Lele Battista mi do mi medio mi mento 2016 - Cantautoriale, Elettronica

Disco in evidenza mi do mi medio mi mento precedente precedente

"Il tempo di cui disponiamo ogni giorno è elastico". Un disco che in poco più di mezz'ora mette in piedi un'acuta considerazione sul tempo

"Il tempo di cui disponiamo ogni giorno è elastico: le passioni che proviamo lo dilatano, quelle che ispirano lo restringono, e l'abitudine lo riempie" (Marcel Proust)

Esistono canzoni che raccontano. Storie vere, storie inventate, fantastiche o misere. Esistono canzoni che disegnano personaggi letterari, figure mitiche, antieroi. Esistono invece dischi in cui il momento del racconto si è posato e comincia quello della riflessione. Il terzo disco di Lele Battista appartiene alla seconda schiera, e in poco più di mezz'ora di musica new wave, pop ed elettronica mette in piedi un'acuta e profonda considerazione sul tempo e il suo significato.
È un disco ordinato che parte dal caos.
Le tracce (che complice la scelta musicale e strumentale si riferiscono più a una questione magnetica che a un senso dantesco di cammino) costruite su jam session vengono riformate e sono specchio di un'anima sconquassata da una realtà di vane certezze. “È meglio il disordine dell'ordine imposto”, cantava Battista in “Quando mi mento”, brano del suo primo disco solista "Le ombre": la voragine radicale ospita gli elementi della creazione in maniera totalmente libera, e crea un ulteriore varco in cui si infilano canzoni sul tempo, sullo spazio, sull'uomo, sulla parola (ponderata in maniera certosina e poi cantata, come il nome dell'etichetta da cui il progetto nasce).

La prima traccia già avvolge, l'ascoltatore si ritrova catapultato in una questione fondamentale: il tempo e come lo si spende, o lo si sospende. “Non aspettavamo altro”, scritta con Violante Placido, si articola su un vertiginoso e avvincente gioco di tempi verbali, imperfetto, futuro e (infinito) presente: così si declinano amore e tempo, accompagnate dall'attesa e dal desiderio. Il tempo si può sospendere semplicemente per perdersi negli occhi dell'altra e vivere un “infinito presente pieno di gioia e colori”. “Il tempo degli uomini è eternità ripiegata”, per dirla con Cocteau.
Il ticchettìo ben udibile nell'intro e nei passaggi tra le strofe di “Le occasioni che pèrdono te” sottolinea il moto incessante di verbi, una frenesia che spinge il tempo ad andare oltre senza aspettare, sfocando i ricordi. Qui la linea del synth è oscura e sembra ricordare un vecchio film di Infascelli. “Da un'altra parte” – scritta con Yuri Beretta – si sviluppa sul contrappunto tra la linea elettronica e un picchettare morbido, che evoca una sorta di fall foliage.

Dopo il tempo, lo spazio: la lontananza coincide con l'essere in ritardo (“tutto dice che è tardi”). Battista introduce il tema, sotteso a tutto il disco, dell'alienazione: “assente al presente, tutto è lontano da me, sono sempre più da un'altra parte”. La quinta traccia, singolo di lancio, si lega alla precedente. Una voce effettata riflette sui drammi esistenziali e sulla forza di scandagliare se stessi, di uscire da uno straniamento irreversibile (“l'inconscio si nasconde e sotto mentite spoglie mi spoglia e fa un casino pazzesco”). “Barbari” – scritta con Giovanardi – torna a parlare del tempo, quello storico e della memoria. Viviamo in un presente caduco, la nostra anima è “devota alla moneta più che alla vita, perfetta sconosciuta”. Viviamo in un presente pieno di parole vuote, talmente vacuo che persino i barbari “tornerebbero indietro, guardandosi bene dal conquistarci”. La dimensione onirica delle prime tracce si concretizza in versi sferzanti: l'alienazione non è solo individuale e spirituale, è anche sociale e culturale.

Ma è tutto vero o si tratta di un sogno? È vero che abbiamo ucciso il tempo? O ci troviamo in mezzo a un elastico che si dilata? Nella penultima traccia si affacciano anche dinamiche psicologiche (“se questo fosse un sogno staremmo per cadere”), e il tormento diventa l'unico “piccolo frammento di lucidità in questa indifferenza cosmica”. Nel sogno la coscienza non serve, non ha potere. Ma la realtà non è un sogno, e ci sforziamo di rincorrerla. Ci sforziamo di rincorrere qualcosa, sempre. Qualcosa come noi stessi.

---
La recensione mi do mi medio mi mento di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2016-12-15 10:00:00

COMMENTI (2)

Aggiungi un commento Cita l'autore avvisami se ci sono nuovi messaggi in questa discussione Invia
  • elisaturci1976 5 anni fa Rispondi

    Amo questo grande Artista e questo suo 3° album è la prova di quanto a volte l'attesa può dare solo buoni motivi per attendere...
    In particolare mi hanno colpita "24000 anni" e "un casino pazzesco", per i testi e perché ti ritrovi esattamente li, all'interno delle immagini evocate.
    Quindi, vorrei tanto che prima o poi arrivasse anche un 4° album!! Perché, personalmente, mi manca tanto un po' di Musica come questa. Soprattutto considerando il vuoto da cui siamo purtroppo avvolti!!!

  • dariomargeli 7 anni fa Rispondi

    chitarre di Giorgio Mastrocola