Mannarino Apriti Cielo 2017 - Pop, Folk, Etnico

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Una spudorata dichiarazione di vicinanza emotiva alla musica brasiliana e ai suoi sentimenti principali

"Dell'innocente sangue versato in scellerata guerra, conta il cielo le stille, e le schernite lagrime tutte della stanca terra" (Vincenzo Monti)

Il cielo non ha barriere, accoglie tutti. Schiavi e padroni, ricchi nomadi e soldati, senza frontiere. Quelle, al contrario, dividono il mondo in cortine spinate, siano esse materiali o mentali. L'unica maniera di scardinarle e scavalcarle, le frontiere, è affidarsi al cielo e tagliuzzare le bandiere, camminare e perdersi nel mondo. Romanesco e tribale, popolare e migratorio, dai rioni alle favelas, il quarto disco di Alessandro Mannarino affonda mani e piedi nella tradizione tropicalista, mescolandola con i suoi stilemi più classici.

“Apriti cielo” è una dichiarazione di vicinanza emotiva abbastanza spudorata che Mannarino rivolge alla musica brasiliana e ai suoi sentimenti principali. A questa componente tribale e ancestrale il cantautore romano abbina il suo folk per terminare una ricerca lunga, fatta di viaggi zaino in spalla all’inseguimento di tramonti e colori. Ne esce un disco i cui suoni spaziano da Bob Marley a qualche sala di balera sulla Prenestina, passando per Chico Buarque, i Calexico e il blues desertico. Rispetto al precedente lavoro l'idea narrativa e compositiva è più forte e omogenea, ma sembra risolversi in una chiave di lettura unidirezionale: le metafore edulcorano una componente testuale che punta sull'allegoria per evocare il senso di comunità e la sua messa sotto scacco, minando la crudezza caratteristica di brani come "Malamor" del 2014 ("ci misero sugli occhi una benda di bandiera/ così da non vedere trascinando la catena/ da che parte ci arrivavano i bastoni sulla schiena"); in alcuni passaggi il disco scivola su costrutti superficiali e rime opinabili ("serve la bandiera pe' fa' la guera"), mentre il lirismo cupo di “Al monte” e la grinta dei primi dischi vengono limati da una massiccia ed efficace presenza strumentale, funzionale a esprimere la vicinanza a un immaginario poetico e politico preciso.

La scrittura solitamente viscerale di Mannarino si fa mediata e parla alla pancia di chi non ha bandiera, nonostante nell'immagine di copertina sia pieno di bandiere, seppur sminuzzate. La prima parte del disco è metafora sintomatica di una visione della società civile e musicale, è una chiamata a raccolta e al viaggio che parte da Roma. Agrodolce la dedica alla sua città, "amor all'incontrario", dama ormai caduta in disgrazia a cui brindare, ma con la cicuta.
"Arcà di noè" ha ritmi più rapidi e si fa preambolo della marca brasileira più evidente nel cuore del disco, architettato in modo molto accattivante dal punto di vista sonoro. Un ensemble di 30 elementi impasta un sound che si accosta alla world music di Enzo Avitabile (presente con il sax in "Vivo") senza però raggiungerne l'eleganza eterea.

L’inno alla vitalità di Mannarino si declina in un calderone di stili inebriante, ma a tratti risulta un po' prevedibile, lineare, e per sorprendere deve sfociare nel curioso o nel gioco di parole audace. Vedi "Gandhi", spartiacque della tracklist che ricorda vagamente, per il testo, la musica e la prosodìa, un Silvestri d'annata. Una cantilena ipnotica allacciata a un tessuto musicale country-blues avvolgente.
L'impressione è che la scrittura di Mannarino trovi risultati molto più felici quando si lascia andare sentimentalmente a ballate più dolci e dolenti, come "Le rane", o più cupe e nobili, come "La frontiera". "Con la pelle di un altro colore mischiammo le vene/trovati battuti e portati sopra un campo di neve/e il sangue cadendo sembrò dello stesso colore": qui l'atto sessuale, o d'amore, è l'ultimo di una vita che batte la violenza e la morte. L'intermezzo musicale è uno stacco di cinepresa, e il risultato è alto.

L'impressione è che nel trasformare la minoranza in chiave etno-pop il cantante di rione Monti si sia ancorato a uno stilema forse mercantile piuttosto che intimo, da cui non si può – e non si vuole – staccare. Il che potrebbe chiamarsi anche coerenza, ma forse cozza con la maturazione artistica che ci si aspetterebbe e con la dichiarazione di anarchia sottesa al disco, ancorato però a un mercato eterogeneo e spinto da un appoggio discografico potente.
L'ultimo brano rende il senso del viaggio transoceanico di Mannarino, che si conclude in un finale aperto e vocalico, qui davvero ascrivibile a una musica corale e accorata. "Persi dentro al mondo in un'estate, lontana quella voglia di morire”: da Roma al resto del mondo, in cui ci si perde d'estate.
Nonostante cerchi di guardare da un'altra parte (al Sud, al socialismo indigeno, alla saudade, alla poesia di una fronte rugosa) per andare contro un sistema "positivista" pescando nelle minoranze, nei guru sacrificati, nella guerra, nei soldati e nella povertà, alla resa dei conti la musica di Mannarino non predica il disincanto che ci si aspetterebbe, ma dà ciò di cui probabilmente la maggior parte delle persone ha bisogno: cantare sperduti e ballare.

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La recensione Apriti Cielo di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2017-02-04 09:00:00

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