“L’Eden dei lunatici” sarà l’ultimo disco di Umberto Palazzo?

Il cantautore italiano, tra i fondatori dei Massimo Volume e frontman del Santo Niente, va e viene dalle scene. Dopo anni di silenzio, il suo ultimo disco: creato in quarantena, è un omaggio alla giovinezza e agli anni Settanta che vale la pena ascoltare

Umberto Palazzo da ragazzo, foto utilizzata per la cover del suo ultimo album "L'Eden dei lunatici"
Umberto Palazzo da ragazzo, foto utilizzata per la cover del suo ultimo album "L'Eden dei lunatici"

Negli ultimi tempi non è stata rivolta molta attenzione verso Umberto Palazzo. Per un po' mi sono chiesto se Umberto avesse fatto ancora qualcos'altro dopo il gioiellino Canzoni della Notte e della controra, album di culto per le orecchie più attente nel 2011, ma sostanzialmente snobbato dai più. Poi, sono girate un po' di voci insensate sul suo stato di salute fisico – o, per qualcuno, psicologico – che avevano fatto precipitare le quotazioni d'un ipotetico ritorno. Ma dopo le divagazioni tex-mex de El Santo Nada e Mare Tranquillitatis, le indiscrezioni sono parzialmente rientrate.

Umberto Palazzo sta bene, semplicemente non ama inflazionare il mercato di inutili porcherie. Solo per questo una coda maligna che ci impensierisce sussurra anche stavolta che L'Eden dei Lunatici sarà l'ultimo disco di Umberto Palazzo, per un lasso di tempo che non siamo in grado di quantificare. E che è stato scelto questo titolo e una vecchia foto in bianco e nero per sottolineare che qualcosa verrà presto nuovamente a mancare.

O forse no. Se infatti facciamo fede al comunicato stampa – tra l'altro tra i pochi rimasti in giro a sembrare scritti col cuore e non con l'Iban –, L'Eden dei Lunatici è un disco solare al cui centro ci sono l’estate e il mare: lo si potrebbe scherzosamente definire come un disco ballabile sulla vita in riviera alla fine degli anni Settanta. Ovviamente si tratta di un bluff: sotto lo strato di latin funk e pop soul si cela infatti una vena d’inquietudine anche piuttosto evidente. Dettata dal contesto sociale in cui è stato creato, tra aprile e maggio, in piena quarantena.

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Ma non solo: "La musica corrisponde esattamente alla mia età più giovane, la fine degli anni Settanta, che non è da confondere con gli anni Ottanta, perché sono due mondi e due idee della vita e della musica diversissimi", svela Umberto. Da questo dettaglio si evince un sotto-testo psicologico ed esistenziale inedito, che poco e nulla ha di che spartire con la pandemia, almeno in senso stretto.

L'Eden è, quindi, il momentaneo ricongiungimento a sé stessi attraverso il ricordo dell'estate dell'infanzia, dell'adolescenza e della prima giovinezza. Croce e delizia per ogni essere umano. Ma è un paradiso bislacco, incostante, sicuramente caduco, perché frutto del seme generato dal lockdown, ovvero la solitudine. Inadatto, forse, ai tempi veloci della vita normale. Confessa ancora Umberto: "C’è un verso di Ivano Fossati dei primissimi album che mi girava sempre in testa ed è: 'L’uomo più è lontano dagli altri e più è vicino a sé'. Stando molto lontano dagli altri, mi sono molto riavvicinato al ragazzo che dentro di me aspetta l'estate come un miracolo che si ripete, come il vero motivo per cui si vive". Molti di noi, ripensando ai giorni dei balconi, non potranno che trovarsi e ritrovarsi in questo semplice pensiero, inutile negarlo.

Le canzoni. Bisogna subito osservare quanto questo album sia tremendamente bello, ma anche quanto sia sottilmente fosco e onirico. Le parole che escono dalla bocca di Umberto quasi mai sono incoraggianti: si parla di inevitabilità (Chi è cresciuto al mare è mezzo umano e mezzo pesce / Non sarà mai uomo di città), di errori (Molti fotoromanzi sono favole / Non esistono nella realtà) e di luoghi ideali oltre che fisici, che inevitabilmente svaniscono con l'età adulta (È l’unica ricchezza che uno ha / Quando è un ragazzo povero del sud / Se sogna a occhi aperti / Lui sogna il mare). Poco conta se il primo singolo scelto, Il Moscone, sembra fare un po' il verso a un erotismo adolescenziale alla Sapore di Mare di Carlo Vanzina o l'appeal musicale scivola a volte (troppo?) in velature pop care al Sor Battisti Nazionale nella title track o ne La Baia.

