Giorgio Canali, la catastrofe siamo noi

Due anni fa aveva predetto uno scoppio atomico, invece è arrivato il Covid. "Venti" è il suo ultimo album, con altrettante "canzoni di merda" tra Guccini e Mark Lanegan, dove profetizza la rivoluzione ignorante (e invita a fare come la Svezia). Anche stavolta, possiamo andare a farci fottere

Giorgio Canali - foto di Roberta Capaldi
Giorgio Canali - foto di Roberta Capaldi

"Hai a che fare con un vecchio rincoglionito". È così che mi risponde, ridendo, Giorgio Canali, dopo che gli confesso quella sensazione di panico che mi ha colto quando ho saputo che avrei dovuto intervistarlo. Per poi aggiungere: "Tanto alla fine le domande sono sempre due: cosa penso del cazzo di lockdown e come mai è così presente nel disco". Il doppio album Venti – come il numero di "canzoni di merda" che ne fanno parte e l’anno che stiamo vivendo –, pubblicato il 4 dicembre scorso, è stato scritto a partire dal lockdown di marzo, quando Canali si è trovato da solo a Bassano del Grappa, a casa di Stewie Dal Col – il chitarrista dei Rossofuoco, che invece si è fatto la quarantena a Miami – fino a giugno.

Il terreno sismico su cui Venti affonda le sue rabbiose radici è evidente: la furia di Canali si abbatte su chi ha permesso di arrivare una situazione del genere, su quella politica del terrore che lui sostiene essere in atto da quando è scoppiata la pandemia. Non si tratta di scetticismo nei confronti di un problema, quanto di una innata propensione alla disobbedienza, una sistematica mancanza di fiducia nei confronti del potere. Allo stesso tempo, la posizione di Canali si discosta da quel rigurgito fascista che sembra essere l’unica manifestazione di disprezzo nei confronti di una classe politica inadeguata in un momento complicato come questo. E di cui lui prevede una rivoluzione violenta e ignorante all’interno di Viene avanti fischiando, uno dei brani di Venti.

Non si può parlare di un disco negazionista, Canali non tira in ballo teorie complottistiche campate per aria o di un virus che non c’è: la sua è la rivendicazione di una libertà di pensiero che non si faccia imbrigliare da quella che è stata la semplificazione mediatica nel parlare di chi, in questi mesi, non si è allineato. Un andare contro la "liturgia del pensiero unico": farebbe ridere se a dirlo fosse un intellettuale parafascista di turno. Invece a parlare è Canali e non si può non ascoltarlo, anche se poi non ci si trova d’accordo (spoiler: per molti andrà così). Perché Canali è Canali, gioca una partita a sé. Con la solita incazzatura di sempre.

 

Giorgio Canali con i Rossofuoco - foto di Roberta Capaldi
Giorgio Canali con i Rossofuoco - foto di Roberta Capaldi

Come hai passato il lockdown?

L’ho vissuta scrivendo, l’unico modo per riuscire a sopravvivere. È partita come un gioco, non c’era intenzione di fare un disco, tanto meno un doppio. Io mi sono trovato a marzo con i concerti bloccati, avevo anche una tournée di omaggio ai Joy Division con Stewie e che ci è saltata, il che vuol dire che è anche saltata tutta la parte economica della mia vita. Man mano che venivano le cose le spedivo agli altri, loro mi mandavano degli spunti. In studio spesso partiamo improvvisando, così è stata un po’ la stessa cosa, solo che invece di guardarci negli occhi ci parlavamo su WhatsApp.

Stare solo in quei mesi come ha influito sul disco?

Ha amplificato il mio essere incazzato e triste. Io ho bisogno di socialità, di vedere le persone, toccarle, parlare. Anche se sono uno molto selettivo, però senza quella mi sento morto. Lo senti in Vodka per lo spirito santo, che poi è un omaggio molto poco criptato a Mark Lanegan. È tra le poche cose che ascolto, assieme ai Wovenhand e 16 Horsepower di David Eugene Edwards. Quell’universo sonoro è quello che mi rappresenta di più, assieme alla musica dei vecchi di merda come Neil Young.

 

Foto di Nicola Montanari
Foto di Nicola Montanari

Però in Venti ci sono molti omaggi al cantautorato italiano. Come mai?

