Stati uniti di Novamerica

Il suo album d'esordio ci ha fatto perdere la testa, e sarà uno dei protagonisti del MI AMI 2016: quattro chiacchiere con Novamerica

Novamerica
Novamerica - Tutte le foto sono di Claudia Zalla

Al suo album d'esordio abbiamo dato il bollino "Primascelta!" senza pensarci due volte: il suo pop dominato da un pianoforte squillante (e con una bella storia alle spalle) ci ha davvero colpiti per freschezza e orecchiabilità. Novamerica si racconta in questa intervista: stati immaginari e amori non ricambiati, e il conforto di un pianoforte che arriva da lontano. Sarà tra i protagonisti del MI AMI 2016 e non vediamo l'ora di vederlo dal vivo (acquista qui le prevendite). 

Leggo dalla tua biografia che “Novamerica non è una band ma uno stato dove hai trovato rifugio”, al quale poi hai dato anche una vera e propria bandiera. Qualche tempo fa ci hai raccontato che si tratta in realtà di una "situazione ideale", della vita come vorremmo che fosse. Che flora e fauna, che confini ha per te questo stato?
Novamerica è come un mondo parallelo, può essere dappertutto, sta a noi riuscire a entrarvi passando al di là. Novamerica rappresenta una situazione ideale, paradossalmente la possiamo raggiungere smettendo di sognare una situazione diversa da quella in cui siamo, accettando completamente quella attuale. In questo modo Novamerica diventerebbe qualsiasi stato, qualsiasi terra, quindi non ha confini e può avere qualsiasi flora e fauna.

Il disco è nato grazie alla riscoperta di un pianoforte appartenuto a tuo nonno, che poi è l'elemento portante di tutto il disco. Ci racconti come è avvenuto questo ritrovamento, e cosa c'è stato di così magnetico che ti ha portato a scriverci sopra un disco intero, con questi accordi così corposi?
Mio nonno era musicista e compositore, suonava il pianoforte e la fisarmonica, non ho mai capito dove e come avesse imparato, storie di altri tempi. Nel periodo prima di lasciarci aveva iniziato a confondere un po' i nomi dei suoi nipoti: mi chiamava Marco, Federico, Piero...ma si ricordava perfettamente che suonavo il pianoforte per cui decise di regalarmi il suo; un pianoforte tedesco degli anni '30. Il suo suono è particolare, l'ho sempre amato. Avevo la possibilità di registrare con uno Steinway gran coda ma ho sempre rinunciato, preferisco un suono imperfetto e decadente.



So che vieni dall'elettronica, sei stato un ex dj e produttore. Novamerica si può leggere come una disintossicazione, un “rehab” verso quel mondo e quell’immaginario, oppure è più semplicemente una nuova fioritura, che non rinnega o abbandona nulla di quanto fatto nel passato?
Non rinnego assolutamente il mio periodo da dj e produttore, anzi, amo ancora mettere dischi. Ho semplicemente avuto un'esigenza: arrivare in profondità della mia persona e degli altri. Ritengo che la forma canzone sia più adatta per lasciare un segno indelebile a livello emotivo, la musica elettronica diciamo “da ballare” ha un altro scopo, può emozionare ma in un altro modo più legato alla tribalità del momento non al proprio intimo.

Il disco ha un carattere a metà tra analogico e digitale. I due piani si bilanciano perfettamente, anche grazie alla grande attenzione prestata negli arrangiamenti. Come hai lavorato in fase di scrittura, come si sono svolte le registrazioni e quali sono stati i principali strumenti utilizzati?
Mi piace molto poter rispondere a questa domanda. Il disco è prevalentemente analogico, il digitale l'ho utilizzato solo in fase di scrittura, ma poi rifaccio tutto in analogico, anche i synth.
Il processo è questo: arriva più o meno casualmente una melodia di voce o un giro di piano, da questo costruisco il resto, nel mio garage definisco gli arrangiamenti e li registro su computer alla buona. Poi in studio risuoniamo le parti e tutto viene migliorato anche grazie ai musicisti e all'audio engineer. Prima di registrare l'album avevo intuito che i dischi che ho amato di più negli anni sono ricchi di strumenti “rock” classici, quindi la scelta è stata semplice: batteria Ludwig con mille tipi di rulli diversi, basso elettrico Fender, chitarre elettriche Stratocaster, Telecaster, Gibson 335 e pianoforte.

