborata nella fase di registrazione, sia per carenza di mezzi e di risorse adeguate, ma anche per scelta consapevole e volontaria".

Bugo suonava con un piccolo ampli scassato, facendo un grande spettacolo dal vivo. Pistoia non era Milano, non c'era ancora nemmeno MySpace credo, non era facile sentire certi suoni. Era un suono attuale, dirompente, così diverso dal pop melenso di quegli anni. Questo tizio smilzo cantava: quando mi sento giù non faccio le flessioni, non guardo neanche la tv, perché mi rompo i coglioni. Il suo era lo-fi fatto bene, poteva essere uno di New York per quello che ne sapevo. Bugo era selvaggio, aveva gli occhi da scheggia impazzita. Non capivo se ci faceva o ci era. Era spigoloso. Familiare ma capace di tenerti a distanza, in grado di farti capire che la fiducia te la devi guadagnare. Finimmo la serata a firmare autografi assieme, lui firmava col mio nome, io col suo. Cristian appiccicava ovunque dei suoi adesivi con scritto Io mi Bugo. Avevamo i capelli lunghi uguali, eravamo magri e senza barba. Dopo quella sera mi chiamavano Gianbugo.

Negli anni dal 2000 al 2004, il nome di Bugo si fece largo velocemente tra chi suonava e chi bazzicava i concerti. L'aura di curiosità attorno a lui era motivata dal fatto che avesse pubblicato "Sentimento Westernato" e "Dal LoFai al CiSei", due dischi onesti, originali e belli, unici nel panorama musicale italiano. Bugo a tutti gli effetti era il Beck italiano, definizione che da una parte lo faceva apparire interessantissimo, dall'altra gli segava le gambe. Verso il 2008 con il disco "Contatti" la sua immagine si era rinnovata. Era più cool, meno indie, e pure i suoi suoni erano diversi. Cantava “Fammi entrare per favore, nel tuo giro giusto, ho bisogno di socializzare, di uscire dal guscio”. Oppure “C’è crisi, dappertutto si dice così, io lo leggo sui visi”, che divenne una sorta di tormentone profetico. Il pubblico indie, che è il pubblico più menoso del mondo, si divise. Aveva tradito la causa. Lui ha continuato a diritto per la sua strada, credo non senza soffrire per questa cosa.

L'ho rincontrato a Milano anni fa e ci siamo ripersi. Poi l'ho riagganciato questa estate perché dopo almeno sei anni che non ascoltavo la sua musica son rimasto folgorato da "Cosa ne pensi Sergio", il suo ultimo singolo. Da li partono dei messaggi al cellulare. Ti voglio intervistare e lui: tu mi piaci ma sei troppo hipster! Oppure Senti ok, ma non scassarmi le palle. Io sono un rompipalle, non faccio interviste con tutti.

Neanche noi Cristian. E l'intervista comincia da li...

 

(foto di Mattia Zoppellaro. Articolo in collaborazione con Writeandroll Society)

Ti ricordi di quella sera che suonasti a Pistoia?
Ah si, credo. Anche se sembro un tipo un po' svagato mi ricordo tutto eh... Io son veramente l'apparenza che inganna! Provate a lavorare con me che vi faccio un mazzo così poi!

Eh infatti, tu sei un po' passivo aggressivo vero?
In che senso? Bipolare?

No, che te sembri un super tranquillo e poi invece non lo sei...
Sono puntiglioso, ma credo sia una forma di difesa.

Sei un po' diffidente no? Anche l'intervista non la volevi fare.
Ma no, dipende, è che mi piace giocare. Il rock and roll deve essere anche un gioco. È una cosa che mi viene naturale e non sono mai riuscito a spiegarla. La gente vede che sono alla mano e pensa: eh vabbè ci si può permettere tutto con lui. Però sono un professionista, sul lavoro sono serio. Non avrei fatto cinque dischi con Universal se non fossi stato serio, se fossi stato sempre e solo il ragazzo svagato che ama il sentimento westernato.

Sei un po' control freak
La libertà non esiste. È una meta. Non lo so... Recentemente ho letto un intervista a Maurizio Cattelan in cui diceva che quando ha iniziato a fare arte voleva creare l'impossibile. Ovvero far due cose assieme. Come giocare e lavorare al tempo stesso... son quelle cose che fanno la poesia.

Hai aperto un Tumblr in cui scrivi senza farti troppi problemi di paure, paranoie e ansie.
Si l'ho fatto per darmi un metodo. Io non sono un fricchettone. Anche ai tempi di Sentimento non lo sono mai stato. Anche all'epoca potevo fare un disco prodotto meglio. Ma per me era tutto voluto, avevo necessità di fare qualcosa di dirompente, ovvero il lo-fi che in Italia non lo conosceva nessuno. Però sai era facile farlo in garage … ma poi portalo alla Universal … quella è la sfida!

