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ascolta in esclusiva su Rockit "Derek", un estratto da "Endkadenz" leggi l’intervista guarda le foto esclusive guarda le foto del backstage del video di "Un po' esageri"

Verdena Derek

suona

VERDENA
ENDKADENZ
Derek

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Abbiamo incontrato i Verdena in occasione delle riprese del loro nuovo video, e ne abbiamo approfittato per chiedere loro un bel po’ di cose: da tutto quello che c’è dentro "Endkadenz", alle loro serie tv preferite, dalla loro vita di paese alle camminate nei boschi. L’intervista di Sandro Giorello.

Tornate dopo quattro anni e annunciate "Endkadenz". Cosa significa?
Roberta: È un movimento ben preciso che determina la cadenza finale di un concerto. L'ha inventato un compositore tedesco, Kagel, con la K, intorno agli anni ’70. Lui univa la musica al teatro, componeva musica sinfonica e in più dava delle parti attoriali ai musicisti, ad esempio diceva loro: in questo momento del concerto urla, in quest'altro fai una faccia felice; per l'ultimo colpo di timpano dava al timpanista il compito di rompere la pelle, di buttarsi dentro al tamburo e di rimanere lì immobile. Quest'ultimo colpo si chiama, appunto, Endkadenz. L'ha scoperto Luca su un libro di percussioni: c'era un'illustrazione piccolina di questo omino tutto chinato, era proprio una bella immagine. Era simpatica, faceva ridere, però allo stesso tempo dava anche altre sensazioni.

Ha un suono piuttosto austero, è difficile interpretarlo come una cosa divertente.
R: Sì, può essere. Ma a noi fa molto ridere.

Dovessi descrivermi il suono di questo disco ci riusciresti?
R: Il suono? È difficile, direi una cosa cosa così (forma un pugno rannicchiato con la mano, NdA). Sicuramente è uno step successivo rispetto a "Wow", ma se parliamo puramente di suono mi viene in mente la distorsione, l'impatto di questo fuzz messo su tutto: sulla voce, sulle chitarre, sul basso...

Quanto ci avete messo a scriverlo?
R: Un anno esatto e un anno e mezzo per registrarlo. Più o meno lo stesso tempo impiegato per "Wow", anche se abbiamo lavorato in maniera diversa.

Vi piace registrare?
R: Ad Alberto tantissimo, ovviamente. A me dipende, a volte è molto divertente, a volte può diventare noioso, soprattutto per come lavoriamo noi: sempre in maniera così minuziosa e rifacendo le cose fino a che non ci convincono al 100%. Dopo cinque giorni sullo stesso pezzo, se questo non esce nella versione perfetta e giusta che vorresti, può diventare noioso.

Dalle interviste che ho letto mi sono fatto l'idea che Luca sia più istintivo e Alberto invece molto più preciso e rigido. È così?
R: È vero, o meglio, dipende: sui suoni della batteria Luca è molto puntiglioso. Perdiamo la maggior parte del tempo sui suoni della batteria, sia per colpa dell'uno che dell'altro: perché finché il primo non è contento dell'accordatura si resta fermi e finché il secondo non è contento dei microfoni, pure. Può capitare che Luca, in fase di scrittura o di sovraincisione, sia più un flusso istintivo mentre Alberto sia più direttivo e schematico. Ma poi, al contrario, capita che Alberto entri in fase di scrittura e diventi lui un flusso, si ribalta tutto... Però scusami, non è che se decidiamo di farle insieme le interviste poi devo rispondere solo io... (porta anche Alberto a fare l'intervista, NdA).

So che per "Wow" eravate preoccupati per la reazione del pubblico. A rigor di logica, vista la complessità di "Endkadenz", ora dovreste essere terrorizzati.
Alberto: Non ci eravamo preoccupati solo per "Wow", per ogni disco ci poniamo il problema del "magari non ci caga più nessuno". Passano sempre molti anni tra un disco e l'altro, potrebbe anche succedere.
R: Per quanto mi riguarda ho meno preoccupazioni rispetto a prima. Non intendo dire che ho meno aspettative di vendita, è che forse non me ne frega niente: spero che il disco venga capito, altrimenti pazienza, io sono contenta del lavoro che abbiamo fatto.

Per "Wow" c'erano alcuni strumenti chiave – ad esempio il piano e i cori – che vi hanno aperto a nuovi modi di scrivere una canzone. Per questo ce ne sono?
A: Sì, il piano a muro, ha un suono completamente diverso dal piano digitale che abbiamo usato su "Wow". Gli effetti sulla voce, non ci sono più i cori ma ci sono dei cori finti. Le trombe, finte ovviamente, sarebbe stato troppo dispendioso inserire una vera sezione di fiati. E poi la distorsione: in particolare questo distorsore che mi hanno dato dei ragazzi di Roma, si chiamano Effetti di Clara – son bravi, cazzo - il pedale si chiama Petra. Ecco l'ho usato su qualsiasi cosa. È un disco costantemente in rosso, hai presente i livelli sul mixer? È un disco costantemente in picco.