Il tuo album è stato scritto nell'arco di due anni, durante i quali immagino siano accadute molte cose nella tua vita. Cosa è rimasto cristallizzato nelle canzoni?
Sono stati due anni in cui non riuscivo a trovare un senso alla mia vita (come dice Vasco), non capivo che lavoro volevo fare, ho iniziato a lavorare e non mi piaceva quello che facevo, ero innamorato di una ragazza e non ricambiato. Seppure qualche canzone non si possa definire triste penso che quel senso di malinconia e rassegnazione sia il filo conduttore di tutto l'album.

Una delle idee che rimangono addosso ascoltando “My love is Pure” e molte altre canzoni, è che vi possano essere sentimenti casti e puri (nel senso ideale e filosofico del termine) anche in questi tempi dove tutto sembra svendibile al miglior offerente. Trovi sia così?
I sentimenti puri sono quelli che ci fanno vivere bene, io ragiono sempre in questi termini, tento di seguire cose che mi fanno sentire bene. Qua si pone la questione dell'amore non ricambiato, è un sentimento puro? O qualcosa di affogato nel rancore? Ora posso dirti con certezza che provo un sentimento puro, amo la mia ragazza come non ho mai amato, non mi ricorda nessuna guagliona, le chiederei di sposarmi se solo credessi nel sacramento del matrimonio.

L’album si chiude con “Erica” che potrebbe essere definita il tuo "bignami": sussurri, sentimenti puri, il suono del pianoforte, un frusciare di qualcosa di indistinto e “un amore che cerca di essere ascoltato ma forse non ci riesce”. Ti senti di appartenere a questa definizione?
Trovo sia corretta. Nel disco racconto di un amore che non viene ascoltato e se viene minimamente ascoltato non viene capito. “Erica” è il mio ultimo atto disperato, avvicinandomi all'orecchio e sussurrando tutto quello che il mio cuore ha da dire, spero che quella vicinanza fisica possa colmare il vuoto provocato dall'altro, ma è uno sforzo che non dà risultati e lascia solo un pianto misto di amore e rassegnazione. Pensa che nel disco ho inserito la versione demo del brano; l'avevo rifatta in studio, ma non manteneva la stessa verità, la stessa lucidità. L'ho scritta e cantata in 10 minuti. Quel sentimento, quello stato d'animo doveva rimanere senza alterazioni.

La copertina del tuo disco richiama molto i colori e l'ambientazione di "Anima latina" di Battisti, è un caso? Qualsiasi sia la risposta, ti chiedo: cosa credi che renda quel disco in particolare il punto di riferimento per qualsiasi musicista in Italia nel 2016?
Speravo ci fosse qualcuno che se ne accorgesse. Non è un caso. Be' è uno dei dischi italiani oggettivamente più di spessore artistico, come ricerca dei suoni, arrangiamento, varietà. Quando mai si è sentita una cosa così in Italia?
Io adoro Dalla, apprezzo Venditti, De Gregori, De André, Baglioni ecc. ma mi sembra che una strada così pazza non l'abbia mai percorsa nessuno. E quando un'opera è grande diventa necessariamente un'ispirazione per altri.

Quali sono i dischi che secondo te hanno creato qualcosa di nuovo e durevole nella musica italiana?
Battisti – Emozioni; Lucio Dalla – Dalla; 883 – Nord sud ovest est; Franco Battiato – La voce del padrone; Vasco Rossi - Bollicine

Tra pochissimi giorni sarai sul palco del MI AMI: cosa ti aspetti dal festival?
Devo dire che è uno dei festival più belli d'Italia, sognavo di suonarci come Novamerica. In passato ho potuto già vivere l'emozione di esserci come dj, è stato molto bello. Poi ho sempre un sacco di amici con cui ritrovarmi. Non vedo l'ora di essere là per un rullo, un tamburo, una danza kuduro.

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L'articolo Stati uniti di Novamerica di Mattia Nesto è apparso su Rockit.it il 2016-05-24 11:55:00

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