Nel 2011 scrivevi "La salita" in cui canti: Un tale sforzo/ tu mi devi credere/ ogni giorno faccio/ per scacciare la paura./ Ed è buia/ la strada che ho davanti a me/ pensieri neri mi oscurano/ e i cani mi abbaiano contro/ Che gran fatica/ da quando sono nato/ così è la mia vita/ è la mia vita.
Si, è un pezzo amaro, un pezzo importante per me. Io non sono uno che la mena agli altri con tutta la gavetta che ha fatto, è vero ma me lo tengo per me senza sventolarlo. Arrivare a firmare con la Universal nel 2002 a 27 anni, quando un gruppo di ventenni mi dice eh non abbiamo ancora firmato niente, mi vien da dire: sta tranquillo e lavora sodo! “La salita” l’ho scritta dopo aver letto un passo della Bibbia. La Bibbia è pazzesca. Scrissi una poesia sulla fatica e metà del testo è diventato La salita. 

(foto di Mattia Zoppellaro)

Come sei diventato un musicista?
Non è stato facile. Non vengo da una famiglia di artisti quindi nessuno mi ha mai inserito nel mondo della musica o dell'arte. I miei non mi hanno mai criticato ma mia madre è una casalinga e mio padre commercia in metalli. Non c'è mai stata l'arte in casa mia. 

E prima? La scuola?
Le elementari le ho fatte in una scuola dai preti, ho fatto anche il chierichetto cinque anni. Ah ecco, non mi piace sentir sparare a zero sulla Chiesa, non è nel mio stile, è troppo facile. 

Mi ricordo la tua "Vorrei avere un dio", in cui cantavi: Vorrei avere un dio/Per scrivere sui giornali che finalmente ce l'ho anche io...
Ci sarà sempre in me un lato religioso o spirituale, mio, privato. Penso che Gesù abbia detto delle cose bellissime. Porgi l'altra guancia... Comunque per me la divinità è molto umana. Che ne so come in un film di Celentano, quando il prete (interpretato da Celentano) parla con Gesù. Ecco quella scena è un modo di parlare di spiritualità in modo umano.

Prima che accendessi il registratore, al bar dicevi che si deve amare il proprio nemico. È un pensiero taoista.
Sì. Meglio avere nemici veri che amici falsi. Io infatti non ho amici, anzi ne ho due. Io non voglio tanti amici. Me ne bastano due. Io ho già: me stesso, la mia donna, mio padre e i miei due amici. Però sono un tipo simpatico io!

Con le donne che rapporto hai?
Complesso. (sorride) Umanità, emotività, sentimentalismo, sono fattori talmente forti in me che sono ultra sensibile e selettivo. Sono sposato infatti. Mi son sposato a 38 anni, non a 22. C'è stato tanto cuore e tanta mente. L'amore è un rapporto a due, se anche uno solo dei due per un attimo non ci crede tutto salta. Io non amo parlarne nelle mie interviste, perché è talmente complesso il tema che...

Però scrivi un sacco di pezzi d'amore
Esatto ne parlo così tanto nelle canzoni che quasi è inutile parlarne qui. 

Ma te lo sai che sei un po' un sex symbol? Piaci un sacco
Ahah un po' si, lo son sempre stato, anche ai tempi. 

Hai avuto tante donne?
Ride e non risponde. Il discorso va su altro poi dice: quando c'è da essere dolci c'è da esserlo molto, quando c'è da essere stronzi pure. 

Hai sofferto per amore?
Tanto. E gioito anche molto. Soffro ancora per amore.

Anche ora che sei pacificato?
Non si è mai pacificati. La mia donna è una divinità per me. Il bello di un rapporto d'amore è che le donne non trasformano il loro uomo in un dio, noi lo facciamo con loro le rendiamo delle madonne. Quindi quando ti devono ramazzare lo sanno fare. E io adoro questa cosa. 

(foto di Mattia Zoppellaro)

Tutti i grandi del rock hanno scritto grandi canzoni d'amore no? Tu hai scritto I miei occhi vedono in cui canti Tu che già possiedi in terra/ quello che spero di trovare in cielo (...)/ ora i miei occhi vedono, perché vedono te
Si è vero, ho scritto molte canzoni d’amore, da “Che diritti ho su di te” del 2004 a “Comunque io voglio te” del 2011. Ti racconto una cosa... Prima di iniziare come Bugo, nel '95/96 ebbi una fase molto solitaria. Scrivevo solo canzoni d'amore, ne scrissi una ventina, molte ne ho perse. Peccato perché erano belle. Questa cosa mi scosse molto, mi spaventò, perché emotivamente era troppo per me. Già adesso se parlo d'amore mi agito, figurati a 22 anni. E allora con calma sviluppai un'altra attitudine e arrivai a “Spermatozoi”, che era un deridere l'amore. Ma anche li cantavo: anche se il sole non sorge ci sei tu... Che potrebbe stare anche ne "I miei occhi vedono". All'epoca volevo distruggere l'amore, come Rimbaud.