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I testi delle canzoni però sono tutti suoi, per quanti deja-vu poi voi possiate percepire, e appaiono belli e ispirati. "Il disco è stato scritto sul serio da zero, ma da più di un anno avevo deciso di ricominciare con le canzoni. Non avevo mai smesso con la musica, ma non scrivevo più canzoni. Poi, ho iniziato a fare un sogno ricorrente in cui trovavo una cassetta: al suo interno c'erano canzoni che avevo dimenticato di registrare. L'ho visto come un preciso messaggio del mio subconscio per ricominciare a scrivere", dice Umberto.

Dopo aver militato a lungo come basso negli Allison Run e aver contribuito alla nascita dei Massimo Volume  quando erano ancora un gruppo e non un dogma – e dopo aver fatto grandi cose con Il Santo Niente, dopo le collaborazioni con artisti sempre fuori dalle logiche del mero successo come Giorgio CanaliTeho Teardo e Simona Gretchen, dopo l'accenno solista e l'attività come organizzatore e Dj, Umberto Palazzo si mostra ancora in grado di cambiare pelle. Ma non per questo spessore artistico, idee e attitudine.

È questo uno dei tanti fatti che dovrebbero spingerci a rivedere i giudizi negativi sul piccolo boom del cantautorato indipendente di fine anni Settanta e primi (primissimi) anni Ottanta: bastava esserci. E basta avere un po' di cultura musicale e un po' di memoria storica per sapere e convivere con l'idea che molta musica che ora può sembrare "nuova" alle orecchie del pubblico più giovane ha cominciato a girare e farsi le ossa in quel bistrattato periodo.

Umberto non ne fa mistero e in questo disco-omaggio dal palesato sapore amarcord spicca su tutti l'humus lasciato da un precursore come Enzo Carella e con lui Ivan Graziani e il già citato Ivano Fossati, più un pizzico di Lucio Dalla e di Rino Gaetano: tutta gente all'epoca (assurdo a dirsi ora) che veniva sfotticchiata in lungo e in largo ma che, mi viene da pensare, sia girata molto nell'autoradio di Umberto – o in quella delle persone a lui vicino – fino a lasciarne un'indissolubile associazione mentale e/o musicale legata a quel periodo.

L'Eden dei Lunatici ricorda quanto accadeva molti anni fa, quando la musica in Italia aveva ancora molte sorprese in serbo e passare da un disco all'altro, anche del medesimo autore, poteva farci imbattere in mondi fino ad allora sconosciuti. Quei tempi, che sono per molti irrimediabilmente perduti, hanno lasciato in eredità emozioni così forti che ancora circolano nell'aria, raccolte da pochi irriducibili musicisti che non si arrendono ancora al voler considerare il fare musica un mestiere come un altro. In chiave rock è lo stesso concetto espresso a suo tempo da Keith Richards, quando osservava con senno matematico che certi riff e certe melodie già esistono nell'aria: sta solo alla persona capire il momento e il modo in cui utilizzarle.

Umberto Palazzo, oggi
Umberto Palazzo, oggi

Stavolta si tratta, però, di stati emotivi e per catturarli non occorre soltanto una buona dose di fortuna o di background musicale. Mi sembra infatti di capire che l'anima di Umberto Palazzo sia un'officina aperta a tutte le ore, il suo cuore pompa sangue e il criceto nel cervello non accenna minimamente a fermare la sua corsa. Non sempre è concesso l'ingresso al pubblico, ma quando ciò accade si intravede sempre qualcosa di più concreto della sola voglia di farsi notare.

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L'articolo “L’Eden dei lunatici” sarà l’ultimo disco di Umberto Palazzo? di giorgiomoltisanti è apparso su Rockit.it il 2020-10-23 16:00:00

Tag: album

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