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Brunori SAS - Colpevole di tutto

Secondo me
Brunori SAS - Colpevole di tutto
rockit presenta brunori Colpevole di tutto
Niente ironia, niente pezzi movimentati: Dario Brunori pubblica un disco che è un lungo esame di coscienza sotto forma di dialogo con se stesso. La difficoltà di confrontarsi con il mondo, la comodità del calduccio di casa e quei 40 anni che sono sempre più vicini.

Intervista di Marco Villa
Foto di Silvia Tofani
L

La storia potrebbe essere quella antichissima dell'appuntamento a Samarra, cantata quarant'anni fa da Vecchioni e riproposta in queste settimane da “Sherlock”: il mercante persiano che si accorge che la morte l'ha adocchiato al mercato di Baghdad e per questo cavalca giorno e notte fino ad arrivare a Samarra, solo per scoprire che la morte è lì ad aspettarlo, preoccupata del fatto che non arrivasse in tempo. L'esperienza Brunori SAS iniziava allo stesso modo, come il tentativo di fuggire da qualcosa di troppo doloroso da sopportare:“Di fronte al dolore la mia prima reazione è sempre la fuga e quando ne parlo, come ne “La verità” - racconta Brunori - parlo a me, ma con la consapevolezza che si tratta di un tema condiviso: la rimozione del dolore, il fatto che non si parli di nulla legato alla morte e che quando lo si faccia si spettacolarizzi tutto è la dimostrazione che si tende a fuggire dal dolore vero, quello che non ha mediazioni”. La scelta di affrontare di petto questo tema ha portato ovviamente a delle conseguenze: la più simbolica ed evidente è stata la decisione di omettere la dicitura “Vol. 4” dal titolo dell'album. “Abbiamo interrotto la pubblicazione in volumi - continua - Era una cosa iniziata per gioco, non c'era l'idea di fare un piano programmato di dischi. Questa volta mi sembrava che non ci fosse più quel discorso ironico presente negli altri album e questo era un modo per indicare che il disco non rientra in quel filone”.



“A casa tutto bene” è un disco molto diverso e soprattutto molto denso. Giusto per dire, non ci sono i classici ritornelli con il “nanana”.

È vero, ci sono pochi “nanana”, ho cercato di inserirli perché ne sentivo la mancanza e qualcuno sono riuscito a metterlo. È un disco nato proprio con un approccio diverso dal punto di vista musicale.

brunori ulivi

Ti sei dato dei paletti pensando al disco?

I primi lavori sono nati senza un’idea di disco, semplicemente raccoglievo le canzoni che stavano meglio insieme. Stavolta avevo intenzione di scrivere un disco che avesse una coerenza. Non ho deciso cosa volevo scrivere, ma cosa non volevo scrivere; ho cercato di scremare e non ripetere episodi che in passato mi avevano caratterizzato. Niente ironia e quindi niente pezzi come “Mambo reazionario”, ma nemmeno pezzi come “Lei, lui, Firenze”, perché in questo momento non li sento nelle mie corde. Non volevo rinnegare il passato, ma non me la sentivo di scrivere ballate sentimentali, sulle relazioni.

Questa presa di distanza però è andata all'estremo: sembra quasi che certe canzoni dei dischi vecchi siano il bersaglio di quelle nuove

Ho immaginato molti brani come un dialogo continuo tra due voci. Una che ha più a che fare con il Dario degli ultimi anni, che continua comunque a essere dentro di me. E poi un'altra che più che una critica è uno sprone, perché in attrito rispetto a una visione che si è tradotta negli anni in un certo tipo di canzoni e spettacoli. Poi ci sono brani come “Canzone contro la paura” che è una meta-canzone che prende come riferimento proprio quel modo di scrivere. Non solo, va in contrasto anche rispetto al Dario che vuole stare tranquillo a casa sua, perché si sta al calduccio.



Casa tua è a San Fili, un paese con meno di 3000 abitanti in Calabria. Se non avessi sei mesi di tour all'anno, riusciresti ad abitarci lo stesso?