Perché?
Perché la vita va reinventata, di continuo. Distruggi una cosa perché gli vuoi bene. Devi avere il coraggio come Rimbaud di parlare dell'amore vero. Infatti c'è morto. È imploso. All'epoca io avevo paura, non volevo continuare a fare musica. Mi sono reinventato li. Poi da adulto amando mia moglie e acquisendo sicurezza mi sono reinventato ancora una volta e ho scritto "I miei occhi vedono". Che tutti me la menavano, anche l'etichetta non voleva quel pezzo come singolo. Io volevo cambiare e l'etichetta non mi ha capito, motivo per cui ho cambiato etichetta.

Come è iniziata la tua carriera?
La passione per la musica mi è venuta a 18/19 anni. A militare ho imparato a suonare la chitarra e dopo qualche anno, nel 2000, son venuto a Milano completamente da solo. Non conoscevo nessuno, poi ho incontrato Bruno Dorella che è stato molto importante. Poi sono arrivato in Universal nel 2002 con "Casalingo" e "Io mi rompo i coglioni". Sono arrivato con grande fatica ma ero me stesso, vado pure avanti con grande fatica ma non voglio trasmettere pesantezza alla gente. Invece ci sono artisti a cui vorrei dire, alla Liam Gallagher, non rompermi... 

Dai, sei un fan degli Oasis?
Liam Gallagher è uno dei miei miti giovanili e lo è ancora. Anche Noel eh... Liam soffriva molto la presenza del fratello che non gli ha mai detto: dai, sei bravo un po' anche tu. Lui è un personaggio commovente a tratti, ma non è visto così dalla gente. La gente lo vede come uno che campa sulle spalle del fratello, lui soffre e diventa ancora più aggressivo. Mi piace per l'irriverenza e la faccia di merda. Amo quella frase di Noel Gallagher su chi fa un disco doppio ("Chiunque esca fuori con un doppio album dovrebbe infilarselo prima nel culo. Non sono più gli anni Settanta, OK?" Detta a Rolling Stone nel 2013). (Ride) Come puoi non amarlo?

Quindi immagino che ami i cantautori italiani...
Guarda è brutto dirlo e io penso che si debba sempre avere rispetto per la musica, ma a 18 anni avevo quella forza adolescenziale ribelle che non bisogna mai perdere e non li potevo proprio ascoltare De Andrè, Guccini e tutti loro. Per me era molto più forte Tenco o Vasco.

Vasco lo citi spesso
Sì. Lui è un cantautore ma è rock, come Celentano. Ecco i miei tre miti: Tenco, Vasco e Celentano. Degli altri cantautori mi annoiava la loro presunta saggezza. Per me la verità della parola non va mai esplicitata, va sempre allontanata. Non va svelata. Il rock and roll è una truffa, nel senso che è un gioco. Bisogna giocare. Quando i Sex Pistols mandarono affanculo il presentatore tv, era tutto un gioco. E in questo Vasco è immenso, perché gioca ma è professionale al tempo stesso. 

(foto di Mattia Zoppellaro)

Cambiando discorso, tra fine '90 e inizi 2000 in Italia la musica underground era veramente cupa. Tu eri l'unico ironico.
Quando ho iniziato, i Subsonica, gli Afterhours, i Bluvertigo e tutta la mentalità degli anni '90 erano quello da cui volevo allontanarmi. Io volevo essere il più selvaggio, il più sporco, il più maleducato, per questo nei miei pezzi parlavo di spermatozoi, coglioni e piedi che pestano merde. Perché volevo reagire e lo dovevo dire.
Ero uno che voleva tirare gli schiaffi, anche a me stesso. Ma c'era del metodo in tutto questo perché volevo sfondare un muro. Non avrei fatto cinque dischi con la Universal se non fossi stato così. Le multinazionali sono un meccanismo pazzesco.

Soffri tanto?
C'è da lavorare. Mi ha permesso di crescere fare tutto questo. Fare riunioni con persone molto diverse, ti fa crescere. Se non sei in grado, allora non provarci neanche. Se ti piace la lotta vai nella mischia, se non ti piace, stai nell'indie.

