The Ministro
Tempi moderni 2010 - Cantautoriale

Tempi moderni

Sappiamo tutti che questi anni sono segnati da un'abbondanza mai vista di progetti e prodotti musicali. È saltato il filtro all'ingresso, fatto che da un lato permette a molti più gruppi di realizzare e diffondere album, dall'altro impone ai gruppi stessi di dover cercare una cifra personale, uno stile che – se non innovativo – possa almeno essere una rielaborazione originale. Se manca questo elemento, si finisce in un calderone gigantesco, fatto di nomi che non riescono a spiccare per musiche, testi o immaginario. The Ministro è un caso emblematico. Nonostante la compattezza, una produzione curata e buona capacità musicale, il loro disco è totalmente anonimo. A cominciare da nome e titolo, perché non è propriamente brillante la scelta di chiamarsi The Ministro e intitolare il proprio album "Tempi Moderni", a poco meno di due anni dall'uscita di un disco che si chiama "Tempi Bui" ed è suonato dai Ministri (e aggiungete che "Tempi Moderni" riporta sulla serigrafia del cd diverse banconote, e ormai sappiamo bene che I soldi sono finiti nel 2007). Il minore dei mali, per carità, ma è già indicatore di mancanza di originalità. Un elemento che si ritrova poi nelle canzoni. The Ministro suonano una sorta di patchanka-swing che unisce Figli di Madre Ignota e La Famiglia Rossi. I testi, invece, vogliono disegnare un ritratto sarcastico dell'Italia e della sua classe politica. In entrambi i casi si hanno risultati non disprezzabili, ma scolastici: gli arrangiamenti che ti aspetti, i testi che ti aspetti, i temi che ti aspetti. Stesso discorso per cover come "Una storia disonesta" di Stefano Rosso (strofa rallentata e ritornello saltellante) e per "Azzurro" di Adriano Celentano (ancora? Di nuovo? Era proprio indispensabile?). Così, traccia dopo traccia, il disco arriva alla fine, senza colpo ferire. Non si può dire che sia brutto, né suonato male. Non si può dire che lasci intravedere sviluppi interessanti. Il problema è proprio questo: di un disco del genere non si può dire niente, se non che si tratta di un lavoro dignitoso. Voi lo ascoltereste un disco dignitoso?

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