Dead Cat in A Bag
Sleeping Fields 2009 - Cantautoriale, Folk, Blues

Sleeping Fields

Originariamente in due, poi in variabile ma più numerosa formazione sul palco, i Dead cat in a bag sono una realtà da salvaguardare, che piacciano o meno questi suoni connotatissimi e di precisa derivazione folk rock americana, i loro pezzi trasudano infatti una raffinatezza e una cura rare, al punto che ci si trova di fronte a uno di quei casi altrettanto rari in cui, anche solo un promo, sembra esser sufficiente a trasportare completamente l'ascoltatore nell'universo dell'autore: un universo in questo caso vastissimo e di perfetta eterogeneità compositiva.

Musiche che al tatto ricordano ferri che si strusciano, suoni di strade polverose, riferimenti sonori e vocali esplicitissimi ma trattati con un tocco quasi impercettibile che dà a questo appena nato "Sleeping fields" un'aura di classicità entusiasmante. Voce cupa e passionale come quella di Tom Waits che incontra Mark Lanegan, strumentazione vastissima e un'attenzione al particolare che unisce trombe, violini, chitarre che si muovono tra la ninna nanna e la nenia sublime, mandolini, banjo, vibrafoni, fisarmoniche e persino un theremin lontano che appena si fa percepire. Ci ricorda immediatamente il mo(n)do di Nick Cave che a tratti sembra proprio palesarsi. Prendiamo un pezzo come "A rose and a knife", impossibile sfuggire alla sua impronta almeno quanto non individuare il rimando a un pilastro contemporaneo che a Cave è strettamente connesso, Blixa Bargeld. Il suono à la Einstürzende Neubauten non è trascurabile, e questo sia nell'incipit sussurrato e lento, come da miglior tradizione delle ultime produzioni del gruppo tedesco, sia nell'esplosione di lamiera sul finire del brano: un momento completamente industrial. La grandezza di questo lavoro è proprio la vastità di commistioni sonore: il brano successivo infatti, "The stowaway song", è un circo in cui l'America incontra i balcani come Cash potrebbe incontrare i suoni di Beirut senza mezzi termini, dando vita a una vera e propria festa di malinconie e grida. E ancora non basta: non si potrebbero trascurare gli echi di Leonard Cohen o del più giovane Will Oldham e di un'altra infinità di riferimenti enormi, tutti raccolti con mani aggraziate che sanno decisamente trattare i brani dalla scrittura fino all'arrangiamento. Bravissimi.

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