Questa è una bella frase!
Io non ho mai voluto essere indie. Io non lo sono mai stato.  

Bukowski scrisse che l'editoria indipendente era una stampella per privi di talento che si facevano mantenere da madri e mogli per scrivere robetta...
Ecco il 120% dell'indie italiano. Tanto i musicisti quanto gli addetti ai lavori. Io conosco bene l’ambiente e la mentalità indie, perché è da lì che sono partito a inizio carriera, nel 2001/2002. Ma io voglio essere Bugo. E gli indie dovrebbero svegliarsi!

Si parla del passaggio all'età adulta. Rabbia adolescenziale: ovvero sono contro il sistema, faccio musica/arte...
Io faccio arte, sono un artista. Non sono un talent. Io non ho talento ad esempio

Questa è una bischerata
No ti giuro. Sono geniale!

Questa l'hai fregata a Carmelo Bene. Il talento fa quello che vuole, il genio fa quel che può...
(Ride) Io lo adoro. Vedi l'ha detta? Non lo sapevo. Il talento è saper fare qualcosa, io invece non so fare niente, il genio invece non ha bisogno di talento.

Tu sai però scrivere le canzoni
Le canzoni non sono di nessuno, vengono dall’alto e noi cantautori dobbiamo essere pronti a raccoglierle. Per me è un po come il parlare. Comunque ecco lo voglio dire perché sennò me lo scordo: per me Vasco è un genio.

Vasco non lo hai mai incontrato?
No. Lui non incontra mai nessuno. Io non lo posso cercare. Quando lo cercherò so che lo beccherò. Vasco o Celentano non devono leggere di me o vedere un video, vorrei che mi incontrassero. Perché poi se mi conosci ti innamori, perché ripeto, io sono un simpatico! (si ride)

 

(foto di Mattia Zoppellaro)

Facciamo un break e spengo il registratore. La conversazione rinizia con:

Io adoro gli outsider, ma gli outsider che stanno nel sistema, che lo ribaltano da dentro. Che ne so guarda Celentano in tv, lui ha creato una cosa fantastica. Devi entrare nel sistema ed essere diverso. Dobbiamo convivere sempre con il bivio, con il doppio, mai scegliere una strada sola. E parlando di canzoni, ho sempre desiderato entrare nel cuore della gente, alcune volte ci sono riuscito.

"Cosa ne pensi Sergio" secondo me è un pezzo che canteremo per un bel po'.
Eh sapessi gli altri.

Ma dove sono? Perché c'è solo un ep e non un album?
Volevo spezzare un meccanismo. Ora ho la fortuna di lavorare con Carosello Records, con cui ho appena firmato un contratto, che ha appoggiato la mia idea di tornare con un singolo e poi con un altro singolo e poi un ep... il disco verrà... Poi faccio le interviste e la gente mi chiede del disco. Ma sentiti sto singolo prima, no? Bisogna rallentare.

(Passa una canzone di Lorenzo in radio e la ascoltiamo) E di Jovanotti che ne pensi?
È un grande lo rispetto. Quando avevo 17 anni impazzivo. Lui voleva far casino e mi piaceva. 

La gente della cultura lo odia Jovanotti, perché oggi forse c'è tanto bisogno di avere un nemico proprio tra i tuoi simili.
Io lo rispetto perché ha scritto dei pezzi bellissimi. Che ne so "Tanto Tanto Tanto" era fantastico.

Ma "L'estate addosso" è una cagata, dicono in molti.
Ma no lui ce l'ha dentro. Io non voglio difenderlo, ma lui è un buono. Forse era tormentato quando voleva diventare più grosso, quando scriveva "La linea d'ombra". Poi è stato da dio. Secondo me invece "L'estate addosso" è Jova al 100 per cento. E immagino che abbia fatto tanta fatica anche lui. Son anche contento che faccia gli stadi.

 

Il tempo scorre in fretta e ci avviamo verso il finale. Non faccio in tempo a chiedergli altro, non so nemmeno cosa gli ho chiesto, nel registratore rimane solo un'ultima frase: A me interessa essere vivo, mi interessa che le mie canzoni siano vive, tutto il resto è fuffa. Se muoio oggi son contento perché mi sento vivo, tutto il resto è fuffa. Tutto. I video, le copertine, tutto, anche le interviste. Contano solo le canzoni.

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L'articolo Bugo: ascolta in anteprima "Arrivano i nostri" e leggi l'intervista di Ray Banhoff e Alessandro Mannucci è apparso su Rockit.it il 2015-10-21 13:10:00

COMMENTI (1)

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  • nicko 9 anni fa Rispondi

    Mi è parso di capire che Bugo ha fatto 5 dischi con Universal.