È un gioco quello che ho fatto. Ascoltando queste cose ho imparato a scrivere in italiano sulla musica. Da giovane, cercavo sempre di essere al di fuori di tutti gli schemi possibili, alla mezza età ho iniziato a scrivere in francese e lì avevo quella mancanza di pudore assoluta che puoi avere solo se non sei padrone della lingua, giochi di parole assurdi e astrusi che a me sembravano banalissimi ma per i francesi erano impensabili. È una maniera di scrivere che da sola non basta, però ci vuole anche quella canonica. De Gregori davanti a tutti, Dalla, Guccini, pure Vecchioni, per quanto spesso mi facciano cagare le sue canzoni. Tutto quel cantautorato lì in cui la parola era più importante di qualsiasi altra cosa. Su un arpeggino di merda magari sopra c’era L’avvelenata.

Dopo Undici canzoni di merda con la pioggia dentro, altre Venti senza. Quale dei due ti piace di più?

Questo, se non altro per una questione di quantità (lo ripete tre volte semicitando 'Io sto bene' dei CCCP, ndr). Quando ci sono 20 canzoni di merda, è chiaro che poi le 11 soccombono. Secondo me il tenore delle canzoni è molto alto e sono soddisfatto sia di quello che ho voluto dire che di quello che non volevo dire e poi ho detto lo stesso, perché la tentazione era troppo forte.

 

Foto di Roberta Capaldi
Foto di Roberta Capaldi

Al posto della pioggia, cosa c’è dentro? Visto il nome, il vento?

Sono venti canzoni di merda punto. Magari ci fosse il vento dentro, quello di Bob Dylan che porta una risposta, però io non ce l’ho.

Bob Dylan che omaggi in Rotolacampo. Cosa ti piace in particolare di lui?

Bob Dylan è sempre stato qualcuno che stava fuori dai flash, un po’ come Jackson Pollock. Spara parole che sembrano a caso e poi invece hanno significato. Io sono più concreto, vorrei essere così leggero e avulso a quello che mi succede attorno e non ci riesco, finisco sempre a parlare della banalità del quotidiano. Per quanto mi soddisfi essere così: pensando a tutto quello che ho fatto, non c’è niente di cui mi pento.

In Nell’aria compaiono lo sciamano bianco, l’alchimista di stato e il ministro dei temporali, qua citando De André. Chi sono?

Lo sciamano bianco è evidente chi è, quello che da solo è andato in piazza a cercare di fare pietà ed è riuscito benissimo a commuovere l’opinione pubblica. L’alchimista di stato è qualsiasi esperto della sanità, da Burioni in poi vanno tutti bene. E Il ministro dei temporali be’, guarda caso hanno sgomberato il Cinema Palazzo. Sono profetico o no? (ride, ndr). Il problema che io sto attento alle cose, poi queste finiscono nelle mie canzoni. Non voglio paragonarmi a Pasolini e quel famoso articolo del ’74, però se la gente ragiona si rende conto che ci sono dei perché e dei per come.

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In Eravamo noi racconti 50 anni d’Italia in pochi versi. Cosa rappresentano gli eventi storici che citi?

Sono i miei 60 anni, quello sono io. Quegli episodi sono le cose che mi vengono in mente per prime quando parlo degli anni che furono. Un po’ come adesso che si parla solo di Covid. C’è un unico riferimento che non era sulla bocca di tutti, cioè la citazione di 1984.

E Acomepidì invece? L’acronimo è evidente per cosa stia.

L’ho censurata perché scrivere un titolo così rischiava di attirare l’attenzione di qualche cattolico integralista, volevo evitarmi denunce. La bestemmia è un conto, nel titolo diventa pericoloso. È una lettera d’amore un po’ elenco del telefono, a me capita di scrivere testi come liste della spesa. L’amore è una delle poche cose per cui vale la pena di stare al mondo, anche da vecchio rincoglionito quale sono mi pareva normale parlarne così.

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Ora dove sei?

Sono bloccato nel buco del culo del mondo che è casa mia a Correggio, solitario come il lupo.

Eravamo venuti a trovarti due anni fa lì e ci avevi predetto uno scoppio nucleare, ricordi? Invece è arrivato il virus. Catastrofe diversa, però un po’ ci avevi preso.

