Ronin Fenice 2012 - Rock'n'roll, Post-Rock, Surf

Primascelta! Fenice precedente precedente

Molti generi e un continuo passare da brani ciclici e ripettitivi ad altri più lineari e dritti. Un'altro grande album che conferma il talento dei Ronin. Primascelta.

E' più vario rispetto al disco precedente, trovate generi diversi (risse alla Tarantino, lo swing, Frank Sinatra o in finale quell'esplosione di fiati improvvisa che mi ricorda “Due Mondi” in “Anima Latina” di Battisti) e poi un senso di movimento: passa da canzoni apparentemente immobili e ripetitive ad altre che corrono dritte. Mi spiego, non è una novità che i Ronin siano ciclici: ripetere l'accordo per quasi tutta la durata del brano, aggiungere parti, levarne altre, ritornare all'accordo di prima; ora c'è una netta divisione tra questo modo di scrivere e brani invece lineari, diretti e muscolari.

I pezzi ciclici: “Fenice” è la più significativa, un giro che per tutti i cinque minuti gioca con le altre versioni di se stesso, introduce trilli di chitarra e piccoli momenti distensivi; l'arrivo degli archi ti stringe qualcosa dentro, chiamatelo spirito drammatico: in sostanza avete assistito alla più bella storia triste mai raccontata e ve ne accorgete solo quando ne restano pochi secondi. “Spade”: sono note puntellate che si rincorrono, divise giusto da alcuni intercalari. “Selce”: è indolente e languida, sensuale ma dal retrogusto infelice; anche lei: quasi non si riconoscono le note per come sono immerse nel riverbero ma ogni cosa ritorna concentrica. “It was a very good year” (di Ervin Drake, poi cantata da Frank Sinatra) è ripetitiva perchè Drake passa in rassegna i suoi 17, 21, 35 anni dicendo che gli è sempre andata bene; come molte canzoni degli anni 60 è sottilmente cattiva: infila una lama malinconica in un un testo apparentemente sereno, malinconia che i Ronin spingono fino all'esasperazione rendendola una vera spina nel fianco. E poi “Conjure men”: un riff di chitarra su cui si appoggia un flauto quasi cubano; parte successiva alla Shadows; poi di nuovo il primo riff, ma adesso il flauto è sostituito da trombe, tromboni e sax, che crescono e crescono, anche quando la chitarra ritorna sul giro iniziale; ancora e ancora; insomma, il continuo passare da parte-uno a parte-due è solo un pretesto per far crescere i fiati, che diventano enormi; tutto comincia con un vago sapore tex mex ed esplode in qualcosa che sa di Italia anni '70.

I pezzi dritti: tirate epiche e rock dalle sfumature desertiche (“Benevento”), pezzi-scazzottata-surf che dal vivo t'immagini voleranno i bicchieri (“Jambiya”), pezzi swing (“Gentlemen's Only”), o ballate acustico-oniriche che giocano con la psichedelia per trovarsi a metà tra Morricone e i Procol Harum (“Nord”). Ora, di queste due anime io preferisco la prima, quella circolare, ma anche quella dritta è altrettanto importante: genera movimento e restituisce bene l'immagine di un uccello che nasce, vive, muore, rinasce. Che di per sé dà speranza, è catartica. In più mi piace tener presente che una fenice viva in media mezzo secolo prima di riemergere dalle proprie ceneri, non è solo un eterno ritorno, c'è della vita in mezzo. Quindi: se credete di non aver mai combinato un cazzo, incastrati come siete nelle vostre abitudini, se ascoltate il medesimo disco all'infinito, rivedete più volte la stesso film o peggio un'intera serie televisiva, create rapporti di dipendenza con le persone che avete amato con continue ricadute, come se non poteste farne a meno. Puntuale, ogni tre mesi, sentite il bisogno di cambiare aria, andate in un'altra città (sempre la stessa poi) per rivedere facce ogni anno più invecchiate ma la vostra no. Ecco, mai ci fosse il bisogno di dirvelo, c'è della vita in mezzo anche nei vostri loop. E' un'idea rassicurante, a mio avviso.

E' un disco bellissimo. I Ronin sono riusciti a fare quello che molti gruppi post-rock (prendete il termine nella sua accezione più ampia) hanno mancato: avere una propria spina dorsale (con idee precise e suggestioni mirate) ma al tempo stesso essere, ancora, evocativi; non importa quanta fantasia avete, ci proietterete ugualmente le vostre storie. “Fenice” ha personalità e uno spiccato gusto per le emozioni: per via di quel continuo movimento, per una quella naturale semplicità con cui ogni nota segue l'altra e non potrebbe essere altrimenti, o perchè ormai sono diventati i più bravi con le colonne sonore immaginarie. Inutile girarci intorno. Un altro grande album. Lo riascolterete un milione di volte, come se non poteste farne a meno.

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La recensione Fenice di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2012-01-23 00:00:00

COMMENTI (2)

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  • dabeat 12 anni fa Rispondi

    questo è davvero un disco molto bello e completo, forse il più bello dei ronin

  • iocero 12 anni fa Rispondi

    raccapricciante