Ve la ricordate quella maglietta dei Mudhoney con sopra il Big Muff con tutti i potenziometri al massimo?
A: Sì, potrebbe essere un'immagine che rappresenta abbastanza bene questo disco.
R: Col Petra al posto del Big Muff (ride, NdA).

Tu il suono di questo disco come lo descriveresti?
A: Roccia nel deserto, di notte. Tutto spiattellato.

Nel documentario di Rockit dedicato a voi ci dicevi che lavori molto al pezzo fino a quando non ti sembra "efficace". Che significa per te la parola efficace?
A: In realtà il pezzo deve già essere efficace. Poi devi migliorarlo efficacemente: provi a mettere delle sovraincisioni, poi le togli, poi le rimetti, poi aggiungi il testo ed è proprio il testo che deve rendere efficace l'insieme. Il pezzo può già essere efficace, ma il testo può sputtanare tutto. Inizialmente lo canto in inglese maccheronico, quando poi lo devo sostituire con quello in italiano diventa un lavoro molto delicato: non devi danneggiare le note, non devi dare troppo risalto alle parole, ma neanche troppo poco. Devi trovare una via di mezzo, efficace, che non disturbi la musica.

Questo disco mi sembra più italiano degli altri: "Contro la ragione" è molto anni '70.
A: Forse per via di quelle trombette, a noi invece ricorda più gli anni '80. In inglese ricordava i Flaming Lips, ovviamente l'italiano ti porta subito in un'altra direzione. Se ci pensi è molto interessante come cosa.

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Tempo fa in un'intervista, Bruno Dorella mi aveva detto una cosa interessante riguardo ai testi: un gruppo garage inglese ti piacerà ugualmente nonostante abbia dei testi banali, perché sono loro i primi a non dare eccessivamente peso alle parole che usano; una band italiana che vuole scrivere a tutti i costi come Paolo Conte, invece, non sarà mai altrettanto credibile.
A: Esatto, è musica, è tutto l'insieme che ti deve piacere.

Voi fate un ragionamento simile?
R: Sicuramente nei primi album lavoravamo meno sulle parole...
A: ... soprattutto il secondo, mi vergogno ad ascoltarlo oggi. Ora i testi sono diventati molto importanti.

In realtà mi interessava sottolineare un vostro punto d'arrivo importante: siete tra i pochi gruppi rock in Italia che riescono a piegare l'italiano al servizio della canzone, e non viceversa.
A: È andata bene, possiamo dire così.

Un'altra grande peculiarità dei Verdena è che si fanno i cazzi loro. Ovvero: registrate tutto da soli, discograficamente parlando vi siete conquistati la vostra autonomia, nelle interviste le risposte sono sempre decisamente più corte delle domande. Non dico che siate dei porcospini, però...
R: Però un po' sì, diciamo che siamo riservati.

Vi viene naturale o è una cosa che vi costa fatica? Difficilmente un artista riesce a fare un disco tutto da solo, per questo esistono i produttori.
R: Certo, è molto faticoso, rischi di rientrare in un loop delirante.
A: Dopo tre anni che sei chiuso nello stesso posto subentra l'antropofobia, inizi davvero ad aver paura della gente. Perdi completamente il contatto con il resto del mondo e l'unica persona che inizi a frequentare è il tabaccaio. Certo che ci vorrebbe qualcuno, non un produttore, anche solo una persona che ti tiri insieme, che ti dica: "dai, muoviti!".

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E perché lo fate, disperati ragazzi miei.
A: (ridono, NdA) Perché poi succedono i casini, le incomprensioni, le discussioni.
R: Non c'è nessuno che ci può seguire per un anno e mezzo, è tantissimo tempo. Quindi è sia una questione pratica, sia una questione personale, perché non abbiamo mai trovato le persone giuste. Una di queste, ad esempio, è Marco Fasolo: ha prodotto due brani, "Nevischio" e un altro che sarà sul Volume due. Con lui è andata da dio, ma lo sapevamo.

Per "Wow" avevate lottato parecchio con la Universal per tenere i due dischi uniti, questa volta cosa è successo?
A: Un po' ci abbiamo provato, ma effettivamente è lungo, dura quaranta minuti in più di "Wow". In più la casa discografica ci aveva detto che non pubblicherà mai più doppi a meno che non siano compilation, best of, dischi live o "Hai paura del buio" degli Afterhours (ridono, NdA). Per noi era ugualmente interessante, se avessimo rifatto la stessa cosa di "Wow" ci saremmo ripetuti, mentre così possiamo sperimentare un'idea diversa, un po' alla Guns N' Roses, per dire.