Probabilmente no e infatti nel disco racconto questa divisione tra restare a casa e andare in giro, che non è una divisione che vivo con amarezza. Stare a casa mi dà tranquillità e l'ispirazione oppure mi dà il tempo per far decantare l'ispirazione raccolta in giro. Se non facessi questo mestiere avrei senz'altro bisogno di uscire. Nel desiderio di tornare a casa c'è anche il fatto di essere uscito.

la mia età
Q

Qual è la tua giornata tipo quando sei a casa?

Sono molto casalingo e abitudinario, passo molto tempo a casa perché mi piace documentarmi e informarmi. Negli ultimi anni sono stato spessissimo al computer e nel disco credo si capisca che molte storie raccontate non sono solo di vita vissuta, ma anche mediata attraverso “la vita cellulare”, come la definisco in “Lamezia - Milano”. Passo molto tempo a guardare il mondo, ma in modo mediato. E poi faccio una vita normalissima, da famiglia. Ho scritto il primo disco a 30 anni e il fatto che abbia iniziato a fare questo mestiere in età adulta mi permette di non essere del tutto assorbito, perché nel paese trovo cose che mi permettono di vivere in modo normale, come facevo prima di Brunori SAS. Magari se stessi a Milano sarei più a contatto con addetti ai lavori, altri artisti e la mia vita sarebbe più orientata in quella direzione. La dimensione di San Fili mi permette di continuare ad avere un occhio, uno sguardo e un'esperienza di vita più legate al mondo che mi interessa e con questo disco penso di parlare di cose che hanno a che fare con gli esseri umani e non con una loro particolare selezione o un certo mondo. “A casa tutto bene”, ma va data un'occhiata anche a quello che c'è fuori per valutarlo.



Capire cosa succede poco lontano da te, mentre tu bevi “l'ennesimo amaro sui Navigli”, come canti ne “L'uomo nero”. Lo scatto è tutto lì: ho una vita tranquilla, un lavoro, una routine, ma devo sempre ricordarmi che questo amaro non è così scontato.

Da questo punto di vista è un disco di coscienza, ma in cui non ci sono risposte. Se teniamo valido questo discorso delle due voci che dialogano tra loro, non so a quale dare più peso. Se è vero che negli ultimi anni sono stato seduto al tavolino con l'amaro, oggi entra in gioco questa cosa che dici tu, ma non so bene come prendere posizione. Però sia i social che gli incontri mi danno comunque la possibilità di capire che oltre alla mia isola felice e alle persone belle che conosco e incontro grazie al mestiere che faccio, c'è un'altra umanità che faccio fatica a conoscere.



Hai parlato di coscienza, ma anche il senso di colpa mi sembra abbia un ruolo importante.

Il senso di colpa è il motore di tutto quello che faccio: questo disco avrei potuto intitolarlo “Mea Culpa”, anche nello spettacolo precedente mi prendevo tutte le colpe del mondo per liberare gli altri. Su Wikipedia a un certo punto hanno proprio scritto “nel 2015 si assume tutte le colpe del mondo”, una cosa del genere. Colpevole di tutto, il senso di colpa è universale.



Hai parlato di coscienza, ma anche il senso di colpa mi sembra abbia un ruolo importante.

Il senso di colpa è il motore di tutto quello che faccio: questo disco avrei potuto intitolarlo “Mea Culpa”, anche nello spettacolo precedente mi prendevo tutte le colpe del mondo per liberare gli altri. Su Wikipedia a un certo punto hanno proprio scritto “nel 2015 si assume tutte le colpe del mondo”, una cosa del genere. Colpevole di tutto, il senso di colpa è universale.

O

Oltre a questo dialogo, c'è un continuo confronto tra vari mondi, come ad esempio Nord vs. Sud, che a livello astratto fa un po' ridere. Sembra una cosa degli anni ‘50 e invece siamo nel 2017: c'è ancora questo salto?

Il salto è tra la visione milanese e la visione della provincia. La grande dicotomia è questa e si avverte soprattutto nella narrazione del Paese. La narrazione che vedo io nei media è molto milanese per gli interessi che vengono sottolineati. Mi rendo conto che da questo punto di vista, l'approccio della provincia rimane indietro e guarda a queste cose come mia mamma può guardare le riviste in cui si parla dei reali di Spagna, come se fosse un altro mondo. Non stiamo parlando di un Sud antico, perché le cose arrivano, ma di un Sud che insegue. Anzi: di una provincia che insegue. Come se Milano dettasse sempre e comunque la linea. Se ascolto le radio locali, dove i nostri speaker scimmiottano l'accento milanese, mi rendo conto che questo fenomeno è ancora fortissimo, magari non c'è arretratezza culturale, ma stiamo parlando di una visione del mondo che nasce qui a Milano e si trasferisce verso la provincia perché viene vista come il futuro da raggiungere. In questo senso io mi trovo con un piede di qua e uno di là. Questo mondo mi attrae e quando sono a Milano mi diverto, perché vedo la possibilità. Però allo stesso tempo c'è un richiamo a quello che è il mio background, che è differente. Ogni tanto questa cosa la percepisco in attrito, perché è come mettere sopra il mio mondo qualcosa di diverso, che non c'entra niente e che sembra quasi una cosa esotica. Non sono certo il primo a dirlo, prendi film come “I dimenticati” o “In Calabria” di De Seta, ma anche le opere di Ernesto De Martino, parlano tutti del modo in cui un tipo di cultura si è innestato su un altro. Era questo che mi interessava tirar fuori, ma interpretandolo attraverso la mia condizione personale. Portarmi dietro il passato e il paesello in cui sono cresciuto, ma tenendo viva la volontà di entrare in quest'altro mondo.



Un altro pezzo basato sul dialogo è “Secondo me”, in cui fai un elenco di pensieri che potrebbero essere definiti deboli.

È come se quella canzone fosse la risposta ad altre canzoni che ci sono nel disco. Descrive una condizione di continua discussione interiore, come una sorta di condominio in cui ogni giorno uno si alza e dice la sua. In “Secondo me” esce una forma di accettazione che è la mia parte più moderata, che cerco di far emergere, ma anche di prendere in giro. Forse è il pezzo in cui ci sono piccole sfumature ironiche più vicine al passato.



Ma questo “secondo me” esasperato è l'unico tipo di pensiero possibile o esistono ancora pensieri più forti?

Sì, ci sono altri tipi di pensieri, ma è difficile farsi portatori di un certo tipo di visione senza cadere nella retorica, che era un po' il pericolo che avvertivo facendo questo disco e che spero di avere evitato. Se c'era una paura tra le tante, era quella di poter cadere in una modalità reazionaria, moralista o anni ‘90 di guardare al mondo, però è pur vero che se uno avverte una necessità, deve trovare il modo di tirarla fuori.



brunori roccia


A CASA TUTTO BENE TOUR 2017

24.02 - UDINE - Palacongressi
25.02 - BOLOGNA - Estragon
02.03 - MILANO - Alcatraz
03.03 - TREVISO - New Age
09.03 - TORINO - Teatro della Concordia
16.03 - CESENA - Teatro Verdi
17.03 - FIRENZE - Obihall
18.03 - NAPOLI - Casa della Musica
24.03 - GROTTAMMARE (AP) - Container
25.03 - PERUGIA - Afterlife
31.03 - BARI - Demodè
01.04 - ROMA - Atlantico
06.04 - PALERMO - Teatro santa Cecilia
08.04 - CATANIA - Ma
24.04 - GENOVA - Supernova Festival

Info e prevendite: www.brunorisas.it

“L'uomo nero” all'inizio mi aveva spaventato, pensavo partisse il pippone. Invece poi ti metti direttamente in gioco con quel passaggio sull'ennesimo amaro cui accennavo prima

E meno male, perché il fuoco di quei pezzi è proprio la mia condizione rispetto a quella cosa. Fino a quando non mi metto in mezzo potrebbe essere il pezzo politico classico alla vecchia maniera, invece quello che mi interessava era inserirmi in quel contesto, non mettermi a giudicare con il ditino alzato, altrimenti sarebbe stata una cosa scontata. È quello che faccio anche in “Don Abbondio”, quando dico che “Don Abbondio sono io”. Poi magari qualcuno mi dirà lo stesso che gli ho fatto il pippone, ma è un rischio che dovevo correre per fare un disco di questo tipo. Se si ha sempre paura di esprimersi, finisce che poi non si esprime più nessuno e questo secondo me è altrettanto tragico quanto il moralismo. Mi è dispiaciuto perdere l'ironia in questo disco, perché è una caratteristica che mi ha sempre contraddistinto, però mi ero reso conto che stava diventando uno schema, che stava diventando meccanico ed era anche questo uno strumento per evadere, per prendere un argomento e renderlo meno doloroso. Era troppo consolatorio e avevo bisogno che a questo giro ci fosse un po' di disillusione, di cose dette dritte in faccia. Anche se poi non riesco a essere cinico.



Per fortuna, perché poi il cinismo è controproducente come il buttarla sempre a ridere.

Due reazioni differenti nella forma, ma uguali nella sostanza.



In questo cambiamento, quanto pesa il fatto che stai per compiere 40 anni? Lo senti come passaggio simbolico?

Eh beh, penso proprio di sì, anche se non l'abbiamo mai dichiarato e non si deve sapere perché dobbiamo rimanere giovani per il pubblico, soprattutto di Rockit. Sì, pesa, però come dico ne “Il costume da Torero” la mia età non è questa, è almeno la metà, perché questa è l'unica cosa che ancora non voglio accettare.



S

Sempre in “Secondo me”, dici che ai tuoi concerti “non c'è neanche un muratore”, un discorso molto simile a quello che fanno Appino e gli Zen Circus, quando dicono di cantare storie di un proletariato che ai loro concerti non ci va. Non è strano questo fatto di raccontare storie che non sono tue, non sono del tuo pubblico, ma sono di un pubblico terzo, che sfiori soltanto?

No, strano non direi. Un certo tipo di umanità e mondo è sempre stato raccontato da soggetti che non ne facevano parte. Prendi “Amore tossico”: Claudio Caligari era assolutamente fuori dal mondo narrato. Questo tipo di distacco ti dà la possibilità di narrare in modo diverso, scevro della parte emotiva che deriva dall'appartenenza. Penso che alla fine il problema sia che determinate proposte non vengono veicolate al pubblico da chi si pone in mezzo tra te e quel pubblico, ovvero i media. Forse anche questo rientra nella differenza tra la narrazione “milanese” dei media e un'Italia che è fatta soprattutto di provincia. Probabilmente adesso quel tipo di narrazione mediatica non prevede che ci possa essere spazio per un pezzo come “Il Giovane Mario”, su un povero cristo pieno di debiti, perché lo vede come una cosa vecchia. Quella cosa in realtà esiste ed è anche preponderante in gran parte dell'Italia, però come fai a raccontarla? O la medi attraverso un racconto tipo “La vita in diretta” oppure non c'è un modo per narrarla che si inserisca nel linguaggio televisivo o radiofonico attuale. Così capita che quando vado a suonare nelle piazze è proprio il muratore, che poi è solo un'estremizzazione della gggente con tre g, a venire a chiedere: “Ma tu da dove spunti? Perché queste cose non si sentono?”. Questo tipo di riscontri mi fa capire che lo spazio ci potrebbe essere, ma viene chiuso.



A proposito di concerti, dal vivo come pensi di bilanciare questi pezzi con quelli vecchi?