Quando parlavo dell’atomica, semplicemente dicevo che eravamo alle porte di un altro 1929 globale: nel momento in cui c’è una distrazione che ti fa dire che la colpa non è della gestione di merda dell’economia se va tutto a puttane, ma – come in questo caso – il virus, tutto passa in secondo piano. Un diversivo per togliere il focus dal problema reale. E con un altro 1929 adesso, la gente con i fucili per strada ci va. Guarda in America, la gente è armata. L’attacco del potere forte da parte degli ignoranti è possibile. In Italia semplicemente abbiamo un governo che doveva durare 2 giorni ed è ancora lì, e starà lì fino a che questa emergenza non finirà. Non voglio dire che sia stato fatto apposta, voglio dire che chi sta cavalcando sta situazione lo fa per stare dov’è. Cose come il coprifuoco mi ricordano Pinochet.

Come si sarebbe dovuto gestire il virus per te?

Come in Svezia. Poi io mi prendo del pazzo perché la gente dà retta ai giornali quando ne parlano come un paese falcidiato dal virus. Non è vero, basta leggere i dati e si vede come in percentuale ha avuto un effetto minore rispetto all’Italia. Qua noi abbiamo un problema sanitario che è venuto fuori a marzo/aprile dell’anno scorso, dove molti decessi sono avvenuti nelle strutture che gestiscono la terza età. Se prendi un ultraottantenne e lo intubi, chiaro che schiatta. Certo, se hai bisogno di intubarlo significa che non era sanissimo, però la situazione di panico totale ha fatto sì che diventasse qualcosa di globale. Chi comanda, l’unica cosa che cerca è l’obbedienza della gente: se sai che l’obbedienza riesci a ottenerla attraverso la paura, è molto facile che la si cavalchi. Il che non significa che non ci sia il problema o che sia stato creato ad hoc, semplicemente chi sta gestendo il potere ha capito che gli conviene gestirlo in questa maniera qua.

 

Foto di Nicola Montanari
Foto di Nicola Montanari

Quindi per te si tratta di politica del terrore?

L’hai vista, la gente ha il panico in questo momento. Ma se tu metti un minimo in discussione la situazione ti becchi del negazionista, del fascista, del complottista, del terrapiattista, quello che ti pare. Non so cos’abbia fatto scattare 'sta cosa.

Chi avresti preferito in questa situazione?

Non lo so. Chi sceglie è lì perché qualcuno ce lo ha messo. Non sono stato io perché non sono mai andato a votare. Io proprio non voto per una questione mentale, le elezioni sono lo specchio per le allodole, la democrazia è qualcosa di molto finto. Forse sono complice anche non andando a votare, ma preferisco essere complice disertore che complice attivo partecipante.

Per quello in Circondati dici che '…siamo già fottuti? Non ti accorgi che siamo noi, siamo noi quelli condannati?'?

Quel ritornello arriva dal 1982, una canzone dei Politrio che non è mai stata chiusa. Ogni tanto riciclo cose rimaste nel cassetto, se me le ricordo a memoria vuol dire che valgono ancora qualcosa. Puoi immaginarti se in qualche modo sia cambiata la mia visione delle cose (ride, ndr).

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E di quei 'Ce la faremo' che mi dici?

Una roba terrificante. Se non ce la faremo, ce la farà qualcun altro. Io sono molto disilluso, il sentimento fondamentale che provo è la tristezza di vedere come la gente accetti tutto quanto quello che arriva, senza opporsi. Guai a pensare a qualsiasi forma di resistenza adesso, diventi un fascista. "Resistance is useless", come dice il Vogon in Guida galattica per autostoppisti quando arresta i protagonisti.

Cosa salvi?

Salvo la vita. Bisogna che ricominciamo a vivere, che lo si faccia veramente. La vedo dura. La vita è la cosa più bella insieme all’amore. Vita è amore, è l’unica cosa che vale.

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L'articolo Giorgio Canali, la catastrofe siamo noi di Vittorio Comand è apparso su Rockit.it il 2020-12-04 20:00:00

Tag: album

COMMENTI (2)

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  • murgatroyd1955 4 anni fa Rispondi

    Pensavo di essere solo nell'universo... Invece ti incontro un quasi coetaneo (ha appena tre anni meno di me) sconosciuto che si candida al titolo di «gemello disperso e poi ritrovato». Adesso scusatemi: vado a cercare e sentirmi tutto il suo pregresso musicale. Se tanto mi dà tanto...

  • simogretchen 4 anni fa Rispondi

    Bello sapere che qualcuno ha ancora un cervello che funziona.