Sbaglio a dire che "Endkadenz" è più sereno di "Wow"?
R: Secondo me è meno sereno di "Wow", forse alcuni pezzi sono più allegri, ma in generale...
A: Ci sono un sacco di rime particolari, ha un cantato molto ritmico e quello dà un senso di felicità in più. E il secondo volume lo sarà ancora di più.

Sbaglio a dire che è meno compatto di "Wow"?
A: Certo, questo disco è completamente...
R: ... schizofrenico.
A: Non ha nessun senso, va completamente a caso, l'abbiamo composto a caso.

Raccontatemi "Sci desertico", è una delle mie preferite.
A: È una storia un po' triste. L'abbiamo scritta in un momento dove era successa una cosa molto grave in paese, inizialmente si chiamava "Cigaretta" perché era dedicata a questa persona. E nel nostro paesino di 1150 persone quando succede una cosa simile tu, per rispetto, non puoi suonare la batteria. In quel periodo abbiamo fatto solo canzoni con la batteria elettronica, una di queste è "Sci desertico".

Siete molto legati alle vostre zone?
A: No.
R: Sì dai, un po' sì...
A: ... ovviamente sì: ci sono i nostri genitori, i nostri amici, ma per il resto? Ci stai chiedendo se cambieremmo città dove vivere?

Più se siete i tipi da camminate nei boschi.
A: Certo, sarebbe bello avere tempo per farne di più.

Ci sono posti che vi rimettono in sesto?
R: Casa mia, ma unita al gatto: il divano senza il gatto non è la stessa cosa. E le serie tv: "True Detective", "Boardwalk Empire", "Fargo" e tutte quelle un po' ansiolitiche. Oltre a quelle su dottori, medicine, sangue.

"Derek" cita la serie tv?
R: No assolutamente, penso che nessuno a parte me sappia di cosa parla. Potrei definire "Derek" come un alter ego di Alberto, come quasi tutti i personaggi dei suoi testi.

Di "Puzzle" cosa mi dite?
A: Vuoi sapere dell'efedrina?

No, mi interessava più il cantato alla "Anima Latina" dopo il secondo minuto, ma se vuoi parlarmi di droghe, fai pure.
A: Droghe? Poca roba. in quella parte, invece, ci sono i cori finti cui ti accennavo prima: è un effetto che aggiunge un'ottava alla voce che stai registrando, c'è parecchio nel disco.

Credete che ascoltare musica faccia bene? C'è tutta una serie di studi, per non parlare di molte tradizioni popolari, che sostengono che le frequenze e le onde sonore abbiano un potere curativo.
A: Guarda le mucche con Mozart, sembra che facciano un latte pazzesco. Credo che la musica sia curativa, non so se ti possa guarire realmente un'infezione, ma sul cervello di sicuro fa effetto.

Cosa state ascoltando ultimamente e con che device?
A: Io molto Mozart.

Sempre per via del latte?
A: (Ride, NdA) Non sto scherzando, sono invasato nero per il "Requiem" e ascolto solo quello, non è che conosco tutte le sue opere ma sono ossessionato per il "Requiem". Poi gli Uncle Acid, i Kiss, il David Bowie di "Scary Monster", i Queen. Ascolto tutto da iPad, man mano mi sono copiato tutti i vinili che ho comprato e li ascolto lì. Inizialmente lo usavo solo in macchina, poi mi sono trovato a usarlo sempre.
R: Almeno non devi girare il lato.

La mia prima cassetta comprata con la paghetta fu "Innuendo" dei Queen.
R: Io sono passata da Ramazzotti alla cassetta blu del live di Paul Mccartney. Poi da Mccartney ai Queen. Dai Queen ai Sex Pistols. Poi i Nirvana.

Durante la vostra carriera immagino che avrete incontrato ogni tipo di fan, anche i teenager che vi regalavano i peluche e vi scrivevano le lettere.
R: Fino a qualche anno fa sì, direi più peluche che lettere, me li ricordo in furgone.

Non c'è stato mai un momento in questi 20 anni in cui il gruppo ha rischiato di sciogliersi?
A: No, litighiamo spesso, ma non abbiamo mai ipotizzato di sciogliere i Verdena. Litighiamo tanto, almeno una volta al mese, magari siamo tutti e tre nervosi nello stesso giorno e succede il delirio, ma non ci abbiamo mai pensato.

Toglietemi una curiosità. Dal momento che siete scrupolosi e ostinati nel lavoro al limite del maniacale, a scaramanzia come siete messi?
A: Male.

L'amore come va?
R: Va bene la stessa risposta di prima?

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