Bella domanda, ci stiamo pensando proprio in questi giorni. Sicuramente sarà uno spettacolo che nella prima parte avrà molto del disco nuovo, ma sto cercando di capire come equilibrare con i pezzi vecchi, perché se non faccio i classiconi mi linciano e poi pure io sono uno spettatore che ai concerti vuole anche le canzoni vecchie. Sto studiando la scaletta per fare in modo che le canzoni del passato che non c'entrano nulla con quelle nuove non interrompano un determinato discorso. Quindi ci sarà un mattonazzo all'inizio, ma se si resiste poi è tutta festa.



Passando alle musiche, si sente che sono studiate al dettaglio, c'è una cura assoluta. Anche l'ultimo album andava in questa direzione, ma aveva momenti in cui sbracavate, qui no.

Sbracare mi sembra il termine giusto, è una cosa che fa parte di me e che non rinnego, però mi sembrava giusto che non ci fosse per rendere più netto questo disco. La vita è fatta di momenti seri e momenti sbracati, ma raccontare questa doppia anima in un'opera può farle perdere forza. I dischi che mi piacciono sono dischi netti, quindi ho rinunciato a rappresentare la mia parte frivola per concentrarmi a fare un disco come quelli che ammiro. Volevo che fosse anche un disco apprezzato da chi fa musica e per questo a livello di produzione Taketo Gohara ha faticato di più, ma ha fatto un lavoro incredibile: è stato veramente giapponese nell'accettare la mia invadenza, ma era necessario più impegno perché volevo fosse un disco a fecondità ripetuta. Cioè volevo che ogni volta potesse lasciare qualcosa di nuovo all'ascoltatore e i primi feedback che ho ricevuto vanno in questa direzione. È bello che non sia tutto e subito.



È vero, è molto bello, ma è anche la cosa più inattuale che ci possa essere.

In questo senso sì, è anacronistico. Così come è anacronistica l'idea dell'album, di una scaletta ragionata. Però l'idea di pensare a un disco mi piaceva e piaceva anche al gruppo di lavoro. Forse stiamo tornando a questo tipo di approccio, in questi anni già qualcuno l'ha fatto: basta pensare a un disco come “Die” di Iosonouncane, che non è solo un bellissimo lavoro, ma qualcosa di più ed è uno di quegli album che mi ha indicato la strada da seguire. Fare un disco che quando lo senti ti fa dire che è un'opera d'arte e non una raccolta di canzoni.



IN

In questo ragionamento, come si inserisce “Diego e io”, che è ispirata alla storia di Frida Kahlo, è scritta con Dimartino ed è anche una canzone fuori contesto rispetto al resto del disco?

L'ho inserita per fare una sorta di fine primo tempo/inizio secondo tempo, per creare uno spartiacque. “Diego e io” è una canzone che ho immaginato con un approccio musicale diverso, a sé. È l'unico pezzo con il pianoforte e gli archi e Dimartino l'ho coinvolto perché mi serviva una consulenza sul Messico da uno che c'è stato e l'ha studiato, visto che tra poco uscirà il suo disco con Fabrizio Cammarata dedicato alle canzoni di Chavela Vargas. Volevo evitare di fare una canzone su Frida Kahlo solo dal punto di vista di uno che ha visto il documentario e ha letto informazioni su internet, volevo ci fossero degli elementi di vissuto e Antonio poteva darmeli. La risposta vera al motivo per cui è nel disco, però, è che per me era troppo bella per poterla lasciare fuori, ma abbiamo cercato di far si che non interrompesse il discorso.



Qual è la cosa di cui sei più orgoglioso di questo disco?

Sono orgoglioso del fatto che, pur trattando di tematiche che non mi riguardano direttamente, è un disco che mi muove tanto al sentimento. Rispetto al passato sembrerebbe meno sentimentale e poetico, ma in alcuni pezzi mi viene sempre il brividino.



rockit presenta brunori firma
Art direction > Cosimo Nesca
Dev > Giuseppe Tumino
Intervista > Marco Villa
Foto > Silvia